Voy tirando

Scrivere per non pensare

Mese: febbraio, 2016

Il colore degli altri.

Vi ho mai detto che un mio amico ha casa a Tokyo? La risposta è no, non ne avevo motivo, era probabilmente l’informazione più inutile che avrei potuto darvi. Ora però ve la do, perchè mi è utile per raccontarvi una storia. Una cupa e triste storia su come la realtà non sia quella che si vede. Inserire risate malefiche a piacere.

No, ok, scherzavo, è la solita storiellina edificante sulle bellezze paesaggistiche.

Questo mio amico è giapponese, almeno in parte, e credo sia questo che lo mette nella posizione giusta per fare cose che noi (noi che il Giappone sappiamo a mala pena dov’è) non riusciremmo mai a fare. Ad esempio questa foto.

Una città in un giorno di ordinaria cupezza.

La prima volta che l’ho vista ho pensato a Volgograd, o ad una qualsiasi altra città industrializzata dell’est Europa. Cielo grigio, un sacco di condomini e soprattutto niente di interessante all’orizzonte. Il classico posto in cui un viaggiatore cool andrebbe solo perchè fa curriculum (“Ahò, sò stato a Volgograd, 3500km de machinaaaaaa! Ammazza che mmal de culo!”). Poi ho guardato l’utile didascalia ed ho scoperto che la città nella foto è Tokyo.

Cioè, capiamoci, Tokyo.

6-Tokyo

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 1.

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Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 2.

Questa Tokyo.

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Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 3.

Tokyo, Japan --- Girls Walking Through Shopping District --- Image by © Steven Vidler/Eurasia Press/Corbis

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 4.

Paura eh? Ebbene sì, non c’è la minima somiglianza tra la foto scattata da un cittadino qualsiasi e le foto trovate su internet. Si tratta di quello che chiamo “Effetto Parigi” (oppure Berlino, o New York, ovvero una qualsiasi città di cui ho cominciato a farmi un’idea molto prima di visitarla): maggiore è la nostra distanza, anche culturale, da una città, maggiore sarà la nostra attrazione verso di essa.

L’anno scorso ad esempio sono andato a Parigi, città giudicata bellissima da chi non c’è stato, ed una volta arrivato sul posto l’ho trovata piuttosto normale. Certo, è piena di cose belle, ma la gente vomita per strada, chiede l’elemosina millantando improbabili menomazioni fisiche e sta in coda ubriaca fuori da ignobili locali notturni come in una Ulaanbaatar qualsiasi.

Dopo aver visto la foto in alto la mia voglia di visitare Tokyo non è certo diminuita, ma ora voglio visitare un posto più realistico. Adesso so che dovrò portarmi un maglione (perchè non ci saranno le tipe della foto n° 4 a scaldarmi), dovrò nascondere il portafogli (perchè non ci sarà il Giustiziere Robotronico Gigante della foto n° 3 a proteggermi dagli scippatori ninja) e sicuramente la sera dovrò stare in camera a dormire (perchè se i posti delle foto n° 1 e 2 esistono, sono certamente troppo costosi), ma sono ancora più curioso di conoscere gli abitanti di quell’enorme città, sapendo che nonostante le immense distanze abbiamo qualcosa che ci accomuna.

Il tempo di merda.

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Ogni cazzo di morto.

The world is a vampire, come diceva il buon Billy Corgan, e questo inizio di 2016 ce l’ha dimostrato: uno dopo l’altro una caterva di personaggi famosi sono morti, lasciando noi meschini sopravvissuti a fare i conti con l’insostenibile leggerezza della miseria umana, ovvero l’elaborazione del lutto su Facebook.

Ovunque mi giri, ovunque io guardi, sono assalito da persone che si stracciano le vesti per una qualche salma importante, senza magari averne mai saputo nulla fino a dieci minuti prima. Si va dal contrito messaggio di partecipazione al dolore dei famigliari (“I bambini! Non avete pensato ai bambini? Ma perché nessuno pensa ai bambini?”), all’affermazione della positiva fibra morale del defunto (“L’era tanto una brava persona, me lo lasci dire!”), alle accuse a chi non l’ha capito (“L’avete ucciso voi, l’avete! Con il vostro odio! La droga non c’entra un cazzo!”), alle citazioni, spesso errate, di pensieri del famoso dipartito (“Ambarabà… Ciccì… Coccò!”).

Non voglio in questa sede tranciare giudizi su chi si crogiola in tali gretti comportamenti nè andare a discutere del perchè in questa società priva di anima ognuno si senta in diritto di andare a caccia di big likes cavalcando senza pudore la salma di chi in vita fu più famoso. Questa, se ne hanno interesse, è materia per i sociologi. Io nel mio piccolo voglio limitarmi a proporre un’altrettanto piccola alternativa. Un metodo, potremmo anche definirlo.

SBATTETEVENE!™

SBATTETEVENE!™ è un innovativo e rivoluzionario metodo per elaborare il lutto. SBATTETEVENE!™ è rapido, semplice e non richiede conoscenze pregresse. SBATTETEVENE!™ non ha bisogno di utensili o materiali.

Il metodo SBATTETEVENE!™ è basato su tre pilastri fondamentali. Il primo pilastro è il threat assessment. Il morto era vostro padre? Il morto era vostra madre? Conoscevate personalmente il morto? Se avete risposto “NO!” a tutte e tre le domande, allora il metodo SBATTETEVENE!™ è quello che fa per voi. Il secondo pilastro è il problem solving. La morte del de cuius vi tange in qualche modo? La morte del de cuius tange qualcuno che conoscete? Se anche a queste domande la risposta è “NO!” potete procedere verso il terzo pilastro, detto anche “il nirvana mortuario” dagli addetti ai lavori. Il terzo pilastro, quello del no shit given, è sulla carta il più semplice ma spesso il più difficile da mettere in pratica. Se i primi due pilastri sono stati superati senza problemi, il terzo dovrebbe arrivarvi come naturale conseguenza: non lo conoscete, la sua morte non vi tange, dunque SBATTETEVENE!™

Umberto Eco è morto? SBATTETEVENE!™ David Bowie è morto? SBATTETEVENE!™ Silvana Pampanini è morta? SBATTETEVENE!™

SBATTETEVENE!™ L’originale metodo per la tranquillità dell’anima (dei vostri amici che vi seguono su Facebook, mannaggiavvoi!).