Kong: Skull Island

di lucanos87

Ci sono momenti nella vita in cui la tua morosa ti propone di andare a vedere un film di mostri. Sono momenti rari e preziosi che vanno colti al volo, momenti che ogni uomo sa potrebbero non ripresentarsi più. Così fu che domenica 12 Marzo 2017 andai a vedere “Kong: Skull Island”.

La trama è abbastanza sbrigativa. Nel 1974, grazie ai satelliti da poco messi in funzione, viene scoperta un’isola non ancora mappata. Viene dunque assemblata una spedizione di studio che però, invece di essere affidata solamente a geologi ed esploratori, viene dirottata da una strana organizzazione verso scopi più mostruosi. Seguono 90 minuti di mostri.

Non so da che parte iniziare a descriverlo, perchè la carne al fuoco è tanta, ma forse conviene partire dallo scimmione.

Non so perchè, ma da quando ha recitato in quel film che parlava di un muthafuckin’ snake fulla muthafuckin’ planes il nostro amato Samuel L. Jackson (credo che ormai la L. stia per Linnaei) è stato piazzato sempre più spesso a recitare parti in cui si slancia in azioni e dialoghi da bestione (pensate a “Django Unchained”). Paiono finiti i tempi del gangster filosofico e scanzonato di “Pulp Fiction”. Quest’ultimo film non fa eccezione, anzi porta la cosa ai massimi livelli.

Scherzi a parte, il paragone tra SLJ e un bestione viene suggerito allo spettatore dal film stesso, quando ad un certo punto si vedono inquadrati, in maniera alternata, due paia di occhi, quelli di Kong e quelli di SLJ, e si fa fatica a distinguerli se non per il colore delle palpebre. Diversamente da certi altri momenti cinematografici simili, in questo caso la scena, più che umanizzare il mostro, mostrifica l’umano. Il film infatti sta tutto lì, nella sfida tra i due scimmioni che si contendono il dominio dell’isola, e che dopo un paio d’ore di intrattenimento a base di effetti speciali veramente belli vedrà uscire vittorioso il più umano tra i due. Per darvi un’idea, se non l’avete ancora visto, immaginatevi “Duel” con la jungla al posto della strada e due gorilla (uno vero alto cento e rotti metri ed uno metaforico, interpretato dal nostro scagnozzo di Marcelus Wallace preferito) al posto dei guidatori. Se stessimo vedendo “Apocalypse Now” (dal quale il film ha preso moltissimo in termini di scenografia e ambientazione) potremmo parlare del tenente colonnello Packard come di un buon soldato emozionalmente storpiato dalla guerra, ma siccome è un film di mostri la guerra è appena accennata e la caratterizzazione è abbastanza ridotta. Molto più presente è invece il caro vecchio tema della lotta tra uomo e natura, di cui la scimmificazione di SLJ e l’umanizzazione di Kong sono i capisaldi. SLJ ha giustamente paragonato il suo personaggio al capitano Achab, poichè sente il bisogno di vendicarsi delle proprie perdite nonostante tutto.

Tutto il resto non è altro che colore e agganci con i vari sequel e prequel. Questo film si inserisce infatti in una serie di film di mostri iniziata nel 2014 con Godzilla e che, a quanto pare, vedrà prossimamente sugli schermi anche Mothra, Radon e Ghidorah.

Gli effetti speciali, come in ogni film di mostri, spadroneggiano, con esplosioni come se piovessero (e piovono di brutto) e mostri grandi come il Nanga Parbat e brutti come Freddie Kruger appena sveglio. Il gorilla è stato realizzato in motion capture e si è tornati, dopo quello di Peter Jackson (più fedele all’originale sotto molti altri aspetti) ad un bestione bipede ma tutto sommato credibile.

La colonna sonora è il più becero tentativo di accattivarsi le simpatie del pubblico che io abbia mai visto, e riesce nel suo intento. Se vi piace la musica americana di fine anni ’60 e inizio anni ’70 potete andare al cinema, chiudere gli occhi e godervi il viaggio. Indovinate quale colonna sonora venderà migliaia di dischi entro la fine dell’anno.

Parlando degli altri attori, se tralasciamo il fatto che sono stati scelti, come di prammatica (sto parlando di te, “The Great Wall”!), tenendo in mano il catalogo Pantone (bianco, nero, asiatica, messicano etc. etc.) c’è poco da dire. Ognuno fa il suo lavoro senza infamia e senza lode, anche a causa di un copione che calca molto la mano sull’azione. Unici a distinguersi oltre a SLJ sono John Goodman e John C. Reilly (la C. in questo caso sta per comico) che portano un giusto apporto di allegria ad un film a tratti cupo. Potremmo però essere di fronte ad una nuova moda per quanto riguarda le minoranze: se fino a poco tempo fa, per dimostrare la pericolosità di una situazione, un personaggio nero (a volte l’unico nero di tutto il cast) veniva fatto morire in maniera improvvisa e brutale, stavolta tocca al messicano. Chissà a chi toccherà da qui a dieci anni…

Jet Li, sei avvisato.

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