Voy tirando

Scrivere per non pensare

Mese: aprile, 2015

Se Dio vuole: la recensione.

Non mi capita tutti i giorni di vedere un film “per tutti”. In genere nei film che guardo c’è sempre qualche bestemmia, qualche scena di sesso spinto, qualche primo piano di ernia inguinale, qualche canzone di Justin Bieber. Roba per stomaci forti insomma. Molti dei film che guardo poi sono tanto scrausi da esser dannosi per la salute. Con gioia, dunque, mi accingo a recensire un film che per qualità, bellezza e mancanza di qual si voglia volgarità posso ragionevolmente definire per tutti.

Se Dio vuole.

In pratica è una commedia che parla del difficile rapporto tra un uomo (interpretato dall’ottimo Marco Giallini) e il resto del mondo (interpretato dal grandioso Alessandro Gassman, dalla misurata Laura Morante, dai simpatici mentecatti Ilaria Spada ed Edoardo Pesce, dall’esordiente [almeno credo] Enrico Oetiker ed ultimo ma non ultimo da Nostro Signore Iddio nel ruolo di se stesso). Se volete la trama cercatela da un’altra parte. Non è importante.

La trama (che come anticipato non riporto) è ben strutturata, prendendo spunti dalle classiche situazioni in voga sin dai tempi di Plauto e mettendole in scena con sapiente maestria. I personaggi non sono degli immobili cartonati, ma persone vere con sentimenti complessi che si evolvono nel corso del film. La colonna sonora è qualcosa di splendido, poichè prendendo spunto da locuzioni di uso comune non solo sottolinea certi momenti importanti ma aggiunge un velato retrogusto di ironia all’intero film. Gli attori sono ottimi, e paiono a proprio agio nei rispettivi ruoli: Giallini e Gasman sono senza dubbio i migliori, ma anche i comprimari (soprattutto la Morante, comprimaria di lusso) se la cavano molto bene. La regia è molto buona per un esordiente, e si prende poche divertenti libertà in fase di montaggio (la scena della crisi di nervi di Tommaso non sarebbe così efficace montata diversamente).

La cosa che più positivamente mi ha colpito, però, è stato il garbo con cui certi temi quali l’identità e la religione vengono trattati. Mai una facile battuta sui ricchioni, mai una comoda allusione moraleggiante ai preti pedofili, mai una sguaiata parolaccia gettata lì per soddisfare il volgar populazzo. “Se Dio vuole” è una commedia intelligente, degna erede delle commedie italiane dei tempi che furono.

In ultima analisi, un film edificante che riesce a divertire e ad educare al tempo stesso, adatto a uomini e donne, grandi e piccini (anche se forse i piccini non capiranno le battute più complesse), che merita i vostri 8 euro.

Se al cinema stasera siete indecisi su cosa guardare, ascoltate il mio consiglio.

Se Dio vuole, non resterete delusi.

 

Adaline – L’eterna giovinezza. L’eterna recensione.

La mia vita ieri è stata più o meno un’eterna lotta con il karma, nella quale ho perso miseramente. Segue un breve dialogo tra me e Maria.

Io: “Se fa brutto domani potremmo andare al cinema!”
Maria: “Ok! A me piacerebbe vedere Adaline. Però non so se fa per te…”
Io: “In linea di massima non penso niente di male di quel film. Però non so se riuscirei a sopravvivere…”
Maria: “Ok, allora ne scegliamo un altro.”

Poi niente, vado al cinema con le ragazze, perchè tutti gli amici maschi avevano già capito che non era aria ma io sono poverino e ci arrivo dopo. Segue un meno breve dialogo con le ragazze.

Io: “Allora, siete pronte per Avengers?”
Arianna: “Ehm, sì, veramente andiamo a vedere Adaline…”
Io (guardando Chiara che se ha avuto il coraggio di ricordarmi che pensa che io sia un inutile coglione proprio durante il post-cena del mio compleanno di sicuro sarà sincera): “Noddaicazzostateascherzà!”
Chiara (poker face): “No… Sai, per Avengers c’erano solo posti in terza fila…”
Io: “Ok, ciao a tutte, è stato bello vedervi ma il letto mi chiama!”
Arianna: “Ti abbiamo già comprato il biglietto!”

E fu così che, dopo aver schivato un proiettile solo per potermi prendere un’atomica sul grugno, mi diressi a vedere “Adaline – L’eterna giovinezza”.

Partiamo dalle cose che non mi hanno fatto venire l’orticaria. La fotografia è di pregio, i costumi belli, Blake Lively è sempre gnocca, Harrison Ford ha la barba.

Tutto il resto è abbastanza dannoso per il cervello maschile.

In pratica una tipa nel 1937 o giù di lì incidenta con la macchina e smette di invecchiare. Poi scappa per tutto il film per non farsi beccare dalla polizia che magari la internano e la esperimentano. Poi niente conosce un tipo e decide di lasciarsi andare un pochino, ma è il figlio del suo ex moroso e ne succedono di ogni. Poi insomma lei incidenta di nuovo, ricomincia ad invecchiare e tutti vissero felici e contenti, tranne il suo tipo che già si pensava di vantarsi cogli amici dell’ospizio, tra quarant’anni, della sua moglie di quaran’tanni più givane e invece no, ti tocca un matrimonio normale come a tutti.

La trama romantica non è nemmeno malaccio, pure se ricorda un po’ un Highlander al femminile, senza katane e kurgan, il problema è che ci si impegnano per ammazzarla fin dall’inizio. Perchè Adaline smette da invecchiare? In un buon film la risposta sarebbe stata “Cazzonesò?”. In un film meno buono “la forza dell’ammoreeeeee!”. Qui abbiamo una voce fuoricampo che si dilunga in pipponi pseudoscientifici, trasformando quello che potrebbe essere un film romantico e fiabesco al quale portare la vostra donna sperando in un bocchino nel parcheggio del multisala in un film romantico con cornice fantascientifica, che dopo che l’avrete visto non vi s’alzerà più nemmeno se vi beccate un fulmine mentre state affogando in un lago ghiacciato (ogni riferimento alle assurdità della trama è puramente voluto).

Che dire poi? Ogni tanto il regista ha dei rimorsi e butta lì qualche scenetta comica, come per aiutare gli uomini a sopravvivere, anche se comincio a pensare che lo abbia fatto solo per prolungare la nostra agonia. I morti non provano dolore. La cosa più divertente è comunque vedere dai titoli di coda che Harrison Ford, mister “mi schianto con l’aereo e quasi mi ammazzo mettendo a repentaglio il nuovo film di Star Wars”, ha un parrucchiere personale. Dalla sua acconciatura non l’avremmo mai immaginato.

 

Viva la liberazione!

Oggi in Italia non è un giorno come un altro. Oggi in Italia è il 25 Aprile, festa della liberazione. “Liberazione da che?” vi state probabilmente chiedendo? “Non ne ho idea!” vi rispondo. Posso però fare una rapida indagine intorno a me e tentare di riferirvi i risultati.

La guerra, come tutti sappiamo, è cosa buona e giusta, salvezza per l’anima ed il corpo. Ormai è risaputo che, se in Africa migliaia di persone non fossero felicemente e produttivamente impegnate nelle varie guerre, per i più disparati motivi, sarebbero costrette a confrontarsi con gli irrisolvibili problemi di tutti i giorni, quali la disoccupazione, la fame, i vicini di pianerottolo che scopano così forte da tenerli svegli tutta la notte. Decisamente meglio la guerra. Se avete ancora dei dubbi chiedete agli ucraini ed agli yemeniti: dopo aver provato qualche decina d’anni di orribile pace hanno ripreso le armi con gioia! Dubito quindi che oggi si festeggi la liberazione dall’unico sport collettivo che ancora mette tutti d’accordo.

La dittatura, su questo siamo tutti concordi, è sacrosanta. Recita un proverbio fiorentino: “Non si muove foglia che Matteo non voglia”. Ogni popolo sa bene cosa succede a spartire il potere decisionale tra i cittadini: non funziona più un cazzo! Molto meglio accentrare il potere in una sola persona che prenda le decisioni per tutti. Molte sono le ragioni per cui questa è la miglior forma di governo. Per prima cosa, il despota può essere facilmente sostituito: quale sprone migliore a governare rettamente che sapere che da un momento all’altro il potere potrebbe passare di mano? Secondariamente, il despotismo salva i cittadini dal logorio delle votazioni e del prendere decisioni. In ultimo, è risaputo che sotto il governo di un despota i treni arrivano sempre in orario. Potrei continuare l’elenco all’infinito, ma sarebbe un inutile esercizio di stile, in quanto ho già reso chiaro che l’unica cosa da cui tutti saremmo felici di essere liberati è il diritto di voto.

Dell’oppressione, in teoria, non ci sarebbe nemmeno il bisogno di parlare, poichè in Italia è di gran lunga la virtù più amata. Nella nostra Santa Costituzione è scritto che viviamo in una “Repubblica fondata sul lavoro”, ma solo perchè oppressione avrebbe rovinato la metrica.

L’odio poi è il nostro pane quotidiano. I fasci odiano i rossi, o rossi odiano i fasci, chi non ha la tessera di un partito odia fasci e rossi indistintamente ed io odio questa tastiera nippo-coreana dimmerda perchè se una parola ha due “s” consecutive la maggior parte delle volte ne prende solo una costringendomi a rileggere questi fottutissimi post del cazzo cinque o sei volte! MUORI ACCROCCHIO INFERNALE! MUOOOOORIIIIII!

Dunque da cosa ci siamo liberati ed ancora ci liberiamo il 25 Aprile? Ho fatto un giro in paese oggi. Volevo comprare tre clementine ed un pezzo di focaccia. Ogni singolo negozio, a modo suo, era chiuso.

Dalla voglia di lavorare, ci siamo liberati…

Non tutti i morti hanno lo stesso valore (per fortuna).

NO! FERMI TUTTI! Lasciatemi parlare! Non sto scrivendo l’ennesimo stupidissimo articolo sui massacri di civili e prigionieri di guerra nella seconda guerra mondiale. Lasciamo i fasciocomunisti fuori da questo blog. Il mio discorso di oggi è molto più semplice. Voglio solo spiegarvi, in maniera razionale, perchè un morto africano vale molto meno di un morto francese (300000 copie in meno, se parliamo di giornali, 100000 euro in meno se parliamo di premio assicurativo).

Recentemente mi è capitato di vedere e sentire in giro le solite discussioni abbastanza generiche sulle stragi terroristiche. Le avrete sentite anche voi. Di solito partono con: “A parigi i terroristi hanno fatto 11 morti e ne hanno parlato per un mese!”; proseguono con: “In (inserire uno stato africano a caso) hanno sterminato 150 persone e a nessuno gli frega una beneamata minchiazza!”; per finire con: “Chemmondo dimmerda, non sono forse i negri anch’essi uomini e nostri fratelli?”

Ebbene, lasciate che vi spieghi in breve come funziona.

In Africa, ogni giorno, un cristiano si sveglia e sa che deve correre più veloce di un proiettile di AK-47. Un cristiano pesa in genere 70 kg, ed ha una superficie corporea di quasi due metri quadri, mentre l’AK-47 utilizza il munizionamento standard dei fucili mitragliatori leggeri del patto di Varsavia, 7,62x39mm, la cui ogiva pesa 8 g, ha una superficie di pochi millimetri quadri ed ha una convenientissima forma a punta. Un cristiano si muove grazie alle proprie gambe, un’ogiva di 7,62x39mm grazie all’esplosione di una piccola carica di polvere da sparo. Inutile che vi dica chi vincerà la gara.

In Francia, ogni giorno, un cristiano si sveglia e sa che deve correre più veloce di un croissant alla confettura di lamponi. Il cristiano francese somiglia molto a quello africano, mentre il croissant alla confettura di lamponi è molto più grosso e lento di un proiettile 7,62x39mm. Il massimo della velocità lo raggiunge nel tragitto in furgone tra la bottega del fornaio e il bar, ma molti di essi vengono venduti direttamente dal fornaio, rendendoli dei bersagli immobili.

Questo ragionamento potrebe sembrare un tantino semplicistico. Non intendo negare che lo sia, ma credo che possa servire a farvi comprendere il punto della discussione. I morti sono come i soldi: più ne circolano e più cala il loro valore. Un migliaio di morti ammazzati in Africa vale meno di un singolo morto ammazzato in Francia proprio per questo: ce ne sono troppi. Lo stesso si potrebe dire dei morti per cause naturali: la maggior parte di chi muore per malattie o vecchiaia non finisce sul giornale, perchè è perfettamente normale che si muoia in quel modo.

Adesso provate a dirmi: chi ha imposto questa regola? Vi sento già gridare: “IL MERCATO!”. Ebbene gente, non vorrei buttarvi giù di morale, ma questa fredda entità che chiamiamo “IL MERCATO” siete voi! Voi che non andate al funerale del vostro vicino di casa. Voi che quando dei figli di papà pestano a morte un barbone “beh un po’ se l’era cercata”. Voi che fate l’offerta ad Emergency ma se un negro vi suona il campanello gli mostrate la canna della doppietta. Noi che giustamente quando apriamo il giornale non vogliamo vederci una lunga parata di morti. Noi che abbiamo più paura di un ubriaco sotto casa che di una guerra in centro-Africa.

Philip K. Dick was (mostly) wrong. With one hundred percent more gratuitous English!

Philip K. Dick once stated, in his “How To Build A Universe That Doesn’t Fall Apart Two Days Later” speech in 1978, that: “Reality is that which, when you stop believing in it, doesn’t go away.” I beg to differ, at least partially. I’m going to try and demonstrate, with some examples taken from your everyday life, that there are multiple realities inside us, that they are mutually exclusive, yet they influence each-other.

Let’s start with the simplest of things: madmen! Some of them hallucinate, and believe their hallucinations to be real, and by no means they can be made to stop believing that. And what is this if not a supreme act of creation? Does it matter if the monster is visible only to one person? For that person it will be real, and he could spend all his life keeping it alive by sheer willpower. Reality for him will be different, and he will carry on according to reality as he perceives it, thus rendering every other reality null. He could stop believing, and the monster would go away, but the scars left by its claws would remain. Thus collective reality is influenced by individual realities.

You want more? Think about wars! In war, we have enemies killing each-other, based on enmity between them. They believe in their enmity and act accordingly. If one of them stopped believing the other an enemy, it would immediately stop being an enemy, yet nobody could say their past enmity wasn’t real. Think of the Christmas truce of 1914. Thus we can safely say reality is not only a matter of how we perceive something, but also a matter of when we perceive something: what is real now can be unreal later, and vice versa.

Last example, then you can go to bed. Lawmen. Judges, advocates, even simple laypersons can shape reality everyday, using only their mind. Think of a judge passing judgement on someone: reality will change for a man, depending on it. The same will happen to two men drafting a contract: their reality will invariably change, for better or worse. Thus we see how reality, the kind of reality that doesn’t go away if we stop believing it, is sometimes formed by a simple act of will.

I hope my mad ravings didn’t confuse you, not at least as much as they confused me. To conclude I’d like to furthermore point out how there’s no objective reality whatsoever, or that if there indeed is one, there’s no way for us to know. We can easily enough find that there’s at least a subjective reality for every single human being, and that the sum of every coincidence between subjective realities equals to a collective reality that most people can agree on, at least pertaining to such coincidences, but given our flawed position, one that is at the same time of observer and agent, there’s no way to asses the presence of an objective reality underlying our collective and subjective realities.

Where does this leave us? I don’t know. More likely, I don’t want to know. Goodnight folks!