Voy tirando

Scrivere per non pensare

Mese: dicembre, 2014

Partire è un po’ come andare da un’altra parte.

Visto che domani parto per le immeritate vacanze invernali, ho pensato fosse bene scrivere qualcosa per celebrare il momento. Non volendo parlare di buoni propositi per l’anno nuovo (che uno si ripropone sempre la solita triade: smettere di bere, smettere di drogarsi, iniziare a scopare), e non volendo nemmeno stordirvi con una lista di cose che voglio fare/vedere in vacanza, ho deciso di buttarla sul filosofico e di spiegarvi cosa significa per me partire.

Ebbene, partire per me significa smettere di esistere. Io non vado a Parigi (o a Berlino, o a Cinisello Balsamo), io esco dalla realtà. Al contempo, un Altro, uguale a me, entra nella realtà. L’Altro vive al posto mio per quei pochi giorni in cui io sono via. Poi, finito il viaggio, esce di scena e ritorno io.

A volte la sostituzione è improvvisa. Prendo un aereo vicino a casa, e l’Altro scende dall’aereo a destinazione. Non me ne accorgo. A volte è graduale. Salgo sul treno, e gli spigoli vivi dei sedili scambiano a poco a poco parti di me con parti dell’Altro. Posso quasi percepire il cambiamento (o forse è il dolore articolare).

L’Altro ed io non siamo molto amici. Lui fa scelte che non sempre condivido. A dirla tutta, io dell’Altro a volte ho un po’ paura: non so mai come reagirà davanti ad una situazione. Ma non è cattivo, è solo più impulsivo di me.

Ogni volta, prima di partire, mi trovo a smettere di fare ciò che sono abituato a fare, perchè so che mentre sarò via l’Altro avrà priorità diverse. Inoltre, c’è sempre il rischio che io non riesca a tornare. Finora mi è andata bene.

Come ho detto all’inizio, domani parto. Salutatemi l’Altro, se lo vedete in giro. Lui vi scriverà cartoline, firmando col mio nome, salutandovi per conto mio. Come ho detto, in fondo l’Altro è una brava persona.

Annunci

Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate

Ieri sera ci sono cascato di nuovo: sono stato truffato. Un’amica mi ha invitato al cinema, promettendomi una serata divertente con “Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate”. Al grido di: “Finalmente hanno sdoganato i porno nei multisala!”, immaginandomi cinque tipe coperte solo da armi e striminzite armature che combattono nel fango, ho accettato di buon grado. “Sta a vedere”, pensavo, “che poi magari si tromba pure!”. Purtroppo si trattava dell’ennesimo film di Peter Jackson.

Ebbene sì, pur avendo iniziato a metà novembre a dire in giro che “col cazzo che ci vado a vedere quel film dimmerda, stavolta non mi freghi, Pete!” ho acconsentito, nonostante le delusioni sempre più profonde ammollatemi dei precedenti due film, a vedere anche l’ultimo della trilogia dello Hobbit.

Non voglio dilungarmi su quando sia sbagliato inventare personaggi che non c’entrano un cazzo con la storia originale e spargerli a badilate in ogni scena come uno stradino che tenti invano di colmare di catrame le buche di una strada di campagna a metà dicembre.

Non voglio nemmeno parlare delle numerosissime violazioni palesi, immotivate e completamente evitabili alle leggi della fisica, come un drago che sale di due o trecento metri in aria, partendo da terra, senza muovere le zampe nè sbattere le ali, tipo un pattinatore su una pista verticale invisibile, o come un tizio (Legolas, e chi altro?) che usa come una scala delle pietre che cadono, manco fosse un incrocio tra Super Mario Bros. e Gesù Cristo, camminandoci sopra in maniera da violare tutte le legi della fisica conosciuta, nessuna esclusa.

Non voglio neanche soffermarmi sulle innumerevoli scene messe lì solo per:
a) migliorare l’effetto in 3D;
b) far ridere i bambini in sala;
come quelle in cui il solito Legolas cavalca ogni creatura d’Iddio e si lancia in imprese volte solo a rendere involuti e complicati anche i più monotoni compiti di tutti i giorni, gridando: “Rube Goldberg mi fa una segaaaaaaaaa!” e purtroppo salvandosi ogni volta. Vale per le sue scene di combattimento il commento fatto a tutti i nemici di James Bond: ma non è meglio se lo ammazzi e basta?

No, davvero, non mi soffermerò nemmeno sui buchi nella narrazione, quali capre che spuntano dal nulla proprio quando i nani hanno bisogno di cavalcature e nani morti che un momento sono qui, poi sono lì, poi di nuovo qui.

Insomma, non mi soffermerò su niente, e lascerò che l’ennesimo scempio alla memoria di un grande scrittore cada nell’oblio che merita.

Ma una coltellata no?

Ci siamo quasi, è di nuovo quel meraviglioso periodo dell’anno, siamo finalmente nelle due settimane prima del 31 Dicembre. Capodanno. Questa parola che ai più fa venire i brividi ma che ad alcuni particolarmente sensibili mette in moto le manie suicide (Capodistria no, questa fa venire in mente solo reminiscenze irredentiste). Ricordo di aver letto quest’estate un libro di Nick Hornby che cominciava proprio con un tentativo di suicidio a Capodanno (e visto che lo chiedete a gran voce vi dico subito che si trattava di A Long Way Down).

So che probabilmente lo avrete già sentito dire da chiunque, ma Capodanno è così orribile per molti perchè si tratta di quell’unico momento in tutto un anno in cui si è obbligati a divertirsi. Unico davvero se ci pensate. Potete affogare in una pozza del vostro stesso sangue fuori da una chiesa la vigilia di Natale senza che nessuno si lamenti, ma se non fate qualcosa di assolutamente speciale a Capodanno preparatevi a sentirne di ogni.

Una strana e triste forma di pressione sociale obbliga il mondo intero ad organizzare le peggio stronzate per il 31 Dicembre, per timore di non aver niente da dire agli amici il week-end successivo (perchè il giorno seguente se gli va bene non staranno nemmeno in piedi). Pensateci bene, guardate dentro voi stessi, e provate a dirmi in tutta sincerità che ciò che farete tra il 31 Dicembre e l’1 Gennaio è veramente ciò che desiderate. Vi do tutto il tempo di cui avete bisogno, tanto so già che non ce la farete.

L’unico modo di scampare a tutta questa pressione, salvando la faccia di fronte agli amici e sentendovi a posto con voi stessi, è il certificato medico. Una tonsillite vi autorizza ad essere giù di morale mentre accompagnate gli amici in discoteca, mentre l’ebola (od un’altra febbre emorragica a scelta) vi autorizza ad autoescludervi da feste e cazzate varie. Non tutti però sono deboli di gola, o possono permettersi un paio di settimane di volontariato in Liberia. Dunque come fare? Ovviamente la cosa migliore è una coltellata ben piazzata: non solo potrete starvene caldi e tranquilli a riposare all’ospedale, ma quando uscirete (se uscirete) potrete mostrare a tutti la cicatrice e raccontare con orgoglio di come siete scampati alla morte (le solite cose tipo: “Io ho perso un litro e mezzo di sangue e ho fatto un mese in terapia intensiva, ma dovreste vedere com’è conciato l’altro!”).

Io per mio conto mi troverò all’estero, da solo, al freddo, probabilmente senza cibo. Mi ritroverò lungo qualche vialone completamente ubriaco alle 06:00 di mattina, senza aver fatto nulla che valga la pena di ricordare. Tutto per poter dire al ritorno le solite frasi fatte del tipo: “Parigi è bella ma non ci vivrei.”; “Hanno dei bei ristoranti, ma come si mangia in Italia…”; “Come fanno festa lì non la fanno da nessuna parte!”; “Le parigine sono delle figone pazzesche, e molto disponibili!”. Se non fossi così poco fantasioso (se non fossi altresì un nerd sfigato) potrei anche inventarmi qualche assurda prodezza (un threesome con due gemelle estoni sarebbe l’ideale, con bonus per l’invenzione di posizioni impossibili da un punto di vista anatomico), ma in quest’epoca di smart-phones e wi-fi credo che sarebbe difficile spiegare l’assenza di testimonianze fotografiche…

In ogni caso sarà sempre meglio che rimanere da solo in casa e il giorno dopo non poter dire altro che: “Alle 10:00 mi sono rotto di aspettare e sono andato a letto…”. Con un Capodanno del genere non ti invidierebbe nemmeno un ostaggio dell’Isis.