Voy tirando

Scrivere per non pensare

Mese: marzo, 2017

A tutti piacciono i wurstel…

…ma nessuno vuole sapere come funziona Iron Man. Tenetevi forte, gente, perchè sto per portarvi a fare un giro nella mia noiosissima vita. Inoltre, vi parlerò di film di supereroi.

Lunedì sera volevo vedere Pacific Rim. Lo volevo vedere tanto. Al punto che, quando Maria mi ha fatto notare che su Rai 3 c’era “The Company You Keep”, una specie di film di spionaggio e giornalismo duro e puro con Robert Redford, mia risposta è stata “me lo guardo domani sera”. A me Robert Redford piace molto, come attore e come regista. Mi piace quel suo stile tranquillo, che ti manda in porto un film d’azione senza troppi ammazzamenti (se avesse diretto lui “I mercenari” avrebbero risparmiato 40 milioni di dollari in munizioni) e ti rende interessante anche un film dove non succede un cazzo (ho goduto tantissimo “Leoni per agnelli”), però quella sera avevo voglia di esplosioni robotroniche e di kaiju ruggenti in mezzo all’oceano.

Com’è, come non è (e poichè domani mattina alle 05:00 non ho voglia di offrire la colazione alla Guardia di Finanza, vi assicuro che NON è), mi sono scaricato Pacific Rim, l’ho trasferito su chiavetta ed ho inserito la chiavetta nel televisore. Purtroppo, s’è imballato dopo trenta secondi. Non starò ad annoiarvi con la mia battaglia di tre giorni con i files .MKV, nè vi racconterò di come questa battaglia io l’abbia miseramente persa, perchè fortunatamente su Rai 2 c’era “Iron Man 3” e ho potuto saziare almeno in parte la mia voglia di esplosioni con quello.

E dopo? Dopo iniziano i guai. Finito di guardare il film infatti non riuscivo a prendere sonno a causa dei dubbi esistenziali che il film stesso mi aveva messo in testa. Principalmente non riuscivo (e non riesco nemmeno ora) a dare una risposta ad una assillante domanda: ma Iron Man sta sul cazzo a qualcuno o gli altri supereroi sono tutti dei codardi infami?

Durante “Iron Man”, il primo film della serie, era normale che il protagonista si trovasse più o meno da solo a lottare contro i criminali. Dopotutto, era il primo film in cui compariva, e doveva ancora farsi conoscere. I nemici poi erano le solite mezze seghe, roba che se il Presidente avesse inviato due o tre elicotteri d’assalto in più Robert Downey Jr. avrebbe potuto passare la maggior parte del film a limonare con Gwyneth Paltrow.

Durante “Iron Man 2”, le cose si fanno più complicate, perchè alla fine del primo siamo venuti a conoscienza degli Avengers, e perchè Mickey Rourke è brutto forte e anche solo guardarlo in faccia fa male, ma ci può ancora stare che Robert Downey Jr. sia quasi sempre da solo, tanto c’è Don Cheadle che se proprio proprio gli dà una mano.

“Iron Man 3” invece è un altro discorso, perchè in mezzo c’è stato “The Avengers” e ora noi spettatori sappiamo. Al mondo non c’è solo Iron Man. Al mondo c’è una squadra completa di super eroi coi controcazzi, pronti ad intervenire per il bene dell’umanità! Di certo non lasceranno Robert Downey Jr. da solo a difendere il Presidente degli Stati Uniti d’America e il mondo intero da un complotto terroristico di supersoldati che se appena appena li guardi male quant’è vero il cazzo esplodono che nemmeno Tom e Jerry il Quattro Luglio mannaggia!

Invece sì, che lo lasciano solo. Io me li immagino la domenica mattina che si svegliano, ognuno a casa propria, accendono la TV mentre bevono il caffè e vedono che il mondo sta per essere distrutto. Subito scatta la conference call.

Thor: “Ué, raga, avete visto il casino?
Hulk: “Rrrrrrrrrrrrrrrrr!
Black Widow: “Si, ho visto. DE-PRE-CA-BI-LE! Come faccio a fare shopping la domenica dopo aver visto certe immagini al telegiornale? IM-BA-RAZ-ZAN-TE!
Capitan America: “Dai cazzo, è in gioco il destino dell’America e del mondo. Iron Man è fuori combattimento, non credete che dovremmo intervenire?
Hawkeye: “Mmmmh… Sticazzi?
Tutti in coro: “STICAZZI!

Intanto si sente l’inno del Liverpool F. C. suonare al contrario.

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La Bella e la Bestia: il film.

Ieri, trascinato da Maria, sono andato a vedere il film della Bella e la Bestia. Non ne avevo molta voglia, perchè dopo aver visto il cartone animato, vedere il film con gli attori veri non mi sembrava necessario, ma grazie ad un colpo di fortuna, che ci ha fatto ottenere i biglietti a metà prezzo, sono entrato in sala allegro e curioso.

Siccome il cartone animato è bellissimo, e tutti l’hanno visto, in questa recensione, per risparmiare il mio e il vostro tempo, si parlerà solo di ciò che rende il film diverso dal cartone.

Primo: gli attori. Se dovessi parlare di cosa c’è di male nell’industria cinematografica di oggi, probabilmente parlerei di due argomenti che ritengo fondamentali: l’antirazzismo (o il razzismo, a seconda dei casi) e la mania dei remake.

Purtroppo, siccome i registi e gli sceneggiatori di oggi devono mostrare, per evitare problemi, di non essere razzisti, ormai gli attori vengono scelti in base al colore della pelle. Non importa l’ambientazione del film: fosse anche un kolossal sui pirati danesi del V secolo d.C. devi sbatterci in mezzo almeno un attore nero. Si arriva al punto di cambiare storie che il pubblico conosce ormai a memoria per inserire un attore cinese o africano, laddove magari nella storia originaria c’erano solo europei. A volte si riscontra addirittura il problema opposto: sceneggiatori, registi e produttori razzisti scelgono attori in base alla loro “razza” pensando di attirare spettatori che altrimenti non si sarebbero sentiti coinvolti (i produttori di “The Great Wall” hanno ammesso di aver scelto Matt Damon e Willem Dafoe in questo modo). “La Bella e la Bestia” non fa eccezione, e ci troviamo con un villaggio francese di metà XVIII secolo nel quale gli abitanti tentano di linciare Belle perchè tenta di insegnare a leggere ad una bambina, mentre sono perfettamente tranquilli ad avere il nipote di Mansa Musa che gli dice messa tutte le domeniche. Mah…

Il film soffre anche della mania dei remake che, forse prodotta da un calo della creatività generale, spinge gli studi cinematografici a fare e rifare sempre gli stessi film, cambiando gli attori o le tecniche esecutive. Così abbiamo i film dei cartoni, i cartoni dei film, le stop-motion dei corti di successo. Rifare “La Bella e la Bestia” con attori veri è un’operazione destinata al fallimento creativo. Non esiste margine di miglioramento rispetto al cartone e chi ha avuto l’idea lo sapeva. Sono andati avanti comunque per soldi, perchè sapevano che se fai un’operazione del genere lo spettatore comunque ci casca, perchè la curiosità uccide il gatto ma anche l’uomo sta messo male. Alla fine di tutto, dopo due ore di film, la domanda che lo spettatore si porta dietro è: ma chi glielo ha fatto fare di ingaggiare Ian McKellen ed Ewan McGregor che li si vede in faccia solo per un minuto e mezzo alla fine?

Secondo: le canzoncine. In un film piuttosto godibile, l’unica vera pecca sono state le canzoncine. Ne sono state aggiunte alcune di nuove rispetto al cartone, ed alcune sono rimaste uguali. Altre, purtroppo, sono state cambiate. In peggio. Io ho visto la versione italiana, e potendo parlare solo di quella devo dire che la qualità dei cantanti e dei testi mi è sembrata peggiorata rispetto a quella del cartone animato del 1991.

Terzo: la storia. Hanno allungato il brodo rispetto al cartone, rimpolpando un po’ la storia per raggiungere i 120 minuti. Nel film si vede un antefatto che spiega come il Principe è diventato Bestia, poi abbiamo alcune scene in più della Bella con la Bestia al castello e alcuni personaggi aggiuntivi (come la strega, che nel film vive vicino al villaggio, o alcuni personaggi del villaggio che sono parenti degli oggetti animati del castello). Tutto sommato i cambiamenti sono godibili, anche se non necessari.

Quarto: l’ormai famigerata infamia della Disney. Non sopporto più questa casa di produzione che promette e non mantiene. Hanno messo in giro la voce che Le Tont è gay per creare scandalo e pompare il film, ed io da bravo ci sono cascato e sono entrato al cinema pensando le peggio cose (“Maledetti! Avete cambiato la storia! Infami! Hanno stato i frosci, hanno stato!“). Poi, dopo due ore di attenta visione, ho scoperto che mi avevano mentito. Non c’è niente di ciò che Le Tont fa che possa essere visto in una luce omosessuale, nemmeno sforzandosi tanto. Più che “gay“, Le Tont mi è sembrato “gaio” e felice. Avevano messo in giro anche la voce che la Bella, in questa versione, fosse una specie di femminista da combattimento (mi aspettavo reggipuppe in fiamme e vagina mia e me la gestisco io), ma in realtà è sempre la solita brava ragazza istruita e giudiziosa. Peccati del viral marketing.

Quinto: gli effetti speciali. In pratica il film è un effetto speciale con le zampine. Metà degli attori sono effetti speciali per il 99% del film. Un sacco di scene nel castello sono effetti speciali che avvolgono altri effetti speciali mentre fanno cose. Dopo aver visto il cartone si rimane un po’ delusi dagli oggetti parlanti, che sembrano poco espressivi. La ritrasformazione stranamente è la cosa meno computerizzata di tutte, con gli attori che ridiventano umani fuori scena.

Tutto il resto è uguale al cartone: se quello vi è piaciuto, può piacervi anche il film.

Kong: Skull Island

Ci sono momenti nella vita in cui la tua morosa ti propone di andare a vedere un film di mostri. Sono momenti rari e preziosi che vanno colti al volo, momenti che ogni uomo sa potrebbero non ripresentarsi più. Così fu che domenica 12 Marzo 2017 andai a vedere “Kong: Skull Island”.

La trama è abbastanza sbrigativa. Nel 1974, grazie ai satelliti da poco messi in funzione, viene scoperta un’isola non ancora mappata. Viene dunque assemblata una spedizione di studio che però, invece di essere affidata solamente a geologi ed esploratori, viene dirottata da una strana organizzazione verso scopi più mostruosi. Seguono 90 minuti di mostri.

Non so da che parte iniziare a descriverlo, perchè la carne al fuoco è tanta, ma forse conviene partire dallo scimmione.

Non so perchè, ma da quando ha recitato in quel film che parlava di un muthafuckin’ snake fulla muthafuckin’ planes il nostro amato Samuel L. Jackson (credo che ormai la L. stia per Linnaei) è stato piazzato sempre più spesso a recitare parti in cui si slancia in azioni e dialoghi da bestione (pensate a “Django Unchained”). Paiono finiti i tempi del gangster filosofico e scanzonato di “Pulp Fiction”. Quest’ultimo film non fa eccezione, anzi porta la cosa ai massimi livelli.

Scherzi a parte, il paragone tra SLJ e un bestione viene suggerito allo spettatore dal film stesso, quando ad un certo punto si vedono inquadrati, in maniera alternata, due paia di occhi, quelli di Kong e quelli di SLJ, e si fa fatica a distinguerli se non per il colore delle palpebre. Diversamente da certi altri momenti cinematografici simili, in questo caso la scena, più che umanizzare il mostro, mostrifica l’umano. Il film infatti sta tutto lì, nella sfida tra i due scimmioni che si contendono il dominio dell’isola, e che dopo un paio d’ore di intrattenimento a base di effetti speciali veramente belli vedrà uscire vittorioso il più umano tra i due. Per darvi un’idea, se non l’avete ancora visto, immaginatevi “Duel” con la jungla al posto della strada e due gorilla (uno vero alto cento e rotti metri ed uno metaforico, interpretato dal nostro scagnozzo di Marcelus Wallace preferito) al posto dei guidatori. Se stessimo vedendo “Apocalypse Now” (dal quale il film ha preso moltissimo in termini di scenografia e ambientazione) potremmo parlare del tenente colonnello Packard come di un buon soldato emozionalmente storpiato dalla guerra, ma siccome è un film di mostri la guerra è appena accennata e la caratterizzazione è abbastanza ridotta. Molto più presente è invece il caro vecchio tema della lotta tra uomo e natura, di cui la scimmificazione di SLJ e l’umanizzazione di Kong sono i capisaldi. SLJ ha giustamente paragonato il suo personaggio al capitano Achab, poichè sente il bisogno di vendicarsi delle proprie perdite nonostante tutto.

Tutto il resto non è altro che colore e agganci con i vari sequel e prequel. Questo film si inserisce infatti in una serie di film di mostri iniziata nel 2014 con Godzilla e che, a quanto pare, vedrà prossimamente sugli schermi anche Mothra, Radon e Ghidorah.

Gli effetti speciali, come in ogni film di mostri, spadroneggiano, con esplosioni come se piovessero (e piovono di brutto) e mostri grandi come il Nanga Parbat e brutti come Freddie Kruger appena sveglio. Il gorilla è stato realizzato in motion capture e si è tornati, dopo quello di Peter Jackson (più fedele all’originale sotto molti altri aspetti) ad un bestione bipede ma tutto sommato credibile.

La colonna sonora è il più becero tentativo di accattivarsi le simpatie del pubblico che io abbia mai visto, e riesce nel suo intento. Se vi piace la musica americana di fine anni ’60 e inizio anni ’70 potete andare al cinema, chiudere gli occhi e godervi il viaggio. Indovinate quale colonna sonora venderà migliaia di dischi entro la fine dell’anno.

Parlando degli altri attori, se tralasciamo il fatto che sono stati scelti, come di prammatica (sto parlando di te, “The Great Wall”!), tenendo in mano il catalogo Pantone (bianco, nero, asiatica, messicano etc. etc.) c’è poco da dire. Ognuno fa il suo lavoro senza infamia e senza lode, anche a causa di un copione che calca molto la mano sull’azione. Unici a distinguersi oltre a SLJ sono John Goodman e John C. Reilly (la C. in questo caso sta per comico) che portano un giusto apporto di allegria ad un film a tratti cupo. Potremmo però essere di fronte ad una nuova moda per quanto riguarda le minoranze: se fino a poco tempo fa, per dimostrare la pericolosità di una situazione, un personaggio nero (a volte l’unico nero di tutto il cast) veniva fatto morire in maniera improvvisa e brutale, stavolta tocca al messicano. Chissà a chi toccherà da qui a dieci anni…

Jet Li, sei avvisato.