Voy tirando

Scrivere per non pensare

Mese: luglio, 2013

Luisa Miller: la recensione

Continuiamo così, facciamoci del male. Maledetta la mia abitudine di programmare durante i miei periodi maniacali cose che poi dovrò fare durante i miei periodi depressivi. Ho ormai venduto l’anima alla cultura, almeno fino a stasera, e mi sto godendo un sacco ed una sporta di spettacoli musicali, di vario livello e di vario genere.

Ieri sera, tanto per non sbagliare, ho assistito da posti molto popolari (e montanari) alla messinscena della Luisa Miller di Giuseppe Verdi a Busseto. So che nel mio primo post vi avevo in qualche modo fatto capire che non mi sarei dato alle recensioni in maniera continuativa ma, purtroppo, durante questa settimana mi trovo a non poterne fare a meno. Godetevi dunque l’ennesima, grezzissima recensione.

Per l’amante della lirica, Verdi è una garanzia. Perfino opere minori e prive di un qualsivoglia afflato nazionale nascondono splendidi brani in mezzo alle pieghe di un intreccio di rara pochezza. Luisa Miller non fa eccezione, nè per le perle, nè per la pochezza. Ma andiamo per punti come al solito.

1) IL PREZZO: nel solco della tradizione delle rappresentazioni estive, il prezzo si presenta diviso in due fasce: prezzi più alti in platea, dove le splendide signore e signorine sfoggiano eleganti abiti da sera ed i signori le seguono in abito scuro; prezzi più popolari nei settori montagnardi, ovvero sulle gradinate, ove il codice di abbigliamento è meno stretto, le signore e signorine sono meno belle e gli uomini vestono casual. Dove mi sono seduto? Make an educated guess.

2) LA MUSICA: la solita Orchestra Giovanile Luigi Cherubini dà una nuova prova di bravura.

3) IL CANTO: il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, stavolta senza incursori, viene finalmente sfruttato in modo costante. I giovani cantanti nei ruoli principali, sia italiani che stranieri, fanno del loro meglio, ma sono costretto ad analizzarli uno per uno, pur senza far nomi, per metterne in luce i vari pregi e difetti. Iniziamo con i promossi: Miller (buona voce, ben impostato, dizione sorprendentemente buona, nonostante sia coreano), Luisa (splendida voce, buona potenza, facile al gorgheggio, dovrebbe provare il repertorio mozartiano), Wurm (ottima voce, potente, preciso). Finiamo coi rimandati (sono giovani, si rifaranno): Walter (buona l’impostazione ma voce troppo debole; a sua difesa, le indiscrezioni che lo davano malato fino al giorno prima), Federica (non posso dirne nulla di male, ma dopo averla sentita per tutta la rappresentazione mi rimane qualche dubbio), Rodolfo (bella voce, discreta potenza, abile nelle cabalette ma un po’ impiccato nelle parti che richiedono maggior forza).

4) LA SCENOGRAFIA: ottima scenografia floreale, l’ideale in una calda sera estiva, utile anche a richiamare le verdi terre germaniche in cui s’ambienta la vicenda. Sontuosa. Ottimi i giochi di luci.

5) I COSTUMI: splendidi, di stampo ottocentesco, ricchi e variegati. Una gioia per gli occhi.

6) IL PUBBLICO: caldo e facile all’applauso, l’ideale per dei giovani cantanti che più che delle critiche di ignoranti paesani hanno bisogno di un incoraggiamento a continuare a far bene o a far meglio.

7) L’ORGANIZZAZIONE: buona. I tappeti rossi in platea, la simulazione di golfo mistico, la presenza vigile e capillare delle hostess sono indicazione di un’organizzazione attenta e ben pianificata.

Nel complesso un’ottima rappresentazione, con una sola imperdonabile pecca: è andata in scena una volta sola.

Neil not so much Young anymore yet still kicking, somehow…

Non avrei voluto farlo, ma dopo aver visto alcune recensioni scritte coi piedi ho capito che è mio dovere porre rimedio a questa situazione di disinformazione. Pertanto ecco a voi la recensione del concerto di Neil Young and the Crazy Horse al Lucca Summer Festival fatta da un ignorante. Un ignorante che ha visto il concerto, ovviamente.

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Ecco il palco, prima del concerto, fotografato dall’angolo della zona VIP.

Innanzitutto, la piazza è un minuscolo buco, cosa che favorisce la vicinanza al palco, anche per coloro che rimangono indietro. Purtroppo, la scelta di mettere il palco VIP, con sedie imbottite ed hostess ficherrime, attorno alla statua al centro della piazza ha scatenato le ire di coloro che sono arrivati per ultimi e si sono trovati la vista ostruita. Ma, dico io, che bisogno c’è di vedere Neil Young quando ci sono le hostess?

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Devendra Banhart: non sembra ma stanno suonando…

Lasciatemi poi spendere due parole su Devendra Banhart, ovvero il gruppo (più un tizio con dei suonatori che un gruppo vero e proprio) di supporto. Nato nel 1981, magro come chi sia appena fuggito da un lager, istrionico e divertente. Musica a metà tra sonorità hawaiane e folk californiano. Ampio uso di smorfie e vocalizzi dadaisti.  E purtroppo finisce qui, perché non lo avevo mai sentito nominare prima di ieri sera e non so altro.

Veniamo ora a quello che i Perfidi Albionici chiamerebbero il Featured  Act, o l’Headliner.

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Si prepara il palco per Neil Young: 40 minuti di lavoro. Non ho foto del concerto perchè il telefonino è quel che è…

Il suddetto Neil si presenta bene, in buona salute ed energico nonostante l’età, con una bella vocetta da giovincello, al contrario di Bob Dylan che al momento non si distingue da Louis Armstrong. Allo stesso modo i Crazy Horse, che dopo una mezz’ora uno già capisce da dove viene il nome. Hanno l’energia di un cavallo, nonostante l’età, ed almeno il chitarrista soffre di problemi mentali: divide equamente il suo tempo tra gesti osceni verso un antipatico membro del pubblico ed involontarie distruzioni di chitarre ed equipaggiamento (ne fa fuori tre, per motivi che vanno dalla rottura delle corde al cedimento della componente elettrica).  Ad un certo punto, dopo l’ennesima rottura, è costretto a fare metà canzone dietro al microfono, a metà tra il corista e il danzatore irlandese.

Essendo io un ignorante, uno che fino a ieri sera non sapeva nemmeno che faccia avesse un Neil Young, e che di certo non l’aveva mai sentito cantare, non posso qui dilungarmi in giudizi sull’opportunità di mettere in scaletta certi brani piuttosto che altri. Mi limito a dire che Powderfinger (no, non quella di quel simpaticone di De Gregori), Walk Like A Giant, Heart Of Gold, Blowing In The Wind e Roll Another Number (For the road) sono state cantate con grande gioia dei presenti (me compreso).

Concludo dicendo che il Sig. Young si è comportato da vero professionista timido, suonando quasi senza interruzione e facendo la maggior parte del concerto come se il pubblico non esistesse, parlando solo alla fine per i ringraziamenti ed i saluti. Certi cantanti impegnati dovrebbero imparare da lui.

Sinestesia

Credo che dal post precedente abbiate più o meno tutti capito che non mi dispiace la musica lirica. Ebbene, mi piace anche la musica sinfonica. Ecco perché mercoledì sera sono andato ad ascoltare un’esibizione dell’Orchestra Papillon, in trasferta direttamente da Roma.

Nel bel mezzo del variegato e molto ben eseguito (da musicisti minorenni, ci tengo a sottolineare: gente che farebbe piangere i professionisti) programma, che presentava brani verdiani, monteverdiani, jazz e blues, spiccava una suite tratta dalla colonna sonora di Star Wars.

Dovete sapere che anche la fantascienza è una mia grande passione: da “Star Wars” a “Pic-nic sul ciglio della strada”, da “Johnny Mnemonic” a “Il colore venuto dallo spazio”, da “Io, robot” a “Solaris”, da “House of suns” a “Star Trek”. Amo tutta la fantascienza, sia letteraria che cinematografica.

In genere la fantascienza viene divisa in compartimenti più o meno stagni, in base a criteri più o meno opinabili. Abbiamo la Hard, la Soft e la Social Sci-Fi. Oppure tutte le varie declinazioni del suffisso –punk, da cyber-punk a steam-punk passando per bio-punk.

Orbene, mentre ascoltavo la colonna sonora di Star Wars, ho avuto un’illuminazione: perché classificare la fantascienza tramite generi rigidi e stantii, che in un’epoca di grandi mutamenti e di crossover letterari non significano ormai più nulla? Dovremmo invece classificarla in base alla musica che ci si potrebbe/dovrebbe abbinare.

Potremmo iniziare con la “Theremin Sci-Fi”: genere di fantascienza serio, nel quale l’azione viene messa in secondo piano rispetto ai problemi esistenziali e/o matematici affrontati. Asimov e Lem sono due autori Theremin, mentre da un punto di vista delle arti visive potremmo citare la serie originale di Star Trek, nella cui colonna sonora se non erro il theremin trova ampio spazio.

Per passare poi alla “Symphonic Sci-Fi”: genere di fantascienza meno serio nel quale i problemi esistenziali vengono messi in secondo piano rispetto all’azione. Star Wars ne è l’esempio principale, ma se non vi basta andatevi a vedere un qualsiasi film di fantascienza recente.

Avremo anche la “Trance and Synth Sci-Fi”: genere di fantascienza molto serio, nel quale azione e problemi esistenziali si bilanciano; genere rivolto soprattutto all’esplorazione sociologica a scapito di quella scientifica. William Gibson è decisamente Trance and Synth.

Infine, la “Silent Sci-Fi”: genere di fantascienza riflessivo, nel quale i problemi esistenziali sono la causa scatenante dell’azione e l’azione è causa di nuovi problemi esistenziali. Date le caratteristiche, è preferibile fruire di questo genere letterario in assenza di musica. I libri di Alastair Reynolds e dei fratelli Arkady e Boris Strugatsky si possono classificare in questo genere.

“Echi notturni di incanti verdiani”: la recensione che nessuno mi ha chiesto.

Per quanto sia difficile, per un ignorante quale son io, parlare di musica classica, mi accingo a recensire per voi il trattenimento musicale andato in scena ieri sera a Roncole Verdi, dal titolo “Echi notturni di incanti verdiani”. Per rendere il tutto più semplice, andrò per punti:

1)      IL PREZZO: è la prima cosa che lo spettatore vede in un’opera, ed è spesso anche l’ultima, dato l’odierno uso di far pagare a caro prezzo la cultura che per secoli si è tentato di far digerire alle masse. Fortunatamente, ier sera abbiamo assistito ad un’inversione di tendenza, con prezzi decisamente popolari, tali che non si potrebbe trovar di meglio nemmeno al Teatro Ponchielli di Cremona.

2)      LA MUSICA: buona l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini nel suo complesso, composta di giovani ma ben istruiti elementi, che in attesa di assurgere a fama internazionale deliziano gli appassionati verdiani laddove tutto ebbe inizio. Degna di nota la magra clarinettista, fulgido esempio di bellezza muliebre ed altresì di come al giorno d’oggi non si possa cibarsi di cultura.

3)      IL CANTO: una buona prova hanno dato anche i cantanti lirici, divisi in numero pari tra maschi e femmine. Unica pecca del comparto, dovuta probabilmente alla provenienza degli artisti, qualche caduta nella dizione di Sparafucile e Violetta, entrambi comunque molto bravi. Il Coro del Teatro Municipale di Piacenza merita una menzione a parte. Se infatti il coro lirico usuale è composto da soli cantanti, questo era formato da due plotoni: il primo, più numeroso, formato da cantanti, si muoveva leggiadro sulla scena; il secondo, dai numeri più contenuti e formato da infiltratori del COMSUBIN, ha guadagnato la fiducia del pubblico e si è nascosto tra esso, fingendo di farne parte, per poi saltar fuori all’ultimo momento tra sguardi di stupore ed ammirazione.

4)      LA SCENOGRAFIA: grazie alla presenza della casa natale di Giuseppe Verdi, casualmente situata dietro al palco, lo scenografo, dopo un paio di minuscoli interventi, ha potuto finalmente prendersi la vacanza che aspettava dalla scorsa stagione lirica. Minimalista ma di grande effetto.

5)       I COSTUMI: se si escludono l’orchestra, in vestito nero d’ordinanza, ed il coro, in abito da sera per coloro che calcavano il palco ed in mimetica da guerra urbana per gli incursori, si può dire senza timore di smentita che i costumi erano sfarzosi e ben curati.

6)      LA REGIA: è qui che un ignorante come me si perde, ed è costretto a menar polemiche su di uno spettacolo altrimenti ottimo. Sia ben chiaro, non sto accusando la regista di aver commesso errori: lo spettacolo era coerente, ben strutturato e godibile. Devo però far notare come, complice l’abuso di termini aulici nel foglietto esplicativo (cosa ormai comune a tutti i foglietti esplicativi, oserei dire) e la mancanza di veri e propri stacchi tra scena e scena, lo spettatore più ignorante, che favorito dal prezzo ridicolmente basso dei posti a sedere, avesse deciso di avvicinarsi proprio ier sera all’opera lirica, avrebbe facilmente potuto confondersi. Chi scrive non è un paladino dell’educazione delle masse ad ogni costo, anche contro la loro volontà, ma credo che qualche didascalia o qualche parola di presentazione sarebbero state tempo ben speso.  Tocco di classe a mio parere, anche se pochi avranno apprezzato, la permanenza dei cadaveri sulla scena, ovvio richiamo agli usi teatrali antichi.

7)      IL PUBBLICO: nonostante i prezzi veramente bassi, che avrebbero potuto permettere a qualunque malnato di sedere tra il pubblico e menar scompiglio, la folla che si è radunata sulle gradinate per lo spettacolo era composta, oltre che da un migliaio di rappresentanti delle massime cariche istituzionali non paganti, da sinceri amanti della musica, competenti e silenziosi, che hanno facilitato col loro silenzio le riprese della Rai TV. Nutrita anche la presenza straniera, nella quale spiccavano i felicissimi belgi, primi ad applaudire ed ultimi ad andarsene.

8)      IL TITOLO: diciamocelo, il titolo dello spettacolo è tanticchia complicato, a metà tra l’aulica suggestione ed il gioco di parole di quarta categoria.

Tirate le somme, mi sento di poterlo definire un ottimo spettacolo. Chi di voi l’avesse perso e bruciasse d’invidia potrà, forse, vederlo prossimamente sulle reti Rai, o addirittura acquistarlo in DVD.

To blog or not to blog?

Un paio di settimane orsono mi trovavo seduto assieme ad un’amica ad un tavolino di un noto bar gelateria di una città che coloro che mi conoscono non faticherebbero ad individuare, se avessero la decenza di leggere questo post. La strada era semi deserta, e non avendo di meglio da fare, ci siamo inoltrati nella complicata conversazione che ora tenterò di riportare:

Lei: “Ti sei poi deciso ad aprire un blog?”

Io: “No, e non credo mi deciderò.”

Lei: “Perché? Guarda che è divertente, non c’è niente di male!”

Io: “Ma è come un suicidio a Milano Centrale: mentre ti prepari a farlo, la gente ti incoraggia; mentre lo fai, tutti si girano dall’altra parte; dopo che lo hai fatto, ti puntano contro il dito accusandoti di averli messi a disagio!”

Lei: “Beh, ma se ti piace scrivere…”

Io: “Mi piace, ma non credo di aver mai scritto nulla che possa interessare a qualcuno.”

Lei: “Non importa. Se ti va bene ti leggono, ed è divertente. Se ti va male, non fa niente, avrai messo ordine ai tuoi pensieri ed avrai applicato loro una cornice colorata. Non devi scrivere per gli altri, per essere letto: devi scrivere per te stesso.”

Io: “Io scrivo già per me stesso! Ma devi ammettere che nel momento in cui rendessi pubblico qualcosa non starei più scrivendo per me stesso. Pertanto sarebbe normale desiderare di essere letto. Comunque non ho nemmeno idee interessanti da mettere per iscritto: finirei con lo scrivere pezzi lagnosi in cui mi piango addosso!”

Lei: “Non c’è niente di male, in molti aprono un blog per piangersi addosso!”

Io: “Appunto…”

La nostra conversazione è poi proseguita su di una strada diversa, ma credo che questo piccolo estratto possa essere utile a meglio delineare il problema. Che senso ha oggi aprire un blog? A cosa serve? A cosa MI serve? Perché lo faccio?

Sono forse un nuovo Bob Dylan, che scrive per liberarsi della confusione di pensieri che gli rimbomba in testa? I got a head full of ideas/that are drivin’ me insane!

Ho forse fatto i conti, scoprendo che un blog costa meno di uno psicologo, un po’ come gli Who in Quadrophenia? Can you see the real me, doctor?

O sono forse un erede del grande Orazio, divorato dall’ossessione di essere ricordato dai posteri? Exegi monumentum aere perennius!

Più probabile che io sia un edonista/narcisista, sullo stile di Lou Reed il cui più grande piacere è vomitare vuote parole nell’etere? When I’m rushing on my run/ And I feel just like Jesus’ son!

O potrei essere il solito sfigato di provincia, quello che si è guadagnato il posto d’onore nelle canzoni di Ligabue? Sei fuoritempo/sei fuoritempo/sei come un debito scaduto…

Ma basta piangersi addosso, fa troppo “last year”. Soprattutto, basta citare testi protetti da copyright, perché anche se lo fanno tutti, poi alla fine la multa se la becca sempre il solito.

Due mesi fa, quando l’idea di aprire un blog mi è stata letteralmente messa in testa, avevo intenzione di recensire film. Poi ho smesso di andare al cinema, o almeno ci vado molto di rado. Quindi, sebbene di tanto in tanto possa comparire in questo spazio qualche recensione cinematografica (o letteraria, o videoludica), credo dovrete rassegnarvi a vederlo riempito di riflessioni sulla vita, la morte, le tasse o quant’altro potrà sembrarmi al momento dilettevole.