Voy tirando

Scrivere per non pensare

Mese: novembre, 2013

Culture will tear me apart, again…

Non sono una persona di grande cultura. Ho letto qualche centinaio di libri e imparato qualche lingua e questo è quanto. Chi di voi potesse osservare la mia biblioteca noterebbe anche un certo trend nelle mie letture, ma nulla che sia sopra la media. Orbene temo che questa pur ridotta cultura stia diventando sempre più un fardello nella mia vita di tutti i giorni.

La cultura (di qualsiasi tipo) lascia cicatrici profonde su chi le si avvicina, cicatrici impossibili da rimuovere. Ogni nuovo libro letto è come una specie di Vietnam cerebrale, con sangue, napalm e PTSD. What you’ve seen cannot be unseen. Avviene così che quella che a molti sembra la via per aprire la mente possa essere anche una via per chiudersi agli altri.

Per ogni nuova persona che incontro, la prima cosa di cui mi accorgo è se ha seguito un percorso culturale simile al mio. Se ha studiato il greco ed il latino, se sa l’inglese, se ha un’idea di cosa pensasse Platone, se si rende conto di quale grande capolavoro musicale sia Quadrophenia degli Who. Se vedo che non sa a memoria almeno un sonetto di Shakespeare, una poesia di Spoon River, un distico di Archiloco, un testo di Pete Townshend, perdo rapidamente interesse per la conversazione e più in generale per la persona. La cosa è ancora peggiore con le donne: sono più eccitato dall’idea di poter sostenere con loro una fluida conversazione in inglese che dall’idea di avere con loro rapporti sessuali. In ogni caso come potrei avere rapporti sessuali con una donna che non ha mai ascoltato “Love, Reign O’er Me“? Il tutto si ridurrebbe ad uno sterile e freddo esercizio di biomeccanica applicata.

Credo che tutto ciò sia dovuto ai moderni mezzi di comunicazione ad alla cultura massificata. In un mondo in cui chiunque può ottenere almeno un’infarinatura culturale a costo zero, in un mondo in cui ormai il genere umano somiglia sempre più ad una gigantesca hive-mind, non riesco a concepire che vi siano ancora persone che in un modo o nell’altro non abbiano ricevuto il mio stesso imprinting. Mi sembra assurdo che ciò che più ci unisce come gruppo/specie finisca anche per portare i singoli individui alla solitudine. Mi fa rabbia sentire di avere più cose in comune con un greco del 600 a.C. che con un mio concittadino.

The Hunger Games: la recensione

Quali sono i motivi che possono spingere uno sconosciuto blogger (pirla sarebbe un termine più adatto) a recensire un film dell’anno scorso? Non bastano la protagonista gnocca, Woody Harrelson nella parte di se stesso, ed una trama piena di morti ammazzati? No, probabilmente no.

Un paio di settimane fa ero al cinema con un’amica e durante i trailers è saltato fuori questo scambio di battute:

Lei: “Mi piacerebbe vedere quello!”

Io: “Quello quale? Quello con la tipa che spara le frecce?”

Lei: “Sì, The Hunger Games: La Ragazza di Fuoco™!”

Io: “Hmmmm…”

Lei: “Io il primo l’ho visto e mi è piaciuto molto!”

Io: “Ah, ecco, io non ho visto nemmeno quello…”

Silenzio, durante il quale penso che lei, in quel momento, è al cinema con me a vedere Cattivissimo Me 2 e comincio a sentirmi un po’ in debito visto che io scelgo sempre film per bambini. Divento possibilista.

Io: “Ooooookeeeeeyyyyyyy… Proverò ad accompagnarti, però tieni presente che voglio prima tentare di vedere il primo film, così so di che cosa parla!”

Lei: “Va bene, vedrai che non è male!”

Ed è così che, dopo mille peripezie, reperisco una copia di “The Hunger Games” in inglese e mi appresto a guardarla. Quando premo il tasto play sono molto prevenuto, memore dei millemila film di Harry Potter, terrorizzato dal fatto che potrebbe rivelarsi solo un altro Twilight senza vampiri, ma piano piano entro nell’atmosfera giusta e mi lascio trasportare.

Oggi, qualche giorno prima che esca il secondo film della serie, mi sembra buono e giusto postarvi la recensione del primo, di modo che possiate avere un’idea di cosa vi aspetta al cinema. Non vado per punti. Seguono spoilers.

Il primo sentimento che il film suscita nello spettatore è la noia, dovuta ad un inizio lento nel quale troppe cose vengono date per scontate, come se tutti gli spettatori avessero letto il libro. Io non ero tra quelli ed ho trovato veramente difficile affezionarmi a chicchessia fino a circa metà film. Vediamo la protagonista nella sua quotidianità, ma la mancanza di un narratore rende tutto difficile da seguire. Vi è poi la scena della scelta dei partecipanti ai Giochi, che dovrebbe suscitare suspense ma a causa della summenzionata mancanza di una qualsiasi spiegazione riguardo a chi siano i personaggi o sul perché siano vestiti a quel modo (una su tutte, Effie) non fa altro che rafforzare il senso di noia e distacco.

Le cose cominciano ad andare meglio con la comparsa di Woody Harrelson, nella parte di se stesso con un altro nome. Il film acquisisce pian piano ritmo e brio anche grazie alla progressiva caratterizzazione dei personaggi. Si arriva così, ormai catturati dal dipanarsi della trama e dalle comiche scenette tra Josh Hutcherson e Stanley Tucci, alla parte più importante e ricca di suspense, gli Hunger Games, che nonostante siano tirati un po’ in lungo risollevano il film dal senso di noia della prima parte.

Suzanne Collins ha collaborato alla sceneggiatura e si vede, nel bene e nel male. Si spiegano così tutte quelle scene che disorientano i non lettori e l’estrema fedeltà, parola per parola, di alcuni dialoghi importanti.

Gli effetti speciali visivi, tra i quali mi sento di includere il make-up di Elizabeth Banks, sono altalenanti lungo tutto il film. Se in genere sono buoni, tendono però ad essere forse troppo generici e datati in certi momenti, motivo per cui la capitale di Panem ricorda un po’ troppo la Coruscant della seconda trilogia di Star Wars. In ogni caso non vi è nulla in questo comparto che faccia del male alla pellicola.

La musica lascia qualche dubbio durante le scene più tranquille. Trasmette talvolta un senso di spaesamento, ma per il motivo sbagliato.

Gli attori protagonisti sono bravi ed in parte, e ripagano in pieno il prezzo del biglietto. Jennifer Lawrence è una convincente Katniss, recitazione posata e mai un sorriso, e se non vi piace allora in voi c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Josh Hutcherson interpreta un Peeta molto spontaneo, specialmente nelle scene leggere (l’intervista con Caesar Flickerman è memorabile), lasciando presagire un grande futuro. Woody Harrelson non ha nemmeno bisogno di recitare per dare l’idea del cinico ubriacone e Lenny Kravitz, nonostante non sia un attore, rende bene l’idea dello stilista sensibile tutto preso dall’arte. Una menzione speciale merita la povera Elizabeth Banks nella parte di Effie: riesce a mantenere una dignità sotto a tre dita di stucco, ‘nuff said.

Tra i comprimari meritano una menzione l’esplosivo Stanley Tucci, sorriso a 32000 denti nel ruolo di Caesar Flickerman, che mastica la scena come non ci fosse un domani, ed il misurato Donald Sutherland nel ruolo di Coriolanus Snow: la cattiveria non è mai stata così pacata. Wes Bentley si fa notare per il make-up e per lo sguardo terrorizzato che fin dall’inizio fa presagire i disastri in arrivo. Sospendo il giudizio sul palestrato e non molto altro Liam Hemsworth, il cui personaggio rimane (giustamente) sottosviluppato.

Per tirar le somme, mi sento di dire che nel complesso è un buon film. Come tutti i capostipiti di serie, usati in genere per stabilire certe premesse utili anche per i sequel, soffre di una certa lentezza e di un iniziale senso di spaesamento, ma si riprende in tempo e riesce a raggiungere l’obbiettivo, grazie soprattutto al pacchetto attoriale di tutto rispetto. Non v’è traccia del senso di angoscia, frustrazione e progressiva perdita di sé comunicati dal libro, ma questo è dovuto più al cambio di medium ed alla transizione dalla prima persona singolare ad un narratore onnisciente che ad altro.

Se non avete letto il libro, guardate questo film: vi colpirà e vi spingerà a leggerlo. Se poi riuscite a guardarlo prima del 27 Novembre 2013, potrete andare al cinema e vedere in stecca anche il secondo capitolo (ho letto i libri e vi garantisco che sarà fin dall’inizio molto più movimentato).

Se avete letto il libro, guardate questo film: c’è tutto quello che conta, sia dal punto di vista visivo sia dal punto di vista dei dialoghi, ed è interessante vedere come certi problemi di traduzione da un medium all’altro sono stati risolti. Ed anche per voi vale il suddetto consiglio di vederlo in stecca con il secondo (che già saprete essere molto più movimentato).

Decalogo, in 6 punti, del lettore giudizioso.

Molte persone (io per primo, e se state leggendo questo articolo probabilmente anche voi), se messe di fronte ad una libreria ben fornita, non sanno da che parte iniziare. Comprare il primo libro della più recente eptalogia fantasy o gettarsi a capofitto nei classici russi? Acquistare una antologia di poeti inglesi e scegliere un buon romanzo storico? Ebbene, per aiutare loro e me, nel corso degli anni ho approntato alcune semplici regole che troverete qui di seguito, grazie alle quali saremo in grado non solo di ridurre le perdite di tempo e soldi, ma anche di godere più pienamente dei nostri acquisti.

1)      I want my writers dead!
Questa regola, enunciata per la prima volta da Bill Hicks in merito alle rockstars, diventa sempre più attuale, fatte le debite distinzioni, anche per gli scrittori. Laddove il compianto Mr. Hicks sosteneva che solo una rockstar drogata, sessualmente promiscua e con istinti suicidi può produrre del buon rock, e pertanto la morte violenta e prematura era una buona garanzia della qualità di una rockstar, io mi limito a dire che solo la morte di uno scrittore può salvare il lettore dalla morte interiore.
I moderni scrittori infatti non si limitano a scrivere uno o più romanzi, ma si gettano sempre più sovente nella scrittura di trilogie (Suzanne Collins), tetralogie (Christopher Paolini) o addirittura eptalogie (J. K. Rowling).  Sebbene la scrittura di una storia che duri più libri possa dare grande soddisfazione al lettore e grande reddito allo scrittore (la classica situazione win/win), è ben noto che gli scrittori non sono di ferro, e più la storia è lunga, più cresce il rischio che una morte improvvisa la tronchi assieme alla vita dello scrittore.
Ho scelto non a caso tre esempi di saghe letterarie ormai felicemente concluse, di modo che voi lettori possiate riflettere. Confrontate J. K. Rowling (so che avete letto Harry Potter) con Tolkien (dovete aver letto almeno “Il Signore degli Anelli”) e ditemi come vi sentireste se anche lei fosse morta lasciando il suo lavoro a metà, in mano a degli editori senza scrupoli , e tra cinquant’anni i nostri (vostri, io sono troppo brutto per averne) figli fossero ancora qui a leggere, un capitolo per volta, la saga di Harry Potter, senza intravederne la fine, come ancora accade con l’universo creato da Tolkien, di cui ogni anno puntualmente esce un nuovo libro assemblato a partire da appunti lasciati qua e là su post-it in giro per casa.
Una lunga saga letteraria richiede un cospicuo investimento emotivo e temporale. Meglio dunque, per evitare frustrazioni, leggere solo libri di scrittori morti. O se proprio non potete evitare, come me, di leggere le moderne saghe letterarie (degli scrittori nominati sopra ho letto, o sono in procinto di leggere, praticamente tutto), aspettate almeno che di quelle saghe sia stata scritta la parole fine.

2)      Un buon libro si vede dalla copertina!
Non lo ripeterò mai abbastanza. Un libro con una copertina brutta o trascurata spesso non vale la pena di essere letto. La copertina è la prima cosa che un potenziale lettore vede, e gli editori lo sanno. Se non si prendono la briga di assumere un buon disegnatore, spesso è perché non hanno fiducia nella bontà del testo. Lo stesso dicasi per le rielaborazioni grafiche di immagini: se non è un saggio od un romanzo storico, lasciatelo dov’è.
Morale: quando cercate qualcosa da leggere, cercate una bella copertina. Avvicinatevi alle copertine brutte solo dopo aver letto le recensioni.

3)      Evitate rapporti sessuali, stupri e violenze.
Se un libro utilizza il sesso (“50 sfumature di etc. etc.”), gli stupri (“I pilastri della terra”) o la violenza (di nuovo “I pilastri della terra”) in modo gratuito, con descrizioni troppo grafiche, generalmente non è un buon libro. Oppure finirà per stancarvi (ho abbandonato “I pilastri della terra”, un ottimo libro, a metà, dopo l’ennesimo stupro).
In ogni caso i rapporti sessuali e le scene di estrema violenza sono difficili da descrivere e tendono a sfuggire di mano, ottenendo spesso l’effetto contrario da quello desiderato dall’autore.

4)      Chiedete almeno il testo a fronte!
Il mondo è già abbastanza scrauso così com’è, perché dunque autoimporci l’orrore di una traduzione fatta male? Cercate sempre di procurarvi i libri in lingua originale, se siete in grado di leggerla, e ne verrete ricompensati.

5)      Il finale non conta!
Non importa se i vostri amici hanno già letto i migliori dieci libri usciti quest’anno, per poi spoilerarveli brutalmente. Non importa se ormai vi siete visti lo sceneggiato della BBC con Rupert Everett. Non importa se siete andati su Wikipedia per informarvi su di un libro e non avete resistito alla sezione “Plot”. Un buon libro avrà sempre qualcosa da darvi, anche se ne conoscete già il finale. Quello che conta (frase trita e ritrita) è il viaggio, non la meta! Un libro sarà buono proprio perché, nonostante conosciate già il finale, e nonostante vi sembri un finale pessimo, o lontano dai vostri gusti, leggendolo dall’inizio alla fine vi farà cambiare idea.

6)      Chiudete un libro ed andate al cinema!
Se vi attenete strettamente alla regola 1, è molto probabile che, prima ancora che possiate comprare una saga letteraria (perché questa non è stata ancora conclusa), ad Hollywood ne abbiano già tratto almeno un film. Ebbene, andate al cinema e guardate quel film. Un film tratto da un libro è un ottimo indice, fatte le debite proporzioni, di cosa si possa trovare in quel libro.
Io ho guardato la settimana scorsa il primo film tratto dalla saga “The Hunger Games”. L’ho guardato controvoglia perché pensavo che fosse una specie di “Twilight” senza vampiri. Invece, vi ho trovato sbudellamenti, esplosioni, miseria e disperazione. Mi ha convinto ad acquistare il libro.
Se riuscirete ad interiorizzare la regola 5, potrete trarre il massimo beneficio da questa regola 6 ed, a fronte di un paio d’ore spese al cinema, magari in compagnia dei vostri amici o della vostra morosa, potrete girare anche voi tra gli scaffali delle librerie con una pletora di informazioni in più ed evitare, finalmente, di sprecare soldi e tempo con libri di scarsa qualità.