Voy tirando

Scrivere per non pensare

Mese: febbraio, 2015

The Unfortunates (ain’t talkin’ ‘bout us this time)

What makes a good book? In the case of “The Unfortunates”, written by Bryan Stanley Johnson, it’s probably the fact that it isn’t a book, but a disconnected collection of memories in a box. This also makes it very difficult to explain.

The physical form of the experience is some sort of box with 27 clumps of pages inside. You get to know which goes first and which goes last, and then you read the other 25 in any order you like. It sounds very experimental, in fact it isn’t. Suppose you want to let another person see your mind, as it is, without filters. This would be the case. No stream of consciousness, just consciousness itself on paper. Take that, James Joyce!

The contents are another story. As a matter of fact, I didn’t know you could write “french letters” in a book as late as 1969 and be understood by readers. The pain and death are universals though, so there’s no need to explain what’s all the book about. A passing smile here and there, and brief descriptions of mundane things.

Conveying what it is that makes it special would be special in itself.

More likely I don’t want to write about it anymore.

Just read it already.

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You say New York, New York is dangerous…

Visto che la mia situazione sentimentale è “esco a cena con due ragazze contemporaneamente perchè tanto non c’è trippa per gatti”, posso comodamente spendere un’oretta del mio tempo, che avrei altrimenti dovuto dedicare a cercare un regalo all’ultimo momento per la mia potenziale girlfriend, per parlarvi di New York. Questo sarà un post vagamente onirico, sconnesso e non garantisco la consecutio temporum.

Partiamo dal presupposto che descrivere New York è difficile. Ognuno, me compreso, nasce con già prestampata un’immagine mentale di questa città, un’immagine che nemmeno l’incontro con la città reale può scalzare. Per chi non c’è mai stato New York è soprattutto uno stato mentale, il non luogo dove tutte le cose più strane prendono forma. Si tratta di un’immagine così forte che anche metre scrivo mi sta costantemente davanti.

Per riuscire a descrivervi meglio il posto, inizierò con lo spiegarvi come ci sono arrivato. Un giorno, a pranzo, ho annunciato che sarei andato ad Istanbul in treno. Tre settimane dopo, cedendo alle pressioni dei familiari che ritenevano quella città troppo pericolosa (erano i tempi degli eroi e delle leggende, erano i tempi dei moti di piazza in Turchia), ho accettato di accompagnare un’amica di mia madre e sua nipote a New York. Di loro posso solo dire che sono persone ottime, ma con interessi diversissimi dai miei: questo però l’ho capito pienamente solo in loco. E fu così che a metà Luglio 2014 mi sono imbarcato su un volo Delta Airlines per l’America.

New York ti stordisce subito, fin dall’arrivo, quando l’aereo si avvicina all’aeroporto e tu dal finestrino vedi gli Hamptons e le scie dei motoscafi nell’Atlantico, e cominci a chiederti se non era meglio andare direttamente negli Hamptons invece che in una caotica metropoli piena di macchine. L’aeroporto JFK poi è una trappola per turisti claustrofobici: c’è una linea della metropolitana a basso costo con la quale arrivare a Manhattan, ma guarda caso il mezzo più segnalato è il taxi. Il costoso taxi.

Dialogo (vero e senza tagli od omissioni) tra me (abbreviato in L) ed il taxista pakistano (abbreviato in T):

T – So, how do you like my driving skills?
L – Well, I’d say you are a good driver: thirty minutes in the traffic, and we haven’t crashed yet.
T – You know what they say of New York taxi-drivers: if you don’t have an accident a day, you are doing it wrong!

Il mio albergo era più cool di quello delle signore. Avevo un rooftop bar affollato di gente ogni sera e nonostante la mi stanza fosse delle dimensioni di una cella singola a Rebibbia era nondimeno dotata di tutti i comfort del caso. L’unico appunto che mi sento di fare riguarda l’acqua del rubinetto, così addolcita da risultare corrosiva per la pelle e praticamente inutilizzabile dal corpo: più ne bevevo più mi veniva sete. E pure la doccia, che costringeva a far scendere il getto massimo di acqua fredda prima di poter aprire la calda, non era il massimo. E le finestre erano anti suicidio, e non si aprivano più di una spanna. Il personale invece era gentile e preparato, e l’impressione complessiva era ottima. Era poi situato in una zona centralissima, sulla East 39th street, che mi permetteva di uscire al mattino, girare a destra ed avviarmi verso Park Avenue, 5th Avenue e tutto ciò che di artistico museale c’era da vedere e di uscire la sera, girare a sinistra ed avviarmi verso la 3rd Avenue e i vari pubs nei quali conoscere la fauna locale.

La città non è come voi la immaginate. Certo, molte delle cose che avete letto o sentito sono vere, ma sono i particolari che vi fanno capire la differenza.

Le strade sono per la maggior parte a senso unico, con la segnaletica orizzontale cancellata da anni di utilizzo. Se sognate di fare gli USA coast to coast, beh, la macchina conviene la affittiate a Jersey City, perchè da Manhattan non uscireste mai.

Gli skyscrapers sono tutti uguali, o per lo meno si ripetono con una certa frequenza, a tal punto che tolti quei due o tre famosi tipo Empire State Building, Rockefeller Center (la prima “e” in Rockefeller si pronuncia all’italiana, o almeno così la pronuncia Mr. Rockefeller Jr.) e One WTC non sentirete mai il bisogno di fissare lo sguardo su un edificio in particolare. Questo è anche uno dei motivi per cui ho adottato un approccio da New Yorker, detto anche “fottesega”, all’esplorazione della città, ed ho usato la metro ogniqualvolta fosse possibile.

Un buon motivo per usare la metro è che in metro può capitarvi di tutto, e per la maggior parte sono cose belle. Ho visto suonatori di ogni genere allietare le carrozze con ogni genere di strumento. Ho visto ragazze con anelli di fidanzamento dai diamanti grossi come ceci. Ho parlato di Dio con dei manic street preachers. Sono stato abbordato da una splendida ragazza eritrea. Un altro buon motivo è che solo Manhattan è lunga tipo venti kilometri da nord a sud.

Il museo di storia naturale prosegue nella metro.

Il museo di storia naturale prosegue nella metro.

La prima cosa (prima per importanza almeno) che vi colpirà quando tenterete di fare una passeggiata in una strada qualsiasi, è la presenza pressochè ovunque di impalcature. Una legge dello stato impone di controllare le facciate degli edifici più alti di un certo numero di piani ogni cinque anni, creando uno strano effetto concrete jungle. Vi troverete a passeggiare in un sottobosco di tubi d’acciaio che sorreggono le impalcature, tra i vapori che escono lentamente dai tombini, schivando gente che si muove in ogni direzione, immersi in un misto di odori che a tratti ricorda quello del fumo di una sigaretta di marijuana, anche se meno dolce.

La gente che cammina con voi è diversa. Trovare più di cinque persone ferme ad un semaforo ad una qualsiasi ora del giorno o della notte è un evento raro. I vestiti poi non sono vestiti, ma divise. Ho visto solo una ragazza vestita come ve la potete immaginare, per il resto è il regno del poliestere. L’uomo medio si mette camicia e cravatta perchè deve, ed è incapace di scegliere dei materiali decenti e di abbinare i colori. Le scarpe poi sono inguardabili.

L’oceano Atlantico è la comparsa di lusso nella storia. A Manhattan non si vede mai, circondata com’è dallo Hudson e dall’East River. Un treno della linea A della metro vi porterà a Far Rockaway Beach in 45 minuti. Il litorale è fantastico in quella zona, con una ventina di tipi di uccelli marini che becchettano i crostacei sul bagnasciuga. Proprio a causa loro la spiaggia è interdetta al pubblico, e sarete costretti ad andare a Brighton Beach per poter finalmente passeggiare lungo l’oceano. Brighton Beach che ha più in comune col Ponto Eusino che con l’America. Brighton Beach dove non sentirete mai parlare inglese. Brighton Beach dove farete finalmente un pasto decente a base di kharcho e pierożki.

Rockaway Beach.

Brighton Beach.

La metro è anche bella da vedere, con lunghi tratti sopraelevati nel Bronx, a Brooklyn e nel Queens, che rendono interessanti anche i più sordidi scorci di disperazione suburbana nei quali vi trovate a camminare. La metro sopraelevata vi permette di vedere posti che non vedreste mai altrimenti, come un enorme cimitero a Queens e le case di mattoni a due piani tutte uguali che si ripetono a perdita d’occhio.

Il disperato squallore suburbano.

Il disperato squallore suburbano.

La criminalità non è quella che pensate. La città è tranquilla e, nonostante i cartelli nella metro che invitano a tener stretti i propri averi perchè i ladri sono in agguato ovunque, non vi sentirete mai in pericolo. A volte però ci sono delle crepe nella facciata che lasciano intravedere cose più preoccupanti. Quindici poliziotti in tenuta d’assalto, con M16, che stanno per entrare in un anonimo edificio tra la East 58th Street e Madison Avenue. Certe strade a Rockaway dove non c’è una saracinesca alzata ma ci sono gruppi di minacciosi afro-americani che somigliano tanto ai villains of the week di una qualunque puntata di Law&Order SVU (I’m talking assault, battery and gang-rape here, man!). Certe ambulanze bloccate nel traffico, che fanno meno strada in un minuto di quanta ne fai tu a piedi in quattro secondi e mezzo. Una ragazza con la quale avete passato la serata in un locale sulla 3rd Avenue che non si sente sicura a tornare a casa verso le 4 del mattino.

Dialogo verbatim tra me (sempre L) e la ragazza, che chiameremo random blonde girl (o RBG) perchè non ricordo il suo nome:

RBG – Guess it’s time for me to go.
L – Will you take a cab or just walk it out?
RBG – I’m walking to the 42nd, to take the metro.
L – Guess I’ll come along for a little while, before a random girl tries to extort a taxi ride from me, again. My room’s on the 39th…
RBG – Lucky you. I’ve got to ride the metro all the way to South Bronx, and no, it’s not a nice place this time in the morning.
L – Is it so bad?
RBG – It’s not war, but it isn’t a place you want to walk alone.

New York’s tuff, man! New York tuff!

Le persone che si divertono con voi sono probabilmente l’unica cosa che corrisponde alla vostra immagine mentale. C’è il token African-american party-goer (“You should dance, mon!” “I’m not a dancing person…” “Everybody is a dancing person, mon! You should drink! The secret is to drink just enough to get crazy, stopping before you fall under the table!“) che ti tratta subito come un amico, ed ha ragione, perchè avete molto più in comune voi due che Renzi e Berlusconi. C’è il tipo che compie gli anni, che festeggia assieme ad un’amica che sta per sposarsi, e nessuno dei due fa una piega quando ti imbuchi nella loro festa. Ci sono menadi di Poughkeepsie e Schenectady, che le guardi ballare e non capisci più niente, salvo poi guardare una mappa il giorno dopo e chiederti come sono arrivate a Manhattan. Ci sono dei fottutissimi irlandesi che ti entrano in scivolata da dietro mentre ci stai provando con una tipa, salvo poi guardarti spaventati quando sollevi le tue giuste obiezioni (“Is he your boyfriend?” “No, he’s not my boyfriend.” “Ok, but, is he your boyfriend?“).

Credo che questa foto simboleggi alla perfezione come finivano le mie serate.

 

Il cibo è pessimo. Potete vagare in lungo e in largo, ma se non siete disposti a spendere cifre alte (tipo PIL di un piccolo stato balcanico) non riuscirete a mangiare decentemente. Anche spendendo poi il risultato non è garantito. Se come me non siete capitani d’industria, le scelte culinarie si riducono a McDonald’s e WokToWalk. Questo è probabilmente il motivo principale per il quale ho passato una settimana immerso nei fumi dell’alcool: dimenticare ciò che avevo mangiato a pranzo per convincermi a mangiare di nuovo a cena.

Certi locali vi stupiranno. Vi recherete a China Town una sera cercando un famoso speakeasy e verrete riportati indietro negli anni ’20, a bere cocktails preparati con grande arte, chiacchierando con una cantante franco-romena che ha appena eseguito il suo repertorio con una jazz band. Mangerete patate dolci fritte bevendo birre dai nomi improbabili e liquori di dubbia provenienza sotto l’Empire State Building. Entrerete in un ristorante italiano e vi sembrerà di essere in Sicilia.

Vi perderete, pur sapendo esattamente dove siete. Attraverserete il ponte di Brooklyn a piedi, perchè farlo è molto cool, e non saprete più come tornare indietro. Uscirete dalla metro a Wall Street per fare una passeggiata e chiederete indicazioni in inglese ad una ragazza italiana. Chiacchiererete con un barbone aspettando un autobus che non passerà mai. Vi ci vorranno 40 minuti per attraversare il Central Park da Est a Ovest, e un’ora per farne il periplo in bicicletta.

E in mezzo a tutto questo visiterete musei grandi come il paesello da cui siete partiti. Stazioni ferroviarie con più binari che persone. Intersezioni stradali che avreste pensato impossibili. Set cinematografici a cielo aperto. Bellezze naturali che non vi sareste mai aspettati.

Mandatory Valentine’s Day Post (in English for your inconvenience)

There’s no rose without thorns (well, at least not here, though I’ve heard in Japan they are developing something) and there’s no blog without an MVDP (or it’s what they made me believe), so here’s my contribution to the most romantic day of the year. I will explain you what love means to me.

In my mind, love rhymes with fear and pain. To be more precise, fear of loss and pain derived from the absolute certainty that loss is going to happen. I know it sounds like a helluva lot bleak, but that doesn’t make it less true.

I’m 27 (28 in April) and I’ve only kissed a girl just once (and yes I know “only…just once” is redundant, but give me a break, I’m talking feelings here, so screw redundancy). I was 2 years old, and she was too, and she kissed me only because her mother (who had met my mother the day before) told her so. They (our respective mothers) wanted to take a funny picture with two toddlers kissing. That’s just about as much kissing as I’ve done in 27 (almost 28) years. I won’t mention any deepest, more meaningful kind of physical contact, because you can imagine where it would lead, and frankly I doubt there would be much interest in a story in which nothing ever happens.

After that, I’ve never managed to convince a human female I was even worth a try. Ever. Usually, when I meet a potential love interest, if I manage to strike up a conversation, no matter how brilliant, intelligent, polite and good looking I manage to be, I won’t be seeing her again. It doesn’t matter how clean, polite, well groomed, cultured, well dressed I am. It doesn’t matter that I haven’t any interior or exterior disqualifying flaw, they won’t give a rat’s fuck!

It’s gotten to a point where when I meet an interesting woman (and by interesting I mean someone who can carry on a conversation politely for 30 minutes without making me feel like the most intelligent person in the whole world in comparison to her, I’m not that picky when it comes to looks and body types), while I’m talking to her, when she smiles, I can’t help but feel a deep fear and a soul-rending pain, because I know that she’s not interested at all in me or in what I say, she’s just being kind to me, repressing her feeling not to disturb the other people around.

It’s gotten to a point where meeting an interesting lonely woman of approximately my age at a bar and talking to her nauseates me, because I have to play the counterpart to her show, being polite and smart and brilliant and interesting, not being able to smother my interest for her, while deep down I know that despite her smiles and appropriate responses to what I say and do her only desire is for me to disappear and never show up again.

It’s gotten to a point where I’m actually relieved when they tell me they are not interested, so I can stop trying to keep up the illusion in my mind that maybe this time it’s going to work out, I can stop trying to be interesting and revert to a state of dull numbness.

It’s gotten to a point where even if I manage to keep up the illusion in my mind while I’m with someone, it will inevitably crumble like a dry sandcastle as soon as the other person is out of sight.

It’s gotten to a point where I can’t bring myself to touch a woman that’s not been around me for at least a couple of years, because I’m not used to it and it brings out deep anxiety, pain even, and I don’t fucking know what to do, not even the basic things. That’s why even if I manage to see a woman for a second time, I won’t even try to hug her as a goodbye: I’d fear to do something wrong.

It’s gotten to a point where if someone says: “I’ll introduce you to a friend of mine, she’s a single like you! You’ll get along well!” the first thing that comes to my mind, after some sort of perverse anxiety, is that the friend I’m going to be introduced to must be a really, deeply fucked up person to even think that meeting an emotional wreck like me would be better than complete loneliness.

It’s gotten to a point where I’ve started donating blood because it’s the only way to get a young woman to play with my body, and yes they enjoy it I know that, and I enjoy it too because being spiked like a pincushion is less painful to me than being alone with myself.

It’s gotten to a point where I no longer think of myself as a human fucking being, because let’s be real: if you can’t convince a woman that spending an hour with you is better than numbing herself with the latest episode of some obscure television series, you stand way lower than a dog on the social ladder.

It’s gotten to the point that I don’t want to live like this no more, because if nobody wants me then why should I want myself? But since I can’t manage to completely resign myself to failure I can’t even think of suicide, yet being dead sometimes feels oh so appealing.

Happy Valentine’s Day!

Parigi: la compagnia portatevela da casa…

Anche quest’anno, come l’anno scorso, ho deciso di espatriare a capodanno per evitare gli orrori del veglione di provincia.
Anche quest’anno, come l’anno scorso, vi tocca la dettagliata relazione delle mie avventure, scritta non per suscitare invidia, bensì consapevolezza (ilarità).

Il titolo (chi ben comincia…)
Il titolo di questo articolo doveva essere diverso. Nella fattispecie, doveva contenere un’altra parola, ben più volgare e specifica, al posto di compagnia, ma ho deciso di non offendere il vostro senso del pudore. In pratica, come ho scoperto al mio arrivo a Lutetia Parisiorum, la maggior parte dei locali sono studiati per dividere la gente piuttosto che unirla, forzando anche gli avventori singoli a sedersi ad un tavolino. Chi di voi è mai stato in un bar sa che l’obbligo del tavolino rappresenta la morte sociale, poichè senza un’adeguata folla al bancone è impossibile conoscere gente. Da qui il titolo dell’articolo: io sono andato a Parigi da solo e solo sono rimasto. Ho anche dovuto rinunciare a bere qualcosa in un bar poichè non servivano al bancone…

I monumenti
Il Louvre è il trionfo della stupidità e della vanagloria. Metà dei visitatori volge le spalle ad ogni quadro per farsi degli stupidi selfies, l’altra metà fotografa la Gioconda col cellulare nel tentativo di esistere, nel mezzo un sacco di opere splendide che nessuno guarda. Notre-Dame è interessante quanto un qualsiasi capannone industriale: una volta spesi due minuti ad ammirare la prodezza architettonica si può tranquillamente uscire senza aver perso nulla. Il Centre Pompidou non merita di essere visto dall’interno, o da est. Per il resto, tutto molto bello.

I barboni
Parigi ne è piena! Barboni di qua, di la, di su, di giù. Solo, a volte, si nota qualche incongruenza. Passeggiando lungo gli Champs-Élysées ho notato un barbone con un cartello ed un cane: il giorno dopo il cartello ed il cane erano ancora lì, il barbone era cambiato. Da McDonald’s poi ho incontrato un barbone con laptop di ultima generazione ed hotspot wi-fi portatile. Alla faccia della crisi.

Il Natale
Rende tutto più bello! E non parlo solo del villaggio di Natale, ovvero le bancarelle tra place de la Concorde e Franklin D. Roosevelt, ma anche delle luminarie e del generico clima festivo che pervade ogni cosa. Anche grazie al Natale ho potuto impostare una dieta a base di crêpes e gaufres.

La posta
Per un filatelico in vacanza, la posta è importantissima. Immaginate la mia felicità nel trovarla pressochè uguale a quella italiana.

La festa di capodanno
Particolare! Lo spettacolo di luci e suoni dura dieci minuti dieci, dopo i quali, alle 00:05, tutti i presenti scappano verso casa come se ne andasse della loro vita. Le stazioni della metro sono così intasate da rassomigliare certe scene dei Looney Tunes con i personaggi schiacciati contro i vetri, ed i treni sono radi come i capelli di Aldo Baglio. Ho dovuto attraversare a piedi, a zig-zag causa imprevisti, la città deserta. Sarebbe potuta andare meglio.

Il freddo
Decisamente troppo. Una cosa che non farò mai più è visitare Parigi d’inverno. La città rimane comunque molto bella, ma vivere nella costante ipotermia non fa per me.