Voy tirando

Scrivere per non pensare

Il colore degli altri.

Vi ho mai detto che un mio amico ha casa a Tokyo? La risposta è no, non ne avevo motivo, era probabilmente l’informazione più inutile che avrei potuto darvi. Ora però ve la do, perchè mi è utile per raccontarvi una storia. Una cupa e triste storia su come la realtà non sia quella che si vede. Inserire risate malefiche a piacere.

No, ok, scherzavo, è la solita storiellina edificante sulle bellezze paesaggistiche.

Questo mio amico è giapponese, almeno in parte, e credo sia questo che lo mette nella posizione giusta per fare cose che noi (noi che il Giappone sappiamo a mala pena dov’è) non riusciremmo mai a fare. Ad esempio questa foto.

Una città in un giorno di ordinaria cupezza.

La prima volta che l’ho vista ho pensato a Volgograd, o ad una qualsiasi altra città industrializzata dell’est Europa. Cielo grigio, un sacco di condomini e soprattutto niente di interessante all’orizzonte. Il classico posto in cui un viaggiatore cool andrebbe solo perchè fa curriculum (“Ahò, sò stato a Volgograd, 3500km de machinaaaaaa! Ammazza che mmal de culo!”). Poi ho guardato l’utile didascalia ed ho scoperto che la città nella foto è Tokyo.

Cioè, capiamoci, Tokyo.

6-Tokyo

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 1.

Tokyo.ashx

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 2.

Questa Tokyo.

1446179815274017097

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 3.

Tokyo, Japan --- Girls Walking Through Shopping District --- Image by © Steven Vidler/Eurasia Press/Corbis

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 4.

Paura eh? Ebbene sì, non c’è la minima somiglianza tra la foto scattata da un cittadino qualsiasi e le foto trovate su internet. Si tratta di quello che chiamo “Effetto Parigi” (oppure Berlino, o New York, ovvero una qualsiasi città di cui ho cominciato a farmi un’idea molto prima di visitarla): maggiore è la nostra distanza, anche culturale, da una città, maggiore sarà la nostra attrazione verso di essa.

L’anno scorso ad esempio sono andato a Parigi, città giudicata bellissima da chi non c’è stato, ed una volta arrivato sul posto l’ho trovata piuttosto normale. Certo, è piena di cose belle, ma la gente vomita per strada, chiede l’elemosina millantando improbabili menomazioni fisiche e sta in coda ubriaca fuori da ignobili locali notturni come in una Ulaanbaatar qualsiasi.

Dopo aver visto la foto in alto la mia voglia di visitare Tokyo non è certo diminuita, ma ora voglio visitare un posto più realistico. Adesso so che dovrò portarmi un maglione (perchè non ci saranno le tipe della foto n° 4 a scaldarmi), dovrò nascondere il portafogli (perchè non ci sarà il Giustiziere Robotronico Gigante della foto n° 3 a proteggermi dagli scippatori ninja) e sicuramente la sera dovrò stare in camera a dormire (perchè se i posti delle foto n° 1 e 2 esistono, sono certamente troppo costosi), ma sono ancora più curioso di conoscere gli abitanti di quell’enorme città, sapendo che nonostante le immense distanze abbiamo qualcosa che ci accomuna.

Il tempo di merda.

Ogni cazzo di morto.

The world is a vampire, come diceva il buon Billy Corgan, e questo inizio di 2016 ce l’ha dimostrato: uno dopo l’altro una caterva di personaggi famosi sono morti, lasciando noi meschini sopravvissuti a fare i conti con l’insostenibile leggerezza della miseria umana, ovvero l’elaborazione del lutto su Facebook.

Ovunque mi giri, ovunque io guardi, sono assalito da persone che si stracciano le vesti per una qualche salma importante, senza magari averne mai saputo nulla fino a dieci minuti prima. Si va dal contrito messaggio di partecipazione al dolore dei famigliari (“I bambini! Non avete pensato ai bambini? Ma perché nessuno pensa ai bambini?”), all’affermazione della positiva fibra morale del defunto (“L’era tanto una brava persona, me lo lasci dire!”), alle accuse a chi non l’ha capito (“L’avete ucciso voi, l’avete! Con il vostro odio! La droga non c’entra un cazzo!”), alle citazioni, spesso errate, di pensieri del famoso dipartito (“Ambarabà… Ciccì… Coccò!”).

Non voglio in questa sede tranciare giudizi su chi si crogiola in tali gretti comportamenti nè andare a discutere del perchè in questa società priva di anima ognuno si senta in diritto di andare a caccia di big likes cavalcando senza pudore la salma di chi in vita fu più famoso. Questa, se ne hanno interesse, è materia per i sociologi. Io nel mio piccolo voglio limitarmi a proporre un’altrettanto piccola alternativa. Un metodo, potremmo anche definirlo.

SBATTETEVENE!™

SBATTETEVENE!™ è un innovativo e rivoluzionario metodo per elaborare il lutto. SBATTETEVENE!™ è rapido, semplice e non richiede conoscenze pregresse. SBATTETEVENE!™ non ha bisogno di utensili o materiali.

Il metodo SBATTETEVENE!™ è basato su tre pilastri fondamentali. Il primo pilastro è il threat assessment. Il morto era vostro padre? Il morto era vostra madre? Conoscevate personalmente il morto? Se avete risposto “NO!” a tutte e tre le domande, allora il metodo SBATTETEVENE!™ è quello che fa per voi. Il secondo pilastro è il problem solving. La morte del de cuius vi tange in qualche modo? La morte del de cuius tange qualcuno che conoscete? Se anche a queste domande la risposta è “NO!” potete procedere verso il terzo pilastro, detto anche “il nirvana mortuario” dagli addetti ai lavori. Il terzo pilastro, quello del no shit given, è sulla carta il più semplice ma spesso il più difficile da mettere in pratica. Se i primi due pilastri sono stati superati senza problemi, il terzo dovrebbe arrivarvi come naturale conseguenza: non lo conoscete, la sua morte non vi tange, dunque SBATTETEVENE!™

Umberto Eco è morto? SBATTETEVENE!™ David Bowie è morto? SBATTETEVENE!™ Silvana Pampanini è morta? SBATTETEVENE!™

SBATTETEVENE!™ L’originale metodo per la tranquillità dell’anima (dei vostri amici che vi seguono su Facebook, mannaggiavvoi!).

Cazzi loro.

Ultimamente gli spacciatori di “notizie” che infestano quasi tutti i nostri abituali luoghi comuni si stanno concentrando sui casi di giovani morti per aver assunto droghe. Sicuramente a molti di voi questa tendenza non sarà passata inosservata.

Ebbene, a furia di venir bombardato da minimalia spacciati per notizie mi è sorta spontanea una domanda, che intendo girare a voi: di chi è la colpa?

Poniamo che vostro figlio acquisti un farmaco da banco in una parafarmacia, e dopo averlo utilizzato muoia. Di chi sarebbe la colpa? Di certo non del parafarmacista. Egli si limita a vendere dei medicinali da banco di cui non è tenuto a controllare né l’effettiva composizione né l’uso che il cliente ne fa. Se qualcosa va male la colpa è del cliente che ha scelto il farmaco sbagliato o del produttore che ha prodotto un farmaco con effetti tossici. E non provate ad obiettare che quando qualcosa che acquistate non funziona vi rivolgete al venditore: lui ha diritto di rivalsa sul produttore e l’unico motivo per cui non siete voi a potervi rivalere direttamente sul produttore risiede non nel principio di causalità ma nell’applicazione, al ricorso gerarchico, del principio di sussidiarietà.

Perchè, dunque, la colpa della morte per aver assunto droga di un tizio dovrebbe essere del pusher? Egli è solo un coglione sottoistruito che fa da intermediario tra un compratore fondamentalmente stupido ed un produttore fondamentalmente disonesto. Mettete da parte per un attimo il codice penale, a mio avviso comunque non del tutto all’altezza della situazione in questi casi, e guardate la cosa da un punto di vista morale.

Al netto dell’orrore che può farvi l’idea di smerciare droga, vedete bene che il vero problema risiede nella domanda e nell’offerta. Come al mercato di Campagna Amica, bastano un produttore ed un compratore, tutto il resto è un inutile ed incolpevole orpello. Non voglio riproporre la trita e ritrita storia della mancanza di educazione e del degrado morale. Quello che mi preme farvi entrare in testa è che contrariamente a quanto la parola potrebbe far pensare un pusher non spinge nessuno a drogarsi, non letteralmente.

Altrimenti spaccerebbe zucchero a velo: tanta resa con poca spesa.

Counting Crows in Pistoia

L’uomo saggio pianifica in inverno escursioni estive che sa benissimo potrebbero ucciderlo, così, tanto per far del male al sè stesso del futuro. Questa è l’unica spiegazione plausibile per la mia presenza al concerto dei Counting Crows al Pistoia Blues Festival: un tentato suicidio a scoppio ritardato. Il caldo durante il viaggio in treno è impossibile da spiegare a chi non sia mai stato nella sala caldaie del Titanic, mentre sulle lastre di pietra che pavimentano Piazza del Duomo a Pistoia si sarebbero potute cuocere le uova. L’unico lato positivo è la totale scomparsa dello stimolo ad urinare, che permette una ininterrotta partecipazione ai concerti.

Prima di sentire la portata principale, ci è toccato ascoltare l’artista di contorno.

WP_20150703_20_51_09_Pro__highres

Il nome, Arianna Antinori, probabilmente dice a voi meno di quanto abbia detto a me, che pure prima del concerto ho sprecato ben dieci minuti dieci a googlarla. Per tagliar corto, vi dirò subito che si tratta di una scalmanata (in senso buono) che canta brani sullo stile di Janis Joplin. L’ottima voce, unita alla presenza scenica energica (da scalmanata tipo Janis Joplin appunto) e a degli ottimi musicisti ugualmente energici, quali il bassista funky più dinoccolato d’Italia, il classico batterista animale, due chitarristi ed un duo di ottoni (sassofono e trombone), hanno reso la sua parte di concerto una delle migliori esperienze live a cui io abbia assistito. Se fossi in voi la terrei d’occhio, perchè se non diventa famosa lei, allora chi?

Dopo una mezz’oretta di pausa sono entrati loro, quelli che mi avevano convinto a comprare il biglietto, i Counting Crows.

WP_20150703_22_16_25_Pro__highres

Difficile rendere l’idea di una loro performance per iscritto. Adam cammina scazzo per il palco, cantando come se la voce non fosse nemmeno la sua, con l’atteggiamento di un bambino che passeggia in riva al mare a Riccione, grondando sudore. Il bassista sembra teletrasportato dal soggiorno di casa sua, dove stava guardando la tv con il basso poggiato sulle gambe, e suona con un atteggiamento impassibile che ricorda il compianto John Entwistle, ti aspetti di vederlo andare a fumarsi una sigaretta mentre il basso si suona da solo. Unici a mostrare un minimo di follia rock ‘n’ roll i chitarristi, il pianista e il batterista, ma tutti nei limiti della partita di burraco domenicale. Proprio per questo il concerto funziona, perchè ci sono sei professionisti così impegnati a generare un output sonoro di qualità da lasciare andare in vacca ogni apparenza, facendo sembrare tutto semplice. La scaletta, come si usa in casi del genere, è un misto di vecchi successi (l’archilochea Rain King, Mrs. Potter’s Lullaby) e brani dall’ultimo album (Palisades Park, Earthquake Driver).

L’unica pecca della serata, se si esclude il caldo da Guinea Equatoriale, è stata la scarsa affluenza di pubblico. Non che il fatto di essermi presentato dieci minuti prima dell’apertura ed essere comunque riuscito a stare sotto il palco mi abbia dato fastidio, ma se un concerto di un gruppo internazionale e di una giovane promessa italiana a quaranta euro non riesce nemmeno a riempire una piazza in un’antica città d’arte nella splendida Toscana, i casi sono due: o la gente non capisce più un cazzo di musica o la crisi economica è ben più grave di quanto sembra. Vi saprò dire di più a fine mese, dopo il concerto dei Darkness.

Intanto, se fosse un film vi direi “Guardatelo!” Se fosse un libro “Leggetelo!” Purtroppo posso solo dirvi “Maronnchevisietepersi!”

EXPO 2015: arrivi fagiolo, riparti sedano rapa.

Spinto da irrefrenabili manie suicide, ho deciso di passare la giornata (dalle 10:00 alle 24:00) di qualche Sabato fa (06/06/2015) ad EXPO 2015, incurante del caldo e della enormità del luogo. Poichè non volevo morire da solo, memore della famosa commedia di Filemone di Siracusa, ho chiesto a Maria di accompagnarmi: il seguente resoconto si basa sulle nostre personali esperienze.

Il piano iniziale era di trovarci a Rho, ridente buco di fogna situato a Nord di Milano, dove avevo prenotato una stanza in un ridente (questo sì, era proprio carino) B&B. Purtroppo il sito di Trenitalia si sposa male con la realtà oggettiva dei fatti, ed è stato solo al prezzo di numerose bestemmie che sono riuscito a raggiungere il luogo dell’appuntamento. Alle ore 08:30, comunque, stivate le scarne valigie, salivamo sul treno diretto a Rho Fiera Expo Milano 2015.

Scesi dal treno, la prima bella sorpresa ci è stata regalata dall’ampio sottopasso, stile vomitorium, che ci ha permesso di arrivare in una cinquantina di secondi dal binario alle porte di Expo. Inutile dire che arrivare almeno un’ora prima è fondamentale: i cancelli aprono alle 10:00 del mattino, ma si possono attraversare solo dopo controlli degni di un aeroporto, dunque date le affluenze se arrivate alle 10, entrate a mezzogiorno… Durante l’attesa, è utile fare amicizia coi compagni di fila: sparare minchiate a ruota libera con studenti di agraria baresi farà volare il tempo.

Una volta affrontate le fameliche bocche dei tornelli, ciò che vi attende è quanto di più enorme possiate immaginare. Una specie di accampamento militare romano, i cui cardo e decumano sono larghi quanto un’autostrada e coperti da un velario alto decine di metri. Tutto questo però lo scoprirete dopo, poichè prima è d’obbligo la tappa al famigerato Padiglione Zero. All’interno, enormi stanze ospitano diorami e proiezioni volti a mettervi dell’umore giusto, presentandovi i temi che poi verranno sviluppati dai vari padiglioni statali. A dire il vero vi è anche una funzione secondaria ma ugualmente importante: alla vostra seconda visita distrarrà gli altri visitatori, permettendovi di girarci intorno e correre al Padiglione Italia per entrare prima che si formi la fila.

Usciti dal Padiglione Zero, le cose si sono fatte di colpo molto più complicate. Avevamo una mappa, e come ho già detto la pianta di Expo è quella squadrata ed ordinata di un accampamento militare, ma queste sono le uniche indicazioni che avete. Superato lo Zero, gli altri Padiglioni sono trattati in maniera assolutamente paritaria, e sta solo a voi decidere quali visitare e quali sacrificare, magari sperando di poterli vedere in futuro quando ritornerete. Questo, unito all’ubiquità delle rivendite di alcolici, tende a frastornare le menti deboli.

Durante l’attesa ai tornelli, io e Maria ci eravamo accordati su una lista di paesi che volevamo assolutamente vedere: Angola (per le bistecche di coccodrillo), Giappone (per il cibo giapponese), Ecuador (dov’è nata Maria), Polonia (per i Pierogi) e Grecia (per l’Ouzo). Anche il Vietnam era stato preso in considerazione, in virtù dei suoi bacherozzi alla griglia, ma non eravamo sicuri che fossero già arrivati. E poi, mangiare bacherozzi? Sticazzi! Nonostante questa breve lista, siamo riusciti a vederne una quindicina in più.

La strategia da noi adottata, strategia che caldamente consigliamo anche è voi, è la ben nota AC/DC (altrimenti detta “A Cazzo Di Cane”). Consiste, la strategia, nell’avviarsi verso un Padiglione che si ha una gran voglia di visitare, per poi infilarsi in ogni altro Padiglione intermedio ove non vi sia coda. Questo innovativo metodo ci ha permesso di vedere, nell’ordine: Belgio (Straffe Hendrik, saccottino al cioccolato e caffè), Nepal (e se non piangi, di che pianger suoli?), Angola (il ristorante apriva all’una, CBCR), Pernigotti (non è uno stato ma il gelato è comunque ottimo), Colombia (un paio di banconote per la mia collezione), Franciacorta (bevi poco, bevi bene), Polonia (anche Maria è entrata nel tunnel dei Pierogi), Regno Unito (bruchi a secchiate), Israele (vino rosso kosher), Padiglione Italia (dove non siamo entrati), Piacenza (stranamente è un Padiglione permanente), Birra Poretti (ma quanta cazzo ne hanno!), Albania (mostra fotografica), Serbia (vino e grappa gratis), Grecia (non vendono niente), Iran (zafferano), Stati Uniti (Gatorade), Ecuador (tante cose da annusare), Giappone (cotoletta al curry ed assaggio di manzo Kobe), Russia (soffitto a specchio) Qatar (caffè interattivo), McDonald’s (CocaCola e patatine) e Slovacchia (l’uccello dalle piume di coltello).

Sebbene questo elenco sia già di per sè impressionante, poichè trattasi di una recensione, mi accingo ora a dare la mia opinione su quanto visto durante la visita. I Padiglioni, salvo pochi casi, sono tutti formati da due ambienti distinti. Il primo è il museo interattivo, dove si possono vedere e toccare la storia e i prodotti del paese. Alcuni, come la Colombia, fanno affidamento su splendidi filmati (la storia polacca in un cartone animato muto a colori è spettacolare, come del resto l’ascensore colombiano), mentre altri hanno delle vere mostre al proprio interno (design per la Polonia, folklore per la Russia, vita quotidiana per il Qatar). Questo è l’ambiente che tutti gli stati, anche i più piccoli, presentano ai visitatori. Il secondo è lo spaccio/ristorante/cocktail bar, ove il visitatore può acquistare souvenir, e soprattutto cibo e alcolici. Questo secondo spazio non è presente nei padiglioni più piccoli. In genere poi, ove entrambi gli spazi siano presenti, è possibile scegliere se visitarli entrambi, prima il museo e poi il bar, oppure solo il bar. Questa piccola cortesia verso i visitatori, tale da non costringerli a fare una lunga coda per il museo ove volessero semplicemente mangiare, è ciò che contraddistingue una buona pianificazione degli spazi. Dopotutto, il tema dell’Expo è il cibo.

I prezzi dei cibi e dei souvenir poi non sono nulla di proibitivo, se sapete come scegliere. Un primo ed una birra vi costeranno in media una dozzina d’euro, mentre l’aperitivo col Franciacorta potrebbe oltrepassare i 15 solo per lo spumante. La bistecca di manzo giapponese può costarvene 40, ma sarà la migliore della vostra vita. Se invece fate parte di quella speciale categoria di sottosviluppati mentali che pagano 37 euro per entrare ad una fiera alimentare universale per mangiare patatine fritte ed hamburger, nessun problema, ci sono anche vari economicissimi McDonald’s. Non mancano poi i luoghi di svago, quali la terrazza bar del Padiglione USA dal quale sorseggiare cocktails osservando Expo dall’alto, o il Padiglione Poretti/Martini, dove potrete riempirvi di birra al piano inferiore per poi infliggervi il colpo di grazia in terrazza con un bel Martini Rosso. La birra Nastro Azzurro è ubiqua, ed ogni padiglione tende ad avere un paio di bevande tipiche, vendute a bottiglia o a bicchiere. Ad Expo tutto ha un prezzo e niente è gratis, fatta eccezione per le degustazioni. C’è solo una cosa che non dovete assolutamente comprare, nemmeno se ne andasse della vostra vita: l’acqua. Nelle stradine laterali sono infatti presenti delle fontanelle gratuite alle quali fare rifornimento. Acqua pura, fresca, gratuita. Anche gasata.

Per i visitatori più intraprendenti poi ci sono piccoli giochi di società ed altri svaghi. In vendita da qualche parte, oltre a libri fotografici, magneti da frigo ed altri simpatici ricordi, potete trovare dei libretti simili a dei passaporti, sui quali farvi mettere i timbri delle varie nazioni. Da qualche parte, ho detto, perchè non sono riuscito ad ottenere indicazioni più specifiche, ed ora ho la mia consueta moleskina piena di timbri. Se vi interessa perseguire questa divertente forma di collezionismo, vi suggerisco di portare con voi della carta assorbente per calligrafia, altrimenti il timbro degli USA monterà il timbro della Russia sulla pagina di fronte, ed insieme partoriranno due timbri speculari del NWO di Locate Tiulzi. L’interattività poi spesso non si limita a schermi touch screen con varie nozioni su etnografia e agricoltura: il Giappone ha un ristorante virtuale per una cinquantina di persone, l’Angola ha un divertente test sulle abitudini alimentari, gli USA hanno giochi d’acqua pedonabili e in quasi tutti i padiglioni potrete annusare, succhiare, leccare o mangiare le piante locali, opportunamente piantate da esperti paesaggisti. Se anche questo non dovesse bastarvi, e doveste avere molto caldo, intorno ad Expo scorre un fossato nel quale potrete facilmente calarvi tramite le comode rive a gradoni.

Se mi avete seguito fin qui, presumo sarete ormai stanchi, dunque mi avvio a chiudere questa piccola escursione parlando della notte di Expo. Ebbene sì, laddove altri eventi mondani chiudono i cancelli al calar del sole, costringendovi a tornare in albergo a continuare la festa con la prima prostituta raccattata su Craigslist, Expo vi viene incontro. I musei, purtroppo, chiudono tutti entro le 20:00, ma durante i fine settimana i ristoranti e i bar rimangono aperti fino a mezzanotte. Vi troverete così a passeggiare per vialoni fiancheggiati da mini-discoteche anni ’90, dove ubriacarvi saltellando con un sottofondo della peggiore musica dance nord-europea. I più romantici potranno invece portare la propria morosa al ristorante e poi all’Albero della Vita. Questa costruzione, che di giorno funge da monumento alla Foppapedretti, di notte s’illumina come un albero di Natale, con spettacoli di luci, suoni e giochi d’acqua che valgono il prezzo del biglietto ridotto serale.

Fine.

Che dire dunque? Quale giudizio complessivo dare a questo grande parco divertimenti semi-temporaneo? Un giudizio positivo, ovviamente. Qualche anno fa, quando sentivo parlare di un qualche strano oggetto chiamato “Expo”, l’unica cosa che riuscivo a pensare era che “questi milanesi si stanno allargando un po’ troppo”. L’anno scorso per la prima volta ho capito che “Expo” non era un qualche tipo di prestito obbligazionario ad interesse variabile collegato allo spread tra Lira Cipriota e altezza del monte Cervino al netto del cappello di nevi perenni, bensì un luogo fisico. Il mese scorso ho deciso di dare ad “Expo” una possibilità, perchè per quanto un simile spreco di soldi per un evento temporaneo mi dia la nausea, non provare nemmeno ad andarci sarebbe stato uno spreco ulteriore. Oggi, Domenica 21 Giugno 2015, voglio tornarci per un altro giro. Al netto delle polemiche sui costi (troppo, troppo poco, il giusto), dei ritardi nella costruzione (trovati fossili di Expo 2015 durante gli scavi per la costruzione di Expo 2015) e di tutti gli orrori quotidiani inscindibilmente interconnessi anche con le migliori iniziative di questo tipo (tipo il tangibile rischio di morire di caldo, tipo), Expo 2015 è un posto che, se siete italiani sopra la soglia di povertà, dovete assolutamente vedere, pena una vita di rimorso per esservi persi l’occasione.

 

Il Piave mormora…

Il 24 Maggio 1915 cominciava per l’Italia la grande avventura della Prima Guerra Mondiale. Il Regio Esercito varcava il confine, avviandosi lentamente e con alterne fortune verso la vittoria del 4 Novembre 1918. Queste due date sono sempre state viste con orgoglio dalla Nazione, poichè la prima simboleggia lo spirito ardimentoso degli italiani, gente che non si tira indietro nemmeno di fronte ad un nemico più numeroso e meglio posizionato, mentre la seconda rappresenta la nostra capacità di portare a termine, nonostante tutto quanto ci siamo prefissi di fare.

Da un po’ di tempo però il vento è cambiato. La diffusione di una assurda morale pacifista (a che serve combattere quando ci si può lasciar morire?) sta provocando una sorta di revisionismo della storia in chiave mite e supina. La Grande Guerra è stata soltanto una “inutile strage”, i soldati sono soltanto dei guerrafondai che fanno a chi ha l’obice più grosso (oppure dei bambini innocenti gettati in pasto alle belve, a seconda del momento), i disertori sono solo sinceri democratici che si ribellano alla logica fascista del combattimento, i morti sono povere pecorelle smarrite da commemorare.

Ma vi rendete conto di che cazzate circolano? Ma ditemi voi chi cazzo volete commemorare? No dai adesso spiegatemelo cazzo? Volete commemorare Enrico Toti? Se vi sentisse parlare di commemorazione dei defunti invece che di Festa della Vittoria, piuttosto che gettare la stampella verso gli austriaci in segno di spregio, ne chiederebbe un’altra per potersi puntellare e prendervi a calci nel culo!  Volete commemorare Cesare Battisti (no, non il coglione pluriomicida scappato in Brasile, quello purtroppo è vivo)? Siete sicuri che uno che al giudice chiese non clemenza, ma di commutare l’impiccagione in fucilazione, più consona ad un soldato, sarebbe disposto a morire per un’Italia che si piega alle logiche del volemmose bbène ad ogni costo?

I morti non torneranno più, questo è sicuro, ed altrettanto sicuro è che la Grande Guerra fu una strage immane, ma dal momento che ciò che è stato non può essere cambiato, abbiamo il dovere di trarne il massimo. Quei 600000 e più che sono morti non sono morti per uno strano capriccio del destino, ma per darci un’Italia libera ed unita. Credo sia nostro dovere onorarli godendo ogni giorno di quello che ci hanno lasciato, e non piangendoli come inutili vittime di una strage senza senso.

Invece di mortificare quel poco di orgoglio che ci rimane con bandiere a mezz’asta e stupidi discorsi su quanto sia bella la pace anche a costo di calare le brache di fronte alle più turpi ed insensate offese, invece di mascherare la nostra ignavia con lo stendardo di una supposta morale superiore, dovremmo prendere esempio da quegli eroi. Gente che ha avuto il coraggio di rischiare e di impegnarsi, gente animata, prima che dall’attaccamento alla propria nazione, da grande spirito di sacrificio ed impareggiabile senso del dovere.

Oggi come allora, non commemorare, non piangere, bensì imparare!

Se Dio vuole: la recensione.

Non mi capita tutti i giorni di vedere un film “per tutti”. In genere nei film che guardo c’è sempre qualche bestemmia, qualche scena di sesso spinto, qualche primo piano di ernia inguinale, qualche canzone di Justin Bieber. Roba per stomaci forti insomma. Molti dei film che guardo poi sono tanto scrausi da esser dannosi per la salute. Con gioia, dunque, mi accingo a recensire un film che per qualità, bellezza e mancanza di qual si voglia volgarità posso ragionevolmente definire per tutti.

Se Dio vuole.

In pratica è una commedia che parla del difficile rapporto tra un uomo (interpretato dall’ottimo Marco Giallini) e il resto del mondo (interpretato dal grandioso Alessandro Gassman, dalla misurata Laura Morante, dai simpatici mentecatti Ilaria Spada ed Edoardo Pesce, dall’esordiente [almeno credo] Enrico Oetiker ed ultimo ma non ultimo da Nostro Signore Iddio nel ruolo di se stesso). Se volete la trama cercatela da un’altra parte. Non è importante.

La trama (che come anticipato non riporto) è ben strutturata, prendendo spunti dalle classiche situazioni in voga sin dai tempi di Plauto e mettendole in scena con sapiente maestria. I personaggi non sono degli immobili cartonati, ma persone vere con sentimenti complessi che si evolvono nel corso del film. La colonna sonora è qualcosa di splendido, poichè prendendo spunto da locuzioni di uso comune non solo sottolinea certi momenti importanti ma aggiunge un velato retrogusto di ironia all’intero film. Gli attori sono ottimi, e paiono a proprio agio nei rispettivi ruoli: Giallini e Gasman sono senza dubbio i migliori, ma anche i comprimari (soprattutto la Morante, comprimaria di lusso) se la cavano molto bene. La regia è molto buona per un esordiente, e si prende poche divertenti libertà in fase di montaggio (la scena della crisi di nervi di Tommaso non sarebbe così efficace montata diversamente).

La cosa che più positivamente mi ha colpito, però, è stato il garbo con cui certi temi quali l’identità e la religione vengono trattati. Mai una facile battuta sui ricchioni, mai una comoda allusione moraleggiante ai preti pedofili, mai una sguaiata parolaccia gettata lì per soddisfare il volgar populazzo. “Se Dio vuole” è una commedia intelligente, degna erede delle commedie italiane dei tempi che furono.

In ultima analisi, un film edificante che riesce a divertire e ad educare al tempo stesso, adatto a uomini e donne, grandi e piccini (anche se forse i piccini non capiranno le battute più complesse), che merita i vostri 8 euro.

Se al cinema stasera siete indecisi su cosa guardare, ascoltate il mio consiglio.

Se Dio vuole, non resterete delusi.

 

Adaline – L’eterna giovinezza. L’eterna recensione.

La mia vita ieri è stata più o meno un’eterna lotta con il karma, nella quale ho perso miseramente. Segue un breve dialogo tra me e Maria.

Io: “Se fa brutto domani potremmo andare al cinema!”
Maria: “Ok! A me piacerebbe vedere Adaline. Però non so se fa per te…”
Io: “In linea di massima non penso niente di male di quel film. Però non so se riuscirei a sopravvivere…”
Maria: “Ok, allora ne scegliamo un altro.”

Poi niente, vado al cinema con le ragazze, perchè tutti gli amici maschi avevano già capito che non era aria ma io sono poverino e ci arrivo dopo. Segue un meno breve dialogo con le ragazze.

Io: “Allora, siete pronte per Avengers?”
Arianna: “Ehm, sì, veramente andiamo a vedere Adaline…”
Io (guardando Chiara che se ha avuto il coraggio di ricordarmi che pensa che io sia un inutile coglione proprio durante il post-cena del mio compleanno di sicuro sarà sincera): “Noddaicazzostateascherzà!”
Chiara (poker face): “No… Sai, per Avengers c’erano solo posti in terza fila…”
Io: “Ok, ciao a tutte, è stato bello vedervi ma il letto mi chiama!”
Arianna: “Ti abbiamo già comprato il biglietto!”

E fu così che, dopo aver schivato un proiettile solo per potermi prendere un’atomica sul grugno, mi diressi a vedere “Adaline – L’eterna giovinezza”.

Partiamo dalle cose che non mi hanno fatto venire l’orticaria. La fotografia è di pregio, i costumi belli, Blake Lively è sempre gnocca, Harrison Ford ha la barba.

Tutto il resto è abbastanza dannoso per il cervello maschile.

In pratica una tipa nel 1937 o giù di lì incidenta con la macchina e smette di invecchiare. Poi scappa per tutto il film per non farsi beccare dalla polizia che magari la internano e la esperimentano. Poi niente conosce un tipo e decide di lasciarsi andare un pochino, ma è il figlio del suo ex moroso e ne succedono di ogni. Poi insomma lei incidenta di nuovo, ricomincia ad invecchiare e tutti vissero felici e contenti, tranne il suo tipo che già si pensava di vantarsi cogli amici dell’ospizio, tra quarant’anni, della sua moglie di quaran’tanni più givane e invece no, ti tocca un matrimonio normale come a tutti.

La trama romantica non è nemmeno malaccio, pure se ricorda un po’ un Highlander al femminile, senza katane e kurgan, il problema è che ci si impegnano per ammazzarla fin dall’inizio. Perchè Adaline smette da invecchiare? In un buon film la risposta sarebbe stata “Cazzonesò?”. In un film meno buono “la forza dell’ammoreeeeee!”. Qui abbiamo una voce fuoricampo che si dilunga in pipponi pseudoscientifici, trasformando quello che potrebbe essere un film romantico e fiabesco al quale portare la vostra donna sperando in un bocchino nel parcheggio del multisala in un film romantico con cornice fantascientifica, che dopo che l’avrete visto non vi s’alzerà più nemmeno se vi beccate un fulmine mentre state affogando in un lago ghiacciato (ogni riferimento alle assurdità della trama è puramente voluto).

Che dire poi? Ogni tanto il regista ha dei rimorsi e butta lì qualche scenetta comica, come per aiutare gli uomini a sopravvivere, anche se comincio a pensare che lo abbia fatto solo per prolungare la nostra agonia. I morti non provano dolore. La cosa più divertente è comunque vedere dai titoli di coda che Harrison Ford, mister “mi schianto con l’aereo e quasi mi ammazzo mettendo a repentaglio il nuovo film di Star Wars”, ha un parrucchiere personale. Dalla sua acconciatura non l’avremmo mai immaginato.

 

Viva la liberazione!

Oggi in Italia non è un giorno come un altro. Oggi in Italia è il 25 Aprile, festa della liberazione. “Liberazione da che?” vi state probabilmente chiedendo? “Non ne ho idea!” vi rispondo. Posso però fare una rapida indagine intorno a me e tentare di riferirvi i risultati.

La guerra, come tutti sappiamo, è cosa buona e giusta, salvezza per l’anima ed il corpo. Ormai è risaputo che, se in Africa migliaia di persone non fossero felicemente e produttivamente impegnate nelle varie guerre, per i più disparati motivi, sarebbero costrette a confrontarsi con gli irrisolvibili problemi di tutti i giorni, quali la disoccupazione, la fame, i vicini di pianerottolo che scopano così forte da tenerli svegli tutta la notte. Decisamente meglio la guerra. Se avete ancora dei dubbi chiedete agli ucraini ed agli yemeniti: dopo aver provato qualche decina d’anni di orribile pace hanno ripreso le armi con gioia! Dubito quindi che oggi si festeggi la liberazione dall’unico sport collettivo che ancora mette tutti d’accordo.

La dittatura, su questo siamo tutti concordi, è sacrosanta. Recita un proverbio fiorentino: “Non si muove foglia che Matteo non voglia”. Ogni popolo sa bene cosa succede a spartire il potere decisionale tra i cittadini: non funziona più un cazzo! Molto meglio accentrare il potere in una sola persona che prenda le decisioni per tutti. Molte sono le ragioni per cui questa è la miglior forma di governo. Per prima cosa, il despota può essere facilmente sostituito: quale sprone migliore a governare rettamente che sapere che da un momento all’altro il potere potrebbe passare di mano? Secondariamente, il despotismo salva i cittadini dal logorio delle votazioni e del prendere decisioni. In ultimo, è risaputo che sotto il governo di un despota i treni arrivano sempre in orario. Potrei continuare l’elenco all’infinito, ma sarebbe un inutile esercizio di stile, in quanto ho già reso chiaro che l’unica cosa da cui tutti saremmo felici di essere liberati è il diritto di voto.

Dell’oppressione, in teoria, non ci sarebbe nemmeno il bisogno di parlare, poichè in Italia è di gran lunga la virtù più amata. Nella nostra Santa Costituzione è scritto che viviamo in una “Repubblica fondata sul lavoro”, ma solo perchè oppressione avrebbe rovinato la metrica.

L’odio poi è il nostro pane quotidiano. I fasci odiano i rossi, o rossi odiano i fasci, chi non ha la tessera di un partito odia fasci e rossi indistintamente ed io odio questa tastiera nippo-coreana dimmerda perchè se una parola ha due “s” consecutive la maggior parte delle volte ne prende solo una costringendomi a rileggere questi fottutissimi post del cazzo cinque o sei volte! MUORI ACCROCCHIO INFERNALE! MUOOOOORIIIIII!

Dunque da cosa ci siamo liberati ed ancora ci liberiamo il 25 Aprile? Ho fatto un giro in paese oggi. Volevo comprare tre clementine ed un pezzo di focaccia. Ogni singolo negozio, a modo suo, era chiuso.

Dalla voglia di lavorare, ci siamo liberati…

Non tutti i morti hanno lo stesso valore (per fortuna).

NO! FERMI TUTTI! Lasciatemi parlare! Non sto scrivendo l’ennesimo stupidissimo articolo sui massacri di civili e prigionieri di guerra nella seconda guerra mondiale. Lasciamo i fasciocomunisti fuori da questo blog. Il mio discorso di oggi è molto più semplice. Voglio solo spiegarvi, in maniera razionale, perchè un morto africano vale molto meno di un morto francese (300000 copie in meno, se parliamo di giornali, 100000 euro in meno se parliamo di premio assicurativo).

Recentemente mi è capitato di vedere e sentire in giro le solite discussioni abbastanza generiche sulle stragi terroristiche. Le avrete sentite anche voi. Di solito partono con: “A parigi i terroristi hanno fatto 11 morti e ne hanno parlato per un mese!”; proseguono con: “In (inserire uno stato africano a caso) hanno sterminato 150 persone e a nessuno gli frega una beneamata minchiazza!”; per finire con: “Chemmondo dimmerda, non sono forse i negri anch’essi uomini e nostri fratelli?”

Ebbene, lasciate che vi spieghi in breve come funziona.

In Africa, ogni giorno, un cristiano si sveglia e sa che deve correre più veloce di un proiettile di AK-47. Un cristiano pesa in genere 70 kg, ed ha una superficie corporea di quasi due metri quadri, mentre l’AK-47 utilizza il munizionamento standard dei fucili mitragliatori leggeri del patto di Varsavia, 7,62x39mm, la cui ogiva pesa 8 g, ha una superficie di pochi millimetri quadri ed ha una convenientissima forma a punta. Un cristiano si muove grazie alle proprie gambe, un’ogiva di 7,62x39mm grazie all’esplosione di una piccola carica di polvere da sparo. Inutile che vi dica chi vincerà la gara.

In Francia, ogni giorno, un cristiano si sveglia e sa che deve correre più veloce di un croissant alla confettura di lamponi. Il cristiano francese somiglia molto a quello africano, mentre il croissant alla confettura di lamponi è molto più grosso e lento di un proiettile 7,62x39mm. Il massimo della velocità lo raggiunge nel tragitto in furgone tra la bottega del fornaio e il bar, ma molti di essi vengono venduti direttamente dal fornaio, rendendoli dei bersagli immobili.

Questo ragionamento potrebe sembrare un tantino semplicistico. Non intendo negare che lo sia, ma credo che possa servire a farvi comprendere il punto della discussione. I morti sono come i soldi: più ne circolano e più cala il loro valore. Un migliaio di morti ammazzati in Africa vale meno di un singolo morto ammazzato in Francia proprio per questo: ce ne sono troppi. Lo stesso si potrebe dire dei morti per cause naturali: la maggior parte di chi muore per malattie o vecchiaia non finisce sul giornale, perchè è perfettamente normale che si muoia in quel modo.

Adesso provate a dirmi: chi ha imposto questa regola? Vi sento già gridare: “IL MERCATO!”. Ebbene gente, non vorrei buttarvi giù di morale, ma questa fredda entità che chiamiamo “IL MERCATO” siete voi! Voi che non andate al funerale del vostro vicino di casa. Voi che quando dei figli di papà pestano a morte un barbone “beh un po’ se l’era cercata”. Voi che fate l’offerta ad Emergency ma se un negro vi suona il campanello gli mostrate la canna della doppietta. Noi che giustamente quando apriamo il giornale non vogliamo vederci una lunga parata di morti. Noi che abbiamo più paura di un ubriaco sotto casa che di una guerra in centro-Africa.