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Blade Runner 2049: “Sò 2050, cheffaccio lascio?”

Nella mia lista dei desideri, vedere Blade Runner 2049 era appena sopra l’appuntamento dal dentista. Avevo appena finito di dire a Carmen che non avevo voglia di andarlo a vedere a metà settimana, quando Maria lo ha scelto in una rosa di tre film da me proposti per il fine settimana. Un po’ perchè lei è la mia morosa, un po’ perchè non volevo passare il sabato pomeriggio sulle panchine del centro come gli omarelli, ho accettato di vedere questo pippone para-fantascientifico. La visione è avvenuta Sabato 07 Ottobre 2017 e quelli che seguono sono pensieri sparsi sul film.

Qualche anno fa avevo visto Blade Runner, il primo ed inimitabile film degli anni ’80, e mi era piaciuto assai. Non voglio definirlo un capolavoro, perchè non sono un vero critico cinematografico, però posso affermare con certezza che fosse un bel film. Capirete dunque perchè non mi aspettassi niente di che dal seguito: se i seguiti di film mediocri sembrano peggio dei predecessori, tra i film belli e i loro seguiti l’abisso non può che aumentare. Blade Runner 2049 ha avuto il pregio (l’unico) di non deludere le mie aspettative in tal senso.

Come spesso succede in questo genere di film, che potremmo definire “Seguiti di film che negli anni ’80 fecero furore”, per realizzare Blade Runner 2049 hanno saccheggiato il capostipite a mani basse. Il problema è che, essendo passati ormai più di 30 anni, molte delle idee che rendevano bello il primo film risultano stantie inserite nel secondo. Ancora più grave poi il fatto che nel secondo si siano discostati dal primo in modi tali da rendere incoerenti e contraddittorie le due pellicole tra loro.

Ma iniziamo parlando degli elementi comuni:

  • Le musiche. Nel primo film, Vangelis spadroneggiava con una colonna sonora elettronica ed ansiogena. Nel secondo, Hans Zimmer spadroneggia con una colonna sonora elettronica ed ansiogena. La grande differenza è che sono passati 35 anni (un abisso in termini di gusti musicali) e che il volume a cui viene barrita addosso allo spettatore (ZZZZZZZZZZZZBRAAAAAAAAAAAAAAAMMMMMMMZZZZZZZZZZZZZZZZBRAAAAAAAAAAAAAAAAMMMMMMMM) non serve a nascondere l’incapacità di inventare qualcosa di nuovo. Quanto a volume, gli effetti sonori non sono da meno. Ogni volta che sparano sembra di stare al poligono senza i DPI;
  • Le scenografie e l’ambientazione. Luci al neon, pioggia, enormi cartelloni pubblicitari, retrofuturismo. Al secondo film non manca niente di ciò che ha reso il primo un’influenza dominante sulla fantascienza degli ultimi trent’anni. Niente tranne l’ironia. Grazie ad un product placement talmente invasivo da far pensare allo spettatore di aver sbagliato sala (“Ma il film non doveva iniziare alle 14:40? So le 15:30 e stanno ancora a fa la réclame della Peugeot!”), del secondo film io non ricordo alcuna immagine significativa, solo un coacervo di marchi che scorrono dietro agli attori. Si sono dati così tanto da fare per inserire roba che mentre Ryan Gosling e Harrison Ford chiacchierano nella tavernetta la telecamera inquadra una bottiglia di Johnny Walker Black Label (graziarcazzo che poi la bottiglia a te ti costa 120 euri, con quello che hanno speso per piazzare il prodotto);
  • La fotografia. Ho sentito gente dire che il secondo film è cupo come il primo, che trasmette lo stesso senso di ansia e di disperazione per la condizione umana, che è un po’ come guardare dentro un abisso di oscurità. Mi permetto di dissentire. Fortunatamente il secondo film non è nemmeno lontanamente cupo come il primo, presentando scene che sono sì poco luminose ma decisamente illuminate. Purtroppo però tende a sopperire alla scarsa cupezza con la monotonia. Tutte le scene sono un trionfo del tono su tono, al punto che a volte si fa fatica a trovare i personaggi sullo sfondo.

Passiamo ora agli elementi distintivi:

  • La trama. Ovviamente, essendo un seguito, si richiede alla trama un’abissale differenza da un punto di vista narrativo (altrimenti sarebbe un rifacimento) unita ad una sostanziale aderenza ad un ben definito scheletro di filosofia e costruzione dell’ambientazione. Purtroppo non sono riuscito a trovare nessuna delle due. La trama è abbastanza somigliante a quella del primo film: un poliziotto indaga per trovare e magari anche uccidere dei replicanti. L’ambientazione invece cambia drasticamente, a volte anche in modo retroattivo e sconclusionato, creando anche buchi nella trama. Nel primo film i replicanti erano una specie di accrocchio di parti robotiche e parti biologiche (in percentuale non nota, ma gli occhi venivano montati alla fine, come i cerchioni di una Lexus), tali da sembrare umani ma non esserlo veramente. Nel secondo film ci viene spiegato che i replicanti, anche quelli del primo film, sono una specie di esseri umani clonati e forzuti (e sterili) che nulla hanno di robotico. Insomma passiamo da Westworld a Star Wars: Episodio 2 – L’attacco dei cloni. Questa potrebbe sembrare una differenza da poco, ma capirete anche voi che se un film si basa sull’esplorazione del concetto di “essere (verbo) umano” vi è un’abissale differenza tra delle macchine che prendono coscienza di se stesse e dei cloni sfruttati come fossero macchine. Nel primo caso, possiamo avviare un lungo ed interessante dibattito filosofico su cosa significhi la parola “umano”. Nel secondo iniziamo a cantare Amazing Grace e il dibattito muore lì. Il fatto che questo cambiamento nell’essenza del problema centrale dei film sia anche retroattivo mi fa pensare che gli sceneggiatori fossero a corto di idee e non sapessero come trascinare lo spettatore dalla parte dei replicanti. Questo però ha reso le ultime scene del secondo film come una specie di rifacimento spirituale degli ultimi due film della serie Hunger Games (l’unica differenza è che alla Lawrence l’armata rivoluzionaria dà un arco mentre a Gosling dà una pistola)…
    Da questo peccato originale derivano un sacco di buchi nella trama.
    Se una popolazione possiede macchine volanti ed è in grado di compiere viaggi interplanetari, mentre nel primo film non è stata capace di creare cloni completamente asserviti, perchè ritentare anche nel secondo film? Non potevano costruire macchine non umanoidi a controllo numerico e finirla lì, visto che con l’ingegneria meccanica se la cavano meglio?
    Se sulla Terra ci sono così tanti cloni e così pochi umani veri che le nuove generazioni di cloni vengono assunte dalla polizia per uccidere le vecchie, a che scopo affannarsi? Non solo è un’impresa antieconomica, ma è destinata a fallire. Non sarebbe meglio evacuare i pochi umani e sterminare tutti gli esseri viventi della Terra (a causa dei disastri ambientali sono rimasti solo uomini e replicanti) per poi ripopolarla secondo necessità? Oppure si potrebbe accordarsi coi cloni e spartirsi la devastazione radioattiva. No, meglio creare cloni per uccidere cloni che uccidono altri cloni.
    Se Jared Leto ha già prodotto e venduto milioni di cloni adulti sterili senza bisogno di aiuto, che cosa gli fa pensare che produrre un gruppo di cloni fertili e inseminarli in modo che partoriscano cloni neonati gli farà risparmiare tempo e denaro? Se buona parte di questi cloni si ribellano ai padroni, cosa gli fa pensare che la produzione di cloni (adulti o neonati poco importa) possa essere un’impresa economica con buone prospettive di reddito nel lungo periodo?
    Se nella società che ci viene presentata nel film è normale clonare esseri umani per poi sfruttarli molto peggio degli schiavi nelle piantagioni di cotone in Virginia (Jared Leto si diverte a sbudellarli senza motivo), e uccidere un clone non infastidisce le persone più di quanto le infastidirebbe uccidere una mosca (di fatto, la mosca è un animale quasi estinto e ucciderla sarebbe peccato), cosa fa pensare all’avanguardia comunista di liberazione dei cloni (e alla polizia di Los Angeles) che il fatto che una replicante abbia partorito possa cambiare i loro rapporti con gli esseri umani? Di fatto, stando a quanto viene ripetuto dall’inizio del film, tutti i replicanti non sono altro che esseri umani clonati e forzuti: se ciò non muove i padroni a compassione il fatto che si riproducano non cambierebbe certo le cose.
    Com’è che, in un mondo dove perfino l’ologramma da compagnia del protagonista è autocosciente, l’unico che gira a vuoto come un novantenne affetto da Alzheimer (absit iniuria verbis) è proprio il protagonista?
  • I dialoghi. Il primo Blade Runner era parco di dialoghi. Era un’esperienza straniante di solitudine in un mondo morente. Quando un dialogo c’era, era spesso portatore sano di tragico lirismo (“I want more life, Father!”). Il secondo film invece non solo è molto più verboso, ma nonostante l’abbia visto pochi giorni fa stento a ricordare anche una sola frase.
  • Gli attori. “Sticazzi che sono cambiati, sono passati 35 anni!” direte voi. “Avete ragione, ma sono cambiati in peggio!” rispondo io.
    Al posto di Harrison Ford ora c’è un pensionato fuggito in pigiama dalla casa di riposo. Mi dicono dalla regia che è proprio Harrison Ford.
    Al posto di Rutger Hauer c’è Ryan Gosling, e niente, fa già ridere così. Dicevano che Gosling fosse inespressivo, prima che recitasse in questo film, e io lo difendevo. Blade Runner 2049 mi ha aperto gli occhi: avevano ragione gli altri. Ryan, se stai leggendo questo mio scritto, ascolta il mio consiglio: abbandona il cinema e vai a zappare.
    La povera Robin Wright Penn, come ha scritto l’Economist, sembra fuggita dal set di Dredd, sia per come è vestita sia per come si muove e parla. Sempre accigliata peggio di Brad Pitt in Bastardi Senza Gloria.
    Jared Leto è l’unico membro del gruppo che vada oltre il mero mestiere. Evidentemente si trova a suo agio nel ruolo di personaggi strani e psicotici borderline.
  • Il gancio per un seguito. Il primo film non aveva un gancio per il seguito, ma erano gli anni ’80 e i registi pensavano ancora che fosse più importante raccontare una storia e raccontarla nel modo giusto che fare cinque o sei film in serie. Ora invece siamo nel XXI secolo, e se possiamo farci una serie di dieci film ce ne sbattiamo della credibilità del progetto.

Per il resto, si tratta di un film poco originale, che scopiazza idee ovunque, dalla scienza alla storia, da altri film alla letteratura, tranne dove dovrebbe trovarle, il primo Blade Runner, dal quale eredita solo la datatissima musica. L’unico modo di rendere il tutto potabile sarebbe stato lasciar perdere il primo film ed iniziare una serie originale.

Purtroppo lavorare su idee originali è una cosa che fa molto anni ’80.

Nel complesso un film che più che trasportare si lascia sopportare, che seppellisce i rari momenti di tensione in un immenso oceano di grigiore e architettura brutalista, forse non troppo lento ma decisamente troppo lungo (o vice versa, decidete voi), un vuoto pneumatico in una splendida confezione, tanto rumore per nulla, un’opera che come un’ostrica dorata, ha il sapore dell’inutilità ben avvolta nello sfarzo.

P.S. quanto scritto sopra contiene SPOILERS!

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…ma nessuno vuole vedere come vengono prodotti.

Ho appena finito di guardare Doctor Strange. Mi è piaciuto molto. Potrei chiuderla qui ma non lo farò. Doctor Strange è stata la conclusione (per il momento) della mia maratona di film Marvel. Sabato prossimo (06 Maggio 2017) andrò a vedere “I Guardiani della Galassia – Vol. II”, ma per ora ho chiuso coi film della Marvel. Come vedete smetto quando voglio.

Non è però della mia mania dei film di supereroi ad elevatissimo budget che voglio parlarvi, bensì del male assoluto che sta divorando questo mondo e che emerge potente dai film della Marvel. Ok, sono un po’ troppo drastico. Diciamo che se si guardano i film Marvel e si fa un po’ di ricerca si scopre un mondo di schifosissime piccolezze che fanno passare la voglia di vivere.

Partiamo da Ant-Man. La settimana scorsa mi sono messo a guardare questo divertente film che parla di un tizio che può diventare piccolo quanto una formica. Complessivamente l’ho trovato bello, ma ho fatto un’enorme fatica a sopportare i primi due minuti. Michael Douglas mi è abbastanza indifferente come attore, ho sempre preferito suo padre Kirk. Non voglio dire che Michael non sia un bravo attore, tutt’altro. Però ho questo (autodiagnosticato) problema mentale molto serio a causa del quale mi vengono in mente cose, cose che ho visto o fatto, e non riesco a non fare associazioni, e io ho visto Sharon Stone che accavalla le gambe in “Basic Instinct”, e ho visto Michael Douglas sulla locandina di quel film, ed ora ogni volta che rivedo Michael Douglas, a prescindere da qualsiasi cosa faccia, l’unica cosa che vedo è l’allupato che si arrapa guardando la brugna di Sharon Stone. Il fatto che sia stato anche il protagonista di “Un giorno di ordinaria follia” (un film che amo) non mi aiuta.

Michael Douglas, dicevo, non lo posso guardare senza immaginarmelo con la lingua fuori come un Fantozzi qualunque ogni volta che passa una donna, ma posso dominare la mia mente malata e riuscire a sopportarlo (e a godermi la sua ottima recitazione) se mi impegno. Purtroppo in Ant-Man la Marvel ha tirato fuori il male cinematografico assoluto: la grafica computerizzata applicata alle persone. Il buon Michael per il 99% del film recita con la sciava bianca e la barbetta, da simpatico settantenne, come un Macaulay Culkin che sia in qualche modo riuscito a superare i quaranta nonostante le valanghe di crack, ma nei primi due minuti siamo in pieno “Basic Instinct”. Come diceva sempre il saggio David Sim, once a profound truth has been seen, it cannot be unseen, e se guarderete i primi due minuti di Ant-Man sarete segnati a vita.

Di solito, quando si ha bisogno di rappresentare due momenti molto distanti nel tempo in un film, si prende un attore che abbia l’età giusta per il momento più indietro nel tempo e gli si fanno recitare le scene al naturale, poi lo si manda in sala trucco e lo si invecchia con rughe finte su rughe finte per fargli recitare il momento più recente. Non è il massimo da vedere, perchè l’attore sembra comunque un giovane truccato da vecchio, ma rimane comunque potabile. In Ant-Man hanno fatto il contrario, prendendo un vecchio e ringiovanendolo nel flashback con la grafica computerizzata. Per due minuti ho dovuto guardare un rispettato attore recitare con addosso una maschera di mo-cap e pixel a metà tra la malattia neurodegenerativa e il teatro kabuki. Avevo già visto una tecnica del genere sfruttata in maniera più gentile nei vari film in cui è presente Iron Man (Robert Downey Jr. non sta esattamente ringiovanendo), ma qui siamo sprofondati nell’abisso dell’abuso (anelo a lungo allitterare). Ora non riesco più a guardare un film senza aspettarmi chissà quali orrori. Entro al cinema recitando il mantra: “Non Nobis Beowulf“.

Il secondo grande orrore emerge da Doctor Strange, anche se non è legato al film in sè. Sono i guerrieri della razza. Avete presente quando scelgono certi attori in base alle loro origini (leggasi colore della pelle, provenienza geografica e tratti somatici) per far piacere ad una certa fetta di pubblico che ha le stesse origini dell’attore, in modo da aumentare gli incassi, a prescindere dalle origini che il personaggio aveva nel materiale originale da cui il film è tratto (ad esempio nel libro era bianco, nel film nero, oppure nel fumetto era inglese mentre nel film è americano)? Non è una grande novità. Negli anni ’70 negli usa andavano di moda i film per neri, dove attori neri recitavano personaggi tutto sommato positivi e attori bianchi recitavano nella parte di sfruttatori e razzisti. Negli anni ’80 negli USA il primo film di Mad Max è stato doppiato perchè Mel Gibson aveva un accento troppo australiano per il pubblico americano. Ultimamente va di moda inserire attori di minoranze etniche ovunque per mostrarsi politicamente corretti.

Non sono qui per criticare all’ingrosso certe scelte. Io sono per la stretta aderenza al materiale originale quando si traggono film da libri o fumetti, e sono probabilmente un po’ razzista (odio chiunque sia diverso da me, fino a prova contraria), ma Idris Elba nel ruolo di Heimdall non è una scelta politicamente corretta, è una scelta di buon cinema. Ai guerrieri della razza però certe cose non vanno giù. In Doctor Strange il mentore del personaggio principale dovrebbe essere un vecchio monaco cinese. Gli sceneggiatori però si sono trovati di fronte ad un problema: un vecchio cinese sarebbe piaciuto ai puristi, ma sarebbe anche stato troppo simile allo stereotipo di Fu Manchu, e avrebbe attirato le ire dei guerrieri della razza cinesi (mai mettere in cattiva luce i cinesi). D’altra parte, se avessero scelto una vecchia cinese sarebbero caduti nello stereotipo della vecchia zoccola orientale (zoccola e avvelenatrice), e i guerrieri della razza ci sarebbero andati a nozze. Una giovane cinese avrebbe causato un turbine di seghe tra i fan più pervertiti, cosa che avrebbe tolto serietà al film e scatenato i guerrieri della razza (quelli che lottano per una “razza” cinese casta e pura, in cui le donne non attirano gli sguardi degli uomini). Lungo il percorso hanno scartato anche l’idea di un vecchio occidentale convertito alla filosofia orientale, perchè esiste una frangia di guerrieri della razza che, contro ogni precetto della Boldrini, ritiene che una cultura possa essere vissuta solo da chi ci è nato dentro (anche se gli immigrati tentassero di insegnarci qualcosa, sarebbe offensivo da parte nostra imparare da loro). Vedendosi chiuse tutte le strade, si sono giocati l’unica carta rimasta: Tilda Swinton. Un Ente così avulso dalle leggi della biologia da non avere sesso nè razza. Una specie di David Bowie con la visione stereoscopica. Alcuni dicono non abbia nemmeno un colore. Il fatto però che abbia la pelle diafana ha scatenato i guerrieri della razza, che hanno accusato il film di whitewashing, ovvero di aver trasformato personaggi non bianchi in bianchi. Perchè buona parte degli attori di Doctor Strange non sono bianchi, ma chissene, è Tilda Swinton che è di troppo. Christopher Robert Cargill ha paragonato la situazione alla Kobayashi Maru (no, non la prima nave a vapore della marina militare dello Shogunato Tokugawa, quella è la Kankō Maru, intendo la simulazione di battaglia coi Klingon di Star Trek).

La morale della favola è: dove stiamo andando a finire? Se penso alla mia vita tra vent’anni, mi vedo al cinema a vedere un film degli Avengers con il povero Andy Serkis in tutti i ruoli, ovviamente con tutina mo-cap e schermo verde, mentre gli attori originali, ormai avviati vero i settanta (o gli ottanta, perchè Robert Downey è Jr. ma invecchia anche lui) presteranno la voce e le facce, ovviamente quelle del 2016, opportunamente incollate su Andy con la grafica computerizzata, mentre su Facebook e Twitter i neri se la prenderanno coi bianchi che se la prenderanno coi cinesi che se la prenderanno coi giapponesi che se la prenderanno con gli indiani che se la prenderanno con gli inglesi che a questo punto avranno fatto tutto il giro e saranno arrivati alle spalle dei neri e pronti a prendersela con loro, ricominciando la sequenza da capo, il tutto perchè nel nuovo film sulla storia della Corea del Nord il ruolo di Kim Il-sung è stato affidato a Djimon Hounsou, ovviamente in yellowface

But, if you’re a lousy actor
It don’t matter if you’re black or white

 

A tutti piacciono i wurstel…

…ma nessuno vuole sapere come funziona Iron Man. Tenetevi forte, gente, perchè sto per portarvi a fare un giro nella mia noiosissima vita. Inoltre, vi parlerò di film di supereroi.

Lunedì sera volevo vedere Pacific Rim. Lo volevo vedere tanto. Al punto che, quando Maria mi ha fatto notare che su Rai 3 c’era “The Company You Keep”, una specie di film di spionaggio e giornalismo duro e puro con Robert Redford, mia risposta è stata “me lo guardo domani sera”. A me Robert Redford piace molto, come attore e come regista. Mi piace quel suo stile tranquillo, che ti manda in porto un film d’azione senza troppi ammazzamenti (se avesse diretto lui “I mercenari” avrebbero risparmiato 40 milioni di dollari in munizioni) e ti rende interessante anche un film dove non succede un cazzo (ho goduto tantissimo “Leoni per agnelli”), però quella sera avevo voglia di esplosioni robotroniche e di kaiju ruggenti in mezzo all’oceano.

Com’è, come non è (e poichè domani mattina alle 05:00 non ho voglia di offrire la colazione alla Guardia di Finanza, vi assicuro che NON è), mi sono scaricato Pacific Rim, l’ho trasferito su chiavetta ed ho inserito la chiavetta nel televisore. Purtroppo, s’è imballato dopo trenta secondi. Non starò ad annoiarvi con la mia battaglia di tre giorni con i files .MKV, nè vi racconterò di come questa battaglia io l’abbia miseramente persa, perchè fortunatamente su Rai 2 c’era “Iron Man 3” e ho potuto saziare almeno in parte la mia voglia di esplosioni con quello.

E dopo? Dopo iniziano i guai. Finito di guardare il film infatti non riuscivo a prendere sonno a causa dei dubbi esistenziali che il film stesso mi aveva messo in testa. Principalmente non riuscivo (e non riesco nemmeno ora) a dare una risposta ad una assillante domanda: ma Iron Man sta sul cazzo a qualcuno o gli altri supereroi sono tutti dei codardi infami?

Durante “Iron Man”, il primo film della serie, era normale che il protagonista si trovasse più o meno da solo a lottare contro i criminali. Dopotutto, era il primo film in cui compariva, e doveva ancora farsi conoscere. I nemici poi erano le solite mezze seghe, roba che se il Presidente avesse inviato due o tre elicotteri d’assalto in più Robert Downey Jr. avrebbe potuto passare la maggior parte del film a limonare con Gwyneth Paltrow.

Durante “Iron Man 2”, le cose si fanno più complicate, perchè alla fine del primo siamo venuti a conoscienza degli Avengers, e perchè Mickey Rourke è brutto forte e anche solo guardarlo in faccia fa male, ma ci può ancora stare che Robert Downey Jr. sia quasi sempre da solo, tanto c’è Don Cheadle che se proprio proprio gli dà una mano.

“Iron Man 3” invece è un altro discorso, perchè in mezzo c’è stato “The Avengers” e ora noi spettatori sappiamo. Al mondo non c’è solo Iron Man. Al mondo c’è una squadra completa di super eroi coi controcazzi, pronti ad intervenire per il bene dell’umanità! Di certo non lasceranno Robert Downey Jr. da solo a difendere il Presidente degli Stati Uniti d’America e il mondo intero da un complotto terroristico di supersoldati che se appena appena li guardi male quant’è vero il cazzo esplodono che nemmeno Tom e Jerry il Quattro Luglio mannaggia!

Invece sì, che lo lasciano solo. Io me li immagino la domenica mattina che si svegliano, ognuno a casa propria, accendono la TV mentre bevono il caffè e vedono che il mondo sta per essere distrutto. Subito scatta la conference call.

Thor: “Ué, raga, avete visto il casino?
Hulk: “Rrrrrrrrrrrrrrrrr!
Black Widow: “Si, ho visto. DE-PRE-CA-BI-LE! Come faccio a fare shopping la domenica dopo aver visto certe immagini al telegiornale? IM-BA-RAZ-ZAN-TE!
Capitan America: “Dai cazzo, è in gioco il destino dell’America e del mondo. Iron Man è fuori combattimento, non credete che dovremmo intervenire?
Hawkeye: “Mmmmh… Sticazzi?
Tutti in coro: “STICAZZI!

Intanto si sente l’inno del Liverpool F. C. suonare al contrario.

La Bella e la Bestia: il film.

Ieri, trascinato da Maria, sono andato a vedere il film della Bella e la Bestia. Non ne avevo molta voglia, perchè dopo aver visto il cartone animato, vedere il film con gli attori veri non mi sembrava necessario, ma grazie ad un colpo di fortuna, che ci ha fatto ottenere i biglietti a metà prezzo, sono entrato in sala allegro e curioso.

Siccome il cartone animato è bellissimo, e tutti l’hanno visto, in questa recensione, per risparmiare il mio e il vostro tempo, si parlerà solo di ciò che rende il film diverso dal cartone.

Primo: gli attori. Se dovessi parlare di cosa c’è di male nell’industria cinematografica di oggi, probabilmente parlerei di due argomenti che ritengo fondamentali: l’antirazzismo (o il razzismo, a seconda dei casi) e la mania dei remake.

Purtroppo, siccome i registi e gli sceneggiatori di oggi devono mostrare, per evitare problemi, di non essere razzisti, ormai gli attori vengono scelti in base al colore della pelle. Non importa l’ambientazione del film: fosse anche un kolossal sui pirati danesi del V secolo d.C. devi sbatterci in mezzo almeno un attore nero. Si arriva al punto di cambiare storie che il pubblico conosce ormai a memoria per inserire un attore cinese o africano, laddove magari nella storia originaria c’erano solo europei. A volte si riscontra addirittura il problema opposto: sceneggiatori, registi e produttori razzisti scelgono attori in base alla loro “razza” pensando di attirare spettatori che altrimenti non si sarebbero sentiti coinvolti (i produttori di “The Great Wall” hanno ammesso di aver scelto Matt Damon e Willem Dafoe in questo modo). “La Bella e la Bestia” non fa eccezione, e ci troviamo con un villaggio francese di metà XVIII secolo nel quale gli abitanti tentano di linciare Belle perchè tenta di insegnare a leggere ad una bambina, mentre sono perfettamente tranquilli ad avere il nipote di Mansa Musa che gli dice messa tutte le domeniche. Mah…

Il film soffre anche della mania dei remake che, forse prodotta da un calo della creatività generale, spinge gli studi cinematografici a fare e rifare sempre gli stessi film, cambiando gli attori o le tecniche esecutive. Così abbiamo i film dei cartoni, i cartoni dei film, le stop-motion dei corti di successo. Rifare “La Bella e la Bestia” con attori veri è un’operazione destinata al fallimento creativo. Non esiste margine di miglioramento rispetto al cartone e chi ha avuto l’idea lo sapeva. Sono andati avanti comunque per soldi, perchè sapevano che se fai un’operazione del genere lo spettatore comunque ci casca, perchè la curiosità uccide il gatto ma anche l’uomo sta messo male. Alla fine di tutto, dopo due ore di film, la domanda che lo spettatore si porta dietro è: ma chi glielo ha fatto fare di ingaggiare Ian McKellen ed Ewan McGregor che li si vede in faccia solo per un minuto e mezzo alla fine?

Secondo: le canzoncine. In un film piuttosto godibile, l’unica vera pecca sono state le canzoncine. Ne sono state aggiunte alcune di nuove rispetto al cartone, ed alcune sono rimaste uguali. Altre, purtroppo, sono state cambiate. In peggio. Io ho visto la versione italiana, e potendo parlare solo di quella devo dire che la qualità dei cantanti e dei testi mi è sembrata peggiorata rispetto a quella del cartone animato del 1991.

Terzo: la storia. Hanno allungato il brodo rispetto al cartone, rimpolpando un po’ la storia per raggiungere i 120 minuti. Nel film si vede un antefatto che spiega come il Principe è diventato Bestia, poi abbiamo alcune scene in più della Bella con la Bestia al castello e alcuni personaggi aggiuntivi (come la strega, che nel film vive vicino al villaggio, o alcuni personaggi del villaggio che sono parenti degli oggetti animati del castello). Tutto sommato i cambiamenti sono godibili, anche se non necessari.

Quarto: l’ormai famigerata infamia della Disney. Non sopporto più questa casa di produzione che promette e non mantiene. Hanno messo in giro la voce che Le Tont è gay per creare scandalo e pompare il film, ed io da bravo ci sono cascato e sono entrato al cinema pensando le peggio cose (“Maledetti! Avete cambiato la storia! Infami! Hanno stato i frosci, hanno stato!“). Poi, dopo due ore di attenta visione, ho scoperto che mi avevano mentito. Non c’è niente di ciò che Le Tont fa che possa essere visto in una luce omosessuale, nemmeno sforzandosi tanto. Più che “gay“, Le Tont mi è sembrato “gaio” e felice. Avevano messo in giro anche la voce che la Bella, in questa versione, fosse una specie di femminista da combattimento (mi aspettavo reggipuppe in fiamme e vagina mia e me la gestisco io), ma in realtà è sempre la solita brava ragazza istruita e giudiziosa. Peccati del viral marketing.

Quinto: gli effetti speciali. In pratica il film è un effetto speciale con le zampine. Metà degli attori sono effetti speciali per il 99% del film. Un sacco di scene nel castello sono effetti speciali che avvolgono altri effetti speciali mentre fanno cose. Dopo aver visto il cartone si rimane un po’ delusi dagli oggetti parlanti, che sembrano poco espressivi. La ritrasformazione stranamente è la cosa meno computerizzata di tutte, con gli attori che ridiventano umani fuori scena.

Tutto il resto è uguale al cartone: se quello vi è piaciuto, può piacervi anche il film.

Kong: Skull Island

Ci sono momenti nella vita in cui la tua morosa ti propone di andare a vedere un film di mostri. Sono momenti rari e preziosi che vanno colti al volo, momenti che ogni uomo sa potrebbero non ripresentarsi più. Così fu che domenica 12 Marzo 2017 andai a vedere “Kong: Skull Island”.

La trama è abbastanza sbrigativa. Nel 1974, grazie ai satelliti da poco messi in funzione, viene scoperta un’isola non ancora mappata. Viene dunque assemblata una spedizione di studio che però, invece di essere affidata solamente a geologi ed esploratori, viene dirottata da una strana organizzazione verso scopi più mostruosi. Seguono 90 minuti di mostri.

Non so da che parte iniziare a descriverlo, perchè la carne al fuoco è tanta, ma forse conviene partire dallo scimmione.

Non so perchè, ma da quando ha recitato in quel film che parlava di un muthafuckin’ snake fulla muthafuckin’ planes il nostro amato Samuel L. Jackson (credo che ormai la L. stia per Linnaei) è stato piazzato sempre più spesso a recitare parti in cui si slancia in azioni e dialoghi da bestione (pensate a “Django Unchained”). Paiono finiti i tempi del gangster filosofico e scanzonato di “Pulp Fiction”. Quest’ultimo film non fa eccezione, anzi porta la cosa ai massimi livelli.

Scherzi a parte, il paragone tra SLJ e un bestione viene suggerito allo spettatore dal film stesso, quando ad un certo punto si vedono inquadrati, in maniera alternata, due paia di occhi, quelli di Kong e quelli di SLJ, e si fa fatica a distinguerli se non per il colore delle palpebre. Diversamente da certi altri momenti cinematografici simili, in questo caso la scena, più che umanizzare il mostro, mostrifica l’umano. Il film infatti sta tutto lì, nella sfida tra i due scimmioni che si contendono il dominio dell’isola, e che dopo un paio d’ore di intrattenimento a base di effetti speciali veramente belli vedrà uscire vittorioso il più umano tra i due. Per darvi un’idea, se non l’avete ancora visto, immaginatevi “Duel” con la jungla al posto della strada e due gorilla (uno vero alto cento e rotti metri ed uno metaforico, interpretato dal nostro scagnozzo di Marcelus Wallace preferito) al posto dei guidatori. Se stessimo vedendo “Apocalypse Now” (dal quale il film ha preso moltissimo in termini di scenografia e ambientazione) potremmo parlare del tenente colonnello Packard come di un buon soldato emozionalmente storpiato dalla guerra, ma siccome è un film di mostri la guerra è appena accennata e la caratterizzazione è abbastanza ridotta. Molto più presente è invece il caro vecchio tema della lotta tra uomo e natura, di cui la scimmificazione di SLJ e l’umanizzazione di Kong sono i capisaldi. SLJ ha giustamente paragonato il suo personaggio al capitano Achab, poichè sente il bisogno di vendicarsi delle proprie perdite nonostante tutto.

Tutto il resto non è altro che colore e agganci con i vari sequel e prequel. Questo film si inserisce infatti in una serie di film di mostri iniziata nel 2014 con Godzilla e che, a quanto pare, vedrà prossimamente sugli schermi anche Mothra, Radon e Ghidorah.

Gli effetti speciali, come in ogni film di mostri, spadroneggiano, con esplosioni come se piovessero (e piovono di brutto) e mostri grandi come il Nanga Parbat e brutti come Freddie Kruger appena sveglio. Il gorilla è stato realizzato in motion capture e si è tornati, dopo quello di Peter Jackson (più fedele all’originale sotto molti altri aspetti) ad un bestione bipede ma tutto sommato credibile.

La colonna sonora è il più becero tentativo di accattivarsi le simpatie del pubblico che io abbia mai visto, e riesce nel suo intento. Se vi piace la musica americana di fine anni ’60 e inizio anni ’70 potete andare al cinema, chiudere gli occhi e godervi il viaggio. Indovinate quale colonna sonora venderà migliaia di dischi entro la fine dell’anno.

Parlando degli altri attori, se tralasciamo il fatto che sono stati scelti, come di prammatica (sto parlando di te, “The Great Wall”!), tenendo in mano il catalogo Pantone (bianco, nero, asiatica, messicano etc. etc.) c’è poco da dire. Ognuno fa il suo lavoro senza infamia e senza lode, anche a causa di un copione che calca molto la mano sull’azione. Unici a distinguersi oltre a SLJ sono John Goodman e John C. Reilly (la C. in questo caso sta per comico) che portano un giusto apporto di allegria ad un film a tratti cupo. Potremmo però essere di fronte ad una nuova moda per quanto riguarda le minoranze: se fino a poco tempo fa, per dimostrare la pericolosità di una situazione, un personaggio nero (a volte l’unico nero di tutto il cast) veniva fatto morire in maniera improvvisa e brutale, stavolta tocca al messicano. Chissà a chi toccherà da qui a dieci anni…

Jet Li, sei avvisato.

Qua la zampa! Qua la recensione!

Ieri mi sono recato al cinema con Maria per vedere un film “di cani”. Ci ho speso pure nove euri e questo la dice lunga sulla mia sanità mentale.

Io di solito non guardo i film “di cani”, perchè, per quanto gli animali carini e pelosetti mi piacciano molto, quando vengono utilizzati nei film con attori veri tendono a rovinare tutto. I cartoni animati con gli animali sono fantastici, perchè in quanto cartoni animati possono permettersi qualsiasi cosa, mentre i film con attori e animali, specialmente se film “di cani”, tendono a permettersi qualsiasi cosa (arrivando fino a cani doppiati con voci improbabili e bocche orribilmente storpiate in CGI per farle muovere come bocche umane) pur senza poterlo fare. Io sono un purista dei film “di cani”, sono cresciuto con Lassie e Rin Tin Tin, e riesco a sopportare film di quel genere solo se i cani si comportano da cani, come quelli che si vedono per strada.

Un’altra cosa che mi dava da pensare era il regista del film. Lasse Hallström, o come lo chiamiamo noi addetti ai lavori “Er Canaro”, è un ottimo regista, con anni di esperienza alle spalle, ma non essendo riuscito a rimanere sveglio fino alla fine di Hachiko, che pur essendo un buon film è fin troppo tranquillo, avevo seri dubbi sull’opportunità di sottopormi ad un altro dei suoi film, oltretutto a pagamento.

I miei dubbi, almeno per quanto riguarda i film “di cani”, erano condivisi anche da Maria. Ci siamo comunque armati di una buona dose di pop corn e di amore reciproco e ci siamo inoltrati nel buio della sala cinematografica.

La prima cosa che ci ha stupito del film è stata la leggerezza. La fotografia non stanca gli occhi, privilegiando i colori naturali, e gli effetti speciali sono utilizzati solo per girare in sicurezza scene del tutto naturali [come l’incendio della casa di Ethan (ah già: SPOILERS!)]. Trattandosi poi di un film in costume, mette allegria rivedere certi vestiti e tagli di capelli della seconda metà del secolo scorso. La sceneggiatura poi non calca mai la mano, cercando di forzare le emozioni dello spettatore: nonostante fosse un film “di cani”, ed avesse un sacco di momenti drammatici (sia allegri che tristi), mi sono sempre sentito libero di commuovermi quando e dove volevo.

La seconda cosa che ci ha colpiti è stata la naturalezza. Pur essendo un film “di cani”, riesce ad essere anche molto di meno e molto di più.

In questo film non troverete cani che si comportano da umani o che fanno cose inverosimili. Nonostante vi sia un attore dedicato a dar voce ai pensieri del cane (in italia si tratta di Gerry Scotti, che riesce a rendere bene l’allegria di un cane alla scoperta del mondo), questi pensieri non sono pensieri da umano, ma da cane. Bailey (e ogni sua successiva reincarnazione) è per la maggior parte del tempo ignaro di ciò che gli umani pensano, e delle motivazioni dietro le loro azioni, ed è comunque più interessato ad avere una ciotola piena ed il pelo pulito che a portare avanti una qualche strana missione, se si eccettua il suo unico dubbio esistenziale: qual è lo scopo di un cane?

In questo film però troverete non soltanto la storia di un cane, ma anche la storia di varie persone. Nel suo esplorare lo scopo di un cane in questo mondo, Lasse Hallström ci racconta come le persone crescono e le loro vite cambiano, quando decidono di viverle al fianco di un cane. Vediamo così la vita di un giovane studente degli anni ’60, quella di un poliziotto cinofilo negli anni ’70, per poi arrivare ad una giovane universitaria degli anni ’80 che proprio a partire dal suo piccolo cagnolino comincia a costruirsi una famiglia, ritornando infine al giovane studente, ormai agricoltore di mezza età, e vedere come se la cava dopo tanti anni. Il regista sembra dirci che tutto può essere migliore con un cane, ma non è detto, quindi dobbiamo metterci anche del nostro se vogliamo trovare la felicità.

La terza cosa che ci ha colpiti sono state le emozioni. Non è facile trovare un film che passi con tanta facilità dall’allegria alla tristezza, che nel giro di poche scene riesca a farti ridere e commuovere, senza gli usuali eccessi dei film “di cani”.

Tirando le conclusioni, un film poetico e leggero, drammatico senza scadere nel pietismo, edificante e per tutta la famiglia. Nonostante fossimo prevenuti, siamo usciti dalla sala riposati e soddisfatti. Se non è buon cinema questo…

Se Dio vuole: la recensione.

Non mi capita tutti i giorni di vedere un film “per tutti”. In genere nei film che guardo c’è sempre qualche bestemmia, qualche scena di sesso spinto, qualche primo piano di ernia inguinale, qualche canzone di Justin Bieber. Roba per stomaci forti insomma. Molti dei film che guardo poi sono tanto scrausi da esser dannosi per la salute. Con gioia, dunque, mi accingo a recensire un film che per qualità, bellezza e mancanza di qual si voglia volgarità posso ragionevolmente definire per tutti.

Se Dio vuole.

In pratica è una commedia che parla del difficile rapporto tra un uomo (interpretato dall’ottimo Marco Giallini) e il resto del mondo (interpretato dal grandioso Alessandro Gassman, dalla misurata Laura Morante, dai simpatici mentecatti Ilaria Spada ed Edoardo Pesce, dall’esordiente [almeno credo] Enrico Oetiker ed ultimo ma non ultimo da Nostro Signore Iddio nel ruolo di se stesso). Se volete la trama cercatela da un’altra parte. Non è importante.

La trama (che come anticipato non riporto) è ben strutturata, prendendo spunti dalle classiche situazioni in voga sin dai tempi di Plauto e mettendole in scena con sapiente maestria. I personaggi non sono degli immobili cartonati, ma persone vere con sentimenti complessi che si evolvono nel corso del film. La colonna sonora è qualcosa di splendido, poichè prendendo spunto da locuzioni di uso comune non solo sottolinea certi momenti importanti ma aggiunge un velato retrogusto di ironia all’intero film. Gli attori sono ottimi, e paiono a proprio agio nei rispettivi ruoli: Giallini e Gasman sono senza dubbio i migliori, ma anche i comprimari (soprattutto la Morante, comprimaria di lusso) se la cavano molto bene. La regia è molto buona per un esordiente, e si prende poche divertenti libertà in fase di montaggio (la scena della crisi di nervi di Tommaso non sarebbe così efficace montata diversamente).

La cosa che più positivamente mi ha colpito, però, è stato il garbo con cui certi temi quali l’identità e la religione vengono trattati. Mai una facile battuta sui ricchioni, mai una comoda allusione moraleggiante ai preti pedofili, mai una sguaiata parolaccia gettata lì per soddisfare il volgar populazzo. “Se Dio vuole” è una commedia intelligente, degna erede delle commedie italiane dei tempi che furono.

In ultima analisi, un film edificante che riesce a divertire e ad educare al tempo stesso, adatto a uomini e donne, grandi e piccini (anche se forse i piccini non capiranno le battute più complesse), che merita i vostri 8 euro.

Se al cinema stasera siete indecisi su cosa guardare, ascoltate il mio consiglio.

Se Dio vuole, non resterete delusi.

 

Adaline – L’eterna giovinezza. L’eterna recensione.

La mia vita ieri è stata più o meno un’eterna lotta con il karma, nella quale ho perso miseramente. Segue un breve dialogo tra me e Maria.

Io: “Se fa brutto domani potremmo andare al cinema!”
Maria: “Ok! A me piacerebbe vedere Adaline. Però non so se fa per te…”
Io: “In linea di massima non penso niente di male di quel film. Però non so se riuscirei a sopravvivere…”
Maria: “Ok, allora ne scegliamo un altro.”

Poi niente, vado al cinema con le ragazze, perchè tutti gli amici maschi avevano già capito che non era aria ma io sono poverino e ci arrivo dopo. Segue un meno breve dialogo con le ragazze.

Io: “Allora, siete pronte per Avengers?”
Arianna: “Ehm, sì, veramente andiamo a vedere Adaline…”
Io (guardando Chiara che se ha avuto il coraggio di ricordarmi che pensa che io sia un inutile coglione proprio durante il post-cena del mio compleanno di sicuro sarà sincera): “Noddaicazzostateascherzà!”
Chiara (poker face): “No… Sai, per Avengers c’erano solo posti in terza fila…”
Io: “Ok, ciao a tutte, è stato bello vedervi ma il letto mi chiama!”
Arianna: “Ti abbiamo già comprato il biglietto!”

E fu così che, dopo aver schivato un proiettile solo per potermi prendere un’atomica sul grugno, mi diressi a vedere “Adaline – L’eterna giovinezza”.

Partiamo dalle cose che non mi hanno fatto venire l’orticaria. La fotografia è di pregio, i costumi belli, Blake Lively è sempre gnocca, Harrison Ford ha la barba.

Tutto il resto è abbastanza dannoso per il cervello maschile.

In pratica una tipa nel 1937 o giù di lì incidenta con la macchina e smette di invecchiare. Poi scappa per tutto il film per non farsi beccare dalla polizia che magari la internano e la esperimentano. Poi niente conosce un tipo e decide di lasciarsi andare un pochino, ma è il figlio del suo ex moroso e ne succedono di ogni. Poi insomma lei incidenta di nuovo, ricomincia ad invecchiare e tutti vissero felici e contenti, tranne il suo tipo che già si pensava di vantarsi cogli amici dell’ospizio, tra quarant’anni, della sua moglie di quaran’tanni più givane e invece no, ti tocca un matrimonio normale come a tutti.

La trama romantica non è nemmeno malaccio, pure se ricorda un po’ un Highlander al femminile, senza katane e kurgan, il problema è che ci si impegnano per ammazzarla fin dall’inizio. Perchè Adaline smette da invecchiare? In un buon film la risposta sarebbe stata “Cazzonesò?”. In un film meno buono “la forza dell’ammoreeeeee!”. Qui abbiamo una voce fuoricampo che si dilunga in pipponi pseudoscientifici, trasformando quello che potrebbe essere un film romantico e fiabesco al quale portare la vostra donna sperando in un bocchino nel parcheggio del multisala in un film romantico con cornice fantascientifica, che dopo che l’avrete visto non vi s’alzerà più nemmeno se vi beccate un fulmine mentre state affogando in un lago ghiacciato (ogni riferimento alle assurdità della trama è puramente voluto).

Che dire poi? Ogni tanto il regista ha dei rimorsi e butta lì qualche scenetta comica, come per aiutare gli uomini a sopravvivere, anche se comincio a pensare che lo abbia fatto solo per prolungare la nostra agonia. I morti non provano dolore. La cosa più divertente è comunque vedere dai titoli di coda che Harrison Ford, mister “mi schianto con l’aereo e quasi mi ammazzo mettendo a repentaglio il nuovo film di Star Wars”, ha un parrucchiere personale. Dalla sua acconciatura non l’avremmo mai immaginato.

 

Birdman: la recensione.

Se avete letto la recensione di “Vizio di forma”, saprete già che quello era il primo dei due film che avrei voluto vedere Domenica. Birdman, con inizio alle ore 20:10, era il secondo. La storia di come sono giunto a volerlo vedere è strana, ma si può facilmente riassumere con due parole: peer pressure. Ebbene sì, la maggior parte dei miei amici, almeno di quelli con cui mi sento più spesso, lo ha visto, e tra il fatto di voler avere qualche argomento in più di cui chiacchierare con loro ed il fatto che quasi tutti mi hanno detto “non ti piacerà, è troppo strano!”, la voglia di vederlo è sbocciata dentro di me come un piccolo funghetto alle prime piogge d’autunno.

Poi vabbè ha beccato anche degli Oscar: come persona che ha un blog sono praticamente obbligato a vederlo e recensirlo.

Per descrivere Birdman in due parole, userei “interminabile pianosequenza”. Davvero, il film dura 119 minuti, e 110 circa sono in pianosequenza. Che poi non è proprio un vero pianosequenza, ma un trucco usato in fase di montaggio. Ciò non toglie che nei 110 minuti centrali del film non vi sia uno stacco che sia uno. La telecamera gira e rigira come un colibrì impazzito tra attori ed ostacoli, senza mai un taglio od una dissolvenza. All’inizio l’effetto è straniante, e può provocare il mal di mare, ma col tempo si rimane risucchiati ed affascinati da un tale sforzo da parte di regista, attori e tecnici. Anche se non è un singolo pianosequenza, per dare l’idea che lo sia si sono dovuti sobbarcare il doppio del lavoro rispetto a un film normale. Probabilmente è questo che gli è valso l’Oscar.

La storia parla del riscatto sociale ed artistico di un attore ormai fallito che è diventato famoso vent’anni prima interpretando il ruolo di un supereroe a tema animale (Birdman). Già qui andiamo oltre il cinema e sconfiniamo nella realtà che plasma il cinema che plasma la realtà, poichè Michael Keaton, un attore fallito che ha interpretato vent’anni fa Batman, torna ad essere un grande attore interpretando un attore fallito che interpretò Birdman vent’anni fa e che torna ad essere famoso interpretando una pièce teatrale a Broadway. Se vi stavate chiedendo il perchè di un film in pianosequenza, eccolo spiegato: il cinema che imita il teatro. Detto questo, l’intreccio è quello tipico delle commedie, e fa il suo lavoro pur non regalando alcun colpo di scena.

Gli attori vengono spremuti al massimo dal film, riuscendo a dare il meglio di sè. Spiccano tra tutti il summenzionato Keaton ed Edward Norton, che quasi condividono il ruolo da protagonista: si potrebbe parlare di un protagonista diviso, poichè se è verso che Norton sembra più essere un antagonista, è anche vero che senza il suo personaggio quello di Keaton non potrebbe dare nulla. Non deludono comunque i comprimari, pescati tra attori ingiustamente famosi ma bravi come Zach Galifianakis ed altri meno conosciuti ma non meno adatti come Andrea Riseborough.

Un buon film si riconosce anche dall’uso dei costumi e dei colori, che in Birdman sono giustamente sottotono, a sottolineare il fatto che quella che viene descritta è una storia realistica. Tranne che durante le allucinazioni, dove effetti speciali (esplosioni) e stranezze (un uccello meccanico enorme) abbondano. La cosa più interessante del comparto visivo, oltre il falso pianosequenza, è l’utilizzazione di New York come sfondo per certe scene, che presentano una città viva e movimentata, invogliando lo spettatore a soffermarsi sui particolari.

In conclusione, si tratta di un film per tutti, anche se non a tutti piacerà. Io l’ho molto apprezzato, ma un film senza stacchi, nel quale va in scena l’evoluzione psicologica di un gruppo di personaggi attraverso la ripetizione ossessiva di uno spettacolo teatrale, non lo consiglierei certo a chiunque. Se avete dei soldi da spendere, però, vi consiglio di investirceli, perchè a dispetto dei gusti dei singoli credo sia impossibile trovare un film che sia oggettivamente migliore, quest’anno.

 

Vizio di forma: la recensione del film (per quella del libro dovrete aspettare a lungo).

Il piano per Domenica era abbastanza semplice: recarci al nostro multi-sala di riferimento alle 14:15 ed ivi rimanere fino a sera inoltrata, guardando due film con una pausa cena in mezzo. Prima che mi accusiate di essermi venduto alle multinazionali del cinema preconfezionato, vi svelo che non amo particolarmente i cinema periferici con molte sale, e che finchè ho potuto sono andato al cinema situato nel centro città. Purtroppo la situazione socio-politico-economico-cinematografica si è evoluta in questo senso.

Il primo film che avevamo in programma, con inizio alle ore 15:00, era “Vizio di forma”: trattasi, almeno secondo il trailer, di una specie di film noir psichedelico ambientato negli anni ’70, con Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista (manco a dirlo, un investigatore privato). Detto così sembra tutto e niente, ma se ci aggiungiamo che la sceneggiatura è tratta da un libro di Thomas Pynchon appare subito chiaro che le probabilità che il film sia interessante sono alte.

Comincerò parlandovi della trama. La buona notizia è che una trama c’è. La cattiva notizia è che si fa molta fatica a trovarla, ed a seguirla una volta trovata. L’ottima notizia è che non ce n’è bisogno. Dopo i primi cinque minuti passati a chiedervi chi siano i personaggi e cosa facciano per vivere, domande che spesso rimarranno senza risposta, sarete risucchiati in un vortice di sesso, droga e musica psichedelica che vi farà dimenticare marginalia quali trama e caratterizzazione dei personaggi. A quanto ho capito, il film tratta di un investigatore privato degli anni ’70, Larry “Doc” Sportello (nome azzeccato, tra le sportellate che si becca e le droghe che si autoprescrive), che si trova invischiato in un caso particolarmente strano. Dopo mille peripezie e mille joints riesce a saltarne fuori. Se volete farvi un’idea pensate a “Il Grande Lebowski” ma con più sesso, più droga, più morti, più casino.

Poichè la trama si nasconde bene e si complica ancora meglio, spostiamoci verso ambiti più comprensibili. Perliamo dunque della fotografia, dei costumi e dell’ambientazione in genere. Tutto cospira per rendere questo film particolarmente bello da un punto di vista visuale. I costumi e gli oggetti di scena evocano molto bene il 1970, i colori sono selezionati per evocare quel senso di lisergica spensieratezza in cui nuotano i protagonisti e le ambientazioni sono sfruttate al meglio per rendere il tutto credibile. Ho detto nuotano non a caso: è un film denso, come il fumo delle sigarette che compaiono in ogni inquadratura.

Il cast è accuratamente selezionato per riuscire a trasmettere determinate sensazioni. Difficile immaginare una madre eroinomane migliore di Jena Malone, con quello sguardo a metà tra la follia e la malattia mentale, o un dentista erotomane più convincente di Martin Short, che pippa cocaina dalla scrivania come un professionista. Gli sguardi di Joaquin Phoenix quando la realtà intorno a lui sembra perdere ogni senso meritano poi un premio a parte.

Il film nel complesso è molto lento, ma è difficile dire se sia un difetto, poichè risulterebbe difficile parlare di un mondo di drogati sull’orlo di una crisi di nervi mantenendo un ritmo più alto. Di certo per come è strutturato ha molto più in comune con i vecchi noir che con i moderni film polizieschi d’azione. La tensione a volte latita, a causa della suddetta lentezza e della trama completamente non lineare, che potrebbe spingere gli spettatori meno determinati a lasciar perdere gli altri elementi e concentrarsi solo sulla parte visiva, di gran lunga la più coerente.

A me è piaciuto molto, forse perchè amo le droghe e il sesso gratuito. E l’alcool, amo anche l’alcool! A voi magari non comunicherà nulla, o peggio ancora farà orrore. Ci sta, è un film complicato, difficile da digerire. Non è per tutti, soprattutto non è per i bambini. L’unica cosa che vi chiedo è: dategli una possibilità, non credo ve ne pentirete.

Se proprio non riuscite a mandarlo giù a secco, un bicchiere di whisky e un sacchetto di canapa sono la soluzione migliore.