Partire è un po’ come andare da un’altra parte.

di lucanos87

Visto che domani parto per le immeritate vacanze invernali, ho pensato fosse bene scrivere qualcosa per celebrare il momento. Non volendo parlare di buoni propositi per l’anno nuovo (che uno si ripropone sempre la solita triade: smettere di bere, smettere di drogarsi, iniziare a scopare), e non volendo nemmeno stordirvi con una lista di cose che voglio fare/vedere in vacanza, ho deciso di buttarla sul filosofico e di spiegarvi cosa significa per me partire.

Ebbene, partire per me significa smettere di esistere. Io non vado a Parigi (o a Berlino, o a Cinisello Balsamo), io esco dalla realtà. Al contempo, un Altro, uguale a me, entra nella realtà. L’Altro vive al posto mio per quei pochi giorni in cui io sono via. Poi, finito il viaggio, esce di scena e ritorno io.

A volte la sostituzione è improvvisa. Prendo un aereo vicino a casa, e l’Altro scende dall’aereo a destinazione. Non me ne accorgo. A volte è graduale. Salgo sul treno, e gli spigoli vivi dei sedili scambiano a poco a poco parti di me con parti dell’Altro. Posso quasi percepire il cambiamento (o forse è il dolore articolare).

L’Altro ed io non siamo molto amici. Lui fa scelte che non sempre condivido. A dirla tutta, io dell’Altro a volte ho un po’ paura: non so mai come reagirà davanti ad una situazione. Ma non è cattivo, è solo più impulsivo di me.

Ogni volta, prima di partire, mi trovo a smettere di fare ciò che sono abituato a fare, perchè so che mentre sarò via l’Altro avrà priorità diverse. Inoltre, c’è sempre il rischio che io non riesca a tornare. Finora mi è andata bene.

Come ho detto all’inizio, domani parto. Salutatemi l’Altro, se lo vedete in giro. Lui vi scriverà cartoline, firmando col mio nome, salutandovi per conto mio. Come ho detto, in fondo l’Altro è una brava persona.

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