Voy tirando

Scrivere per non pensare

Mese: novembre, 2014

Problemi di coppia

Fino a poco tempo fa ero un ragazzo ingenuo. Non vedevo. Non sapevo. Non avevo mai avuto problemi di coppia, non facendo parte di una coppia, e credevo che, perdurante nonostante i miei sforzi questo stato di cose, avrei continuato a rimanerne esente.

Mi sbagliavo.

Il problema è che, per quanto tu (e qui il tu significa io [ma se vuoi anche tu]) possa essere un nerd sfigato che con una donna non riesce ad andare oltre il buongiorno/buonasera (e comunque solo dopo il terzo appuntamento), ti troverai inevitabilmente immerso in una società formata da gente di successo che non ci pensa due volte ad instaurare relazioni amorose e coabitazioni more uxorio. Come diceva il Belli buonanima, “E doppo? Doppo viengheno li guai.
Ebbene sì, per quanto belli, ricchi e di successo i vostri amici possano essere, anche loro incapperanno invariabilmente nei problemi di coppia. I loro problemi di coppia, poi, per proprietà transitiva diverranno anche i vostri (e qui il vostri significa nostri) e voi (e qui il voi significa noi), che non sapete nemmeno distinguere il lato A di una donna dal lato B, sarete costretti a soffrire a causa di problemi che non vi tangono minimamente.

Ma passiamo ad un esempio pratico. Roberto e Giada (nomi del tutto reali e non modificati di miei [e qui il miei significa proprio miei] amici) si amano. Si amano a tal punto da dimenticare anni ed anni di memoria collettiva e di battaglie per il divorzio e decidere di andare a convivere. Roberto e Giada erano persone normali prima della convivenza, con esigenze normali e problemi normali. Ora sono cambiati. Ora le esigenze ed i problemi li affrontano insieme. Però… Però… Però c’è un però che rende questo quadretto romantico odioso per chiunque gli stia intorno: Roberto e Giada parlano, purtroppo non solo tra loro. Ed è così che, in men che non si dica, quelli che erano minuscoli problemucci di coppia diventano orribili tragedie pubbliche: quanto spesso va di corpo lui, a che livello della Bristol Stool Scale le sue feci si inseriscano, quanto lei sia stonata sotto la doccia, quanto lui sia ridicolo mentre annaffia le begonie in accappatoio fuchsia, quanto sia duro il polpettone che lei prepara la domenica etc. etc. etc.

Questo comportamento, che inserito in una sit-com qualsiasi le farebbe ottenere un buon successo di pubblico, nella vita reale funziona al contrario. Di fronte ad una coppia di amici che parla dei piccoli problemi quotidiani, la digestione si blocca, il vino perde sapore, l’euforia alcolica si smorza e, nei casi peggiori, ci si ritrova a serata finita, sulla via di casa, a cercare di autoconvincersi che le donne (o gli uomini, a seconda del vostro genere e dei vostri gusti) sono il male e che si sta meglio da soli.

Insomma, per concludere: Robi, Giadina, vi voglio bene, ma se volete che anch’io in futuro abbia una vita coniugale, vi prego, per ora, mantenete il più stretto riserbo sulla vostra!

Per Natale vorrei…

A volte mi prende la voglia di scrivere un bel post denso di pathos e dramma emozionale. Vorrei scrivere di come mi sento solo senza una presenza femminile nella mia vita, di come la mia vita sia vuota e senza uno scopo, di come mi senta non solo inutile ma addirittura parassitario, di come ogni nuovo giorno che Dio manda su questa terra rafforzi in me la convinzione che la morte sia la condizione che più si addice a gente come me. Stavo per scrivere un post del genere anche adesso. Poi ho pensato ai poveri spam-bots (cino-coreani) e alle povere spam-bottane (giappo-vietnamite) che frequentano in mio blog impestando la sezione dei commenti con internet-scams vagamente mascherate da offerte commerciali. Non credo la prenderebbero bene nel vedermi crogiolare nella più nera disperazione. Non credo la prenderebbero. Punto.
Ecco perchè, invece di parlare di quanto la mia vita faccia schifo, ho deciso invece di scrivere la mia wish-list per questo Natale. Lo so, abbiamo da poco passato la metà di Novembre e, come disse Clementine, sono “peggio di un centro commerciale”, ma che ci volete fare: il saggio dice estote parati.

Per iniziare, un desiderio facile facile: vorrei che tra Italia e Francia non ci fossero deragliamenti ferroviari il giorno di Natale. Ho sempre odiato l’aereo e, ogni volta che vado in vacanza, se possibile scelgo il treno. I vantaggi sono numerosi. Innanzitutto il panorama: riuscire a distinguere le persone fuori dal finestrino può sembrare futile, ma un volo di 8 ore sopra l’Atlantico vi farà cambiare idea. Dipoi, il ridotto tasso di mortalità: che ce lo so che i disastri aerei sono un numero infinitesimale rispetto al numero dei voli, ma il fatto che non sopravviva mai nessuno me li rende particolarmente odiosi, mentre nei disastri ferroviari ci sono buone possibilità di sopravvivenza. Tertium, la possibilità di socializzare: in aereo si è bloccati al proprio posto, mentre sui treni a lunga percorrenza ci sono il bar, il ristorante e la pausa sigaretta in stazione. Per tutti questi (ed altri) motivi il giorno di Natale sarò in treno diretto a Parigi. Per questi (ed altri) motivi gradirei che il treno non avesse incidenti.

Il mio secondo desiderio è un po’ più egoistico: vorrei che Meghan Trainor perdesse la voce. Mi ha semplicemente rotto il cazzo. Ok, ha ragione, agli uomini piace afferrare (e non solo afferrare) un bel culo abbondante ogni tanto, ma finisce lì. Non c’è bisogno di farne una canzone e spaccare i coglioni per dei mesi. Tanto più che tra la faccia da strega assetata di soldi e la voce eccitante come il suono delle unghie su di una lavagna, il culo grosso dovrebbe essere l’ultimo dei suoi problemi. Dai cazzo! E non fatemi parlare del suo accento: ma dove cazzo è cresciuta, a Trenchtown?

Come terzo desiderio, vorrei che non mi si rompessero i lacci delle scarpe mentre sono in vacanza. Trovare il laccio giusto per la scarpa giusta era già difficile nel secolo scorso, ma ora che la moda maschile ha sdoganato i lacci colorati anche sulle scarpe classiche, sostituire un laccio rotto è diventata un’odissea. Se a questo aggiungiamo che nessuno vende colori che non siano ocra e testa di moro…

Il quarto desiderio è la neve. Non potete immaginare quanto sono stanco degli inverni senza neve. Nessuno può capire cosa voglia dire, la sera di Natale, assiderare in un vicolo, con le mani che sanguinano per il freddo, e nemmeno un fiocco di neve. Robe che se qualcuno ti fa una foto, l’anno dopo non capisci più se è stata fatta in inverno o in estate.

Il quinto desiderio è il più egoistico (amorale direi) di tutti, ma d’altra parte questa è la mia lista. Vorrei passare la sera di Natale in compagnia.

Cooper became unstuck in time

Sabato sera, in mancanza d’altro, si è deciso di andare al cinema. A dire la verità le emozionanti alternative non mancavano: una passeggiata coi piedi a mollo lungo il Po (per i posteri: sera del 15 Novembre 2014, Cremona [e non solo] è sull’orlo dell’alluvione), una scampagnata in centro a vedere le stelle (sempre per i posteri: sera del 15 Novembre 2014, nuvole e pioggia abbondano), una gita al più vicino pub per intossicarsi con gli alcolici più vari… In ogni caso, al cinema c’era uno di quei rari film che mettono d’accordo più di quattro persone in una compagnia di cinque e non potevamo lasciarcelo sfuggire.

Il film in questione si chiama “Interstellar”, è diretto da Christopher Nolan e dura 3 ore buone. Se fossi un cretino qualunque tenterei di spiegarvelo, ma poiché sono un cretino sui generis ho capito che mi conviene evitare. La trama è assai complessa, ed una sua esposizione per iscritto la sciuperebbe. Lo stesso si può dire degli effetti speciali. In verità tutto il film è estremamente complesso, dalle lacrime di Anne Hathaway (che tra “I Miserabili” e “Interstellar” ha ormai perso la capacità di sorridere) all’orizzonte degli eventi del buco nero, ma riesce in ciò in cui film del genere in passato hanno miseramente fallito: non solo è più complesso della somma algebrica della complessità delle sue parti, è anche migliore della somma delle sue parti. Non mi soffermo sul cast, così (giustamente) zeppo di grandi attori et attrici da far venire la nausea. Insomma, come i lettori con più di un neurone hanno già capito, faccio parte del partito degli ammiratori di “Interstellar”. L’unico vero neo della pellicola, di cui, come me, vi renderete conto il giorno dopo, è a mio parere il “Piano B” che proprio non sta in piedi, e non per motivi tecnici. Che posso fare dunque per esprimere ciò che sento riguardo questo film? La cosa che faccio sempre: parlare d’altro.

Negli anni ’80 William Gibson, un tizio molto particolare, scrisse un interessante racconto intitolato “Hinterlands”. Difficile spiegare “Hinterlands” a chi non l’abbia letto, ed ancora più difficile spiegarlo a chi l’abbia letto. Vi basti sapere che parla di morte, auto-distruzione, disperazione, incomunicabilità (anche con se stessi) e solitudine. La lettura adatta per chi non riesce a decidersi a tagliarsi le vene (spoiler alert: le vene tagliate sono parte integrante della trama). Ed è ambientato nello spazio. Ebbene, in “Interstellar” ho trovato molto di questo racconto.

Qualche decina di anni prima un altro tizio molto particolare, Kurt Vonnegut, scrisse un romanzo breve, “Slaughterhouse-five”. Molto più semplice da spiegare rispetto al racconto e al film di cui sopra, ma comunque molto interessante. Vonnegut immagina un uomo che viaggia nel tempo, avanti e indietro, senza poter mai scegliere quando partire e quando arrivare. Gli alieni, dai quali per un breve periodo è stato rapito, gli hanno spiegato che il tempo non è nulla più che una normale dimensione lungo la quale muoversi, e che la morte non è che un punto del tutto trascurabile. Non so perché (meglio, lo so ma non ve lo dico), anche questo libro mi sembra avere qualcosa in comune con “Interstellar”.

Per procedere poi con una nota in calando, quelli di voi che avranno visto “The Butterfly Effect”, film di qualche anno fa con Ashton Cutcher, sanza infamia e sanza lodo, in “Interstellar” si sentiranno a casa.

Dunque, per concludere, come dice il famoso proverbio africano: non importa che tu sia leone o gazzella, l’importante è che questo week-end tu corra a vedere “Interstellar”, che è una figata pazzesca e merita i tuoi 7,50 euro molto più di un “Dracula Untold” qualsiasi.

1Q84: dentro e fuori.

Come al solito arrivo in ritardo. Senza sapere bene come nè perchè, non avevo mai letto un libro di Murakami Haruki. Senza sapere bene come nè perchè, ho deciso di iniziare da 1Q84. Per chi non fosse un intellettuale di sinistra (o un giapponese), specifico che mi riferisco ad un fermaporta cartaceo di 1058 pagine: roba che può provocare seri danni alla vostra integrità fisica, se vi cade addosso da più di un metro di altezza.
Come ho già detto, sono arrivato in ritardo. Pertanto non posso scrivere una recensione. Ci hanno già pensato gli intellettuali di sinistra (e i giapponesi). Peccato che la maggior parte dei lettori, almeno di quelli che poi hanno scritto una recensione, non ci abbia capito un cazzo. Si tratta di un problema comune a tutti i fermaporta cartacei di questo mondo: faticano a farsi capire dalle menti ristrette. C’è poi da tenere a mente che molti reviewers non vanno di solito oltre la lettura del titolo.
Non posso scrivere una recensione, sono fuori tempo massimo. Non ho nemmeno voglia di lanciarmi in una compita disamina della struttura del romanzo, dei generi nei quali rientra e delle modalità espressive figlie della postmodernità. Non posso scrivere una recensione, ma posso fare di meglio: posso dirvi cosa c’è, dentro il fermaporta cartaceo. Posso anche dirvi cosa non c’è. Per non rovinarvi la lettura, però, lo farò in modo contorto, spoilerandovi tramite altri libri.

In:
IT: il sesso come motore ed origine di tutte le cose. Davvero, rapporti sessuali come se piovessero. Fisici, metafisici e patafisici. Legali e anche no. “Normali” e “perversi (per dirla all’inglese: kinky)”. Ma la cosa che più mi ha stupito (mi ha letteralmente fatto sbroccare) è che non solo scorrono benissimo, come il quarto bicchiere di gin in un disco pub newyorkese anni ’80 la notte prima di tornare a casa (more on this in another post), ma sono anche incoercibilmente legati alla trama. Murakami prende la lezione di King e senza fatica lo supera, facendo diventare il rapporto sessuale non solo un meccanismo di plot advancement, come in IT, bensì un meccanismo di content delivery. Il sesso in 1Q84 è per il lettore come Steam sul computer di un accanito videogamer: consegna all’utente contenuti che altrimenti sarebbero molto più faticosi da reperire. Ho provato ad immaginare 1Q84 un po’ meno pervaso dal sesso, ma non mi è stato possibile.
Vanity Fair: Dobbin & Amelia Sedley, invertiti. I protagonisti si cercano per vent’anni, tra gli alti e bassi delle loro rispettive vite, innamorati persi, e quando finalmente si trovano il libro finisce in maniera tutto sommato positiva. Il paragone con i protagonisti (o per dirla con W.M. Thackeray, i non protagonisti) di Vanity Fair è inevitabile.
I Fratelli Karamazov: stavolta il Grande Inquisitore ottiene una parte centrale. Non scherzo, salta fuori più o meno a metà del secondo libro (di tre), calamitando non solo l’attenzione della protagonista, ma anche quella dei lettori. Come nel racconto di Vanka Karamazov, è un personaggio estremamente complesso e sfaccettato, shakespeariano, che si è caricato un peso enorme sulle spalle, per senso del dovere e del destino, anche se sa già che in fondo non servirà a nessuno.
Alice nel Paese delle Meraviglie: senza Bianconiglio. O forse con. In 1Q84 i mondi si sovrappongono e si mischiano, ma come Alice arrivò nello strano paese tramite la tana di un coniglio, anche i protagonisti di questo romanzo cambiano scenario attraverso dei pertugi più o meno naturali. Una scala d’emergenza della tangenziale, uno scivolo, i rami degli alberi in una notte ventosa.
Attraverso lo Specchio: beware the Jabberwock. Un mostro si cela nell’ombra, pronto ad afferrare i protagonisti mentre si preparano a fuggire. Un mostro orribile, ma paziente ed intelligente, che sembra modellato sulle famose illustrazioni ottocentesche a Through The Looking Glass. Una sorta di ultima prova da superare prima di potersi mettere al sicuro.

Out:
1984: probabilmente l’unico libro che veramente non c’entra un cazzo. Probabilmente uno stunt pubblicitario, per attirare l’attenzione della stampa e dei lettori. Avendo letto sia 1984 che 1Q84, posso dire che il secondo avrebbe potuto chiamarsi anche 1Q85, o 1Q76, senza alterare il senso complessivo dell’opera.

Recensione cinematografica: “Dracula Untold” (sticazzi)

Torno finalmente al blog dopo mesi di assenza. Non avrei voluto tornare, sono molto pigro, ma in questi giorni sono successe due cose che mi hanno fatto cambiare idea.

La prima e più importante: ho controllato i commenti. In questi mesi ben 80 spam-bots cino-coreani hanno commentato il mio blog. La mancanza di articoli nuovi li ha purtroppo ridotti a commentare sempre gli stessi vecchi articoli, cosa molto probabilmente noiosa anche per il più elementare spam-bot. Con i loro migliori interessi in mente, ho pertanto deciso di scrivere qualcosa di nuovo: non posso certo lasciare a bocca asciutta i miei più fedeli followers.
La seconda, molto meno importante: ieri sera ho visto “Dracula Untold”. Ebbene, pur essendo conscio che solo gli spam-bots cino-coreani più ignoranti seguono questo blog, ritengo sia mio dovere morale recensire questo film, per permettere loro di imparare dai miei errori. Segue recensione.

Da quando Polidori scrisse il suo breve romanzo sui vampiri, il genere vampiresco si è fatto sempre più strada nel cuore degli amanti dell’horror. Recentemente però, seguendo l’ondata di correttezza e buoni sentimenti che sta affondando nello zucchero la cultura occidentale (non “nero”, ma “diversamente bianco”; non gay, ma “diversamente eterosesuale”; non assassino, ma “diversamente innocente”), anche i vampiri sono cambiati. Da cadaveri rianimati assetati di sangue, sono diventati simpatici adolescenti assetati di figa amore. Ora, con “Dracula Untold”, abbiamo un nuovo step nella trasformazione: il vampiro come santo/supereroe.

La trama è fin troppo lineare. Vlad l’Impalatore diventa vampiro e stermina un milione di turchi (no, sul serio, tutta l’armata turca dal più insipido stalliere al Sultano) per salvare la propria famiglia (che muore comunque). Se cercate qualcosa di più complicato, il film di Peppa Pig è nella Sala 4. Nonostante la semplicità però, i buchi sono tanti. In una scena il prode Vlad si reca in una grotta montana a cavallo, due scene dopo decide inspiegabilmente di tornarci a piedi, scalando una parete a piombo di mille metri, mentre grida a squarciagola: “Manolo fammi una sega!”. In altre scene, San Vlad il Ciucciatore squarcia il collo dei nemici (e non solo) per berne il sangue: peccato però che all’inquadratura successiva i cadaveri siano puliti e privi di ferite. Il finale poi riesce in pochi secondi a rendere buona parte del film incomprensibile (e a minacciare l’ormai inevitabile sequel).

Il comparto visivo scorre lungo tutto lo spettro, da splendidi paesaggi montani inquadrati in una suggestiva luce vespertina a sfuocature dell’inquadratura buttate lì un tanto al chilo, tanto per far vedere che la telecamera non sta filmando da sola. Gli effetti speciali sono buoni, anche se non c’è niente che vada oltre il normale mestiere. I costumi sono molto belli e abbastanza credibili, pur senza mostrare niente di speciale. Le scene di massa non sono niente di che ed anzi, a tratti, fanno a pugni con la logica (vedi l’esercito turco che di corsa carica la breccia nelle mura da 3 km di distanza).

Il ritmo, infine, è abbastanza lento. Questo, unito alla prevedibilità della trama (“Non bere sangue o la maledizione sarà eterna” *glu, glu, glu, burp* “Che stavi dicendo?”), a personaggi di contorno privi di interesse o addirittura odiosamente antipatici (e sto parlando con te, Fratello Lucian), o peggio ancora spuntati dal nulla senza alcuna spiegazione (Renfield lo svitato veneratore di vampiri), vi farà desiderare di essere altrove.

Se siete fans dei cari vecchi vampiri, quelli che invece di limonare adolescenti problematiche portano morte e distruzione in giro per l’Europa, questo film non fa per voi. Con quello che costa il cinema al giorno d’oggi, è meglio che i soldi li andiate a scommettere sui cavalli, o che li impieghiate per comprare dell’eroina di qualità dal vostro pusher di fiducia.