La vera storia degli spaghetti

Come è vero che non esiste un italiano che non abbia mai mangiato, almeno una volta nella vita, un piatto di spaghetti, è altrettanto vero che la maggior parte di voi buone forchette conosce poco o niente della millenaria storia di questo particolarissimo taglio di pasta. Fortunatamente per voi ci sono qui io.

Lo spaghetto come noi lo conosciamo nasce nella valle dell’indo nel VI secolo a.C. come scarto di lavorazione della pasta nelle cucine del Sultano di Bahawalpur. Inizialmente destinato all’alimentazione degli inservienti di cucina (famosa la ricetta degli spaghetti ai torsoli di mela) e privo di nome, lo spaghetto venne promosso alla dignità di pasta vera e propria quando il giovanissimo figlio del Sultano, per gioco, volle passare in rassegna le cucine. Vedendo gli scarti della pasta che venivano essiccati al sole per favorirne la conservazione, e notando quanto fossero dritti ed induriti, esclamò sorpreso: “Di che si tratta? Stanno dritti come i soldati di mio padre!”. In quella regione il termine per indicare un soldato era sipahee, e fin da subito fece presa nelle menti dei cucinieri: era nato lo spaghetto. A renderli famosi in tutta l’India pensò poi il Buddha, al quale, non riconoscendolo, il Sultano fece dono di una ciotola di “soldati” (scena mirabilmente rappresentata a bassorilievo sulla facciata nord del monastero buddhista di Kapilavastu).

Ma veniamo alla parte più importante della storia: il loro arrivo in Italia. Sembra strano, ma fino al XIII secolo gli spaghetti rimasero confinati al bacino indo-iranico, raramente raggiungendo i confini occidentali della Persia. Ci volle un famosissimo esploratore italiano per diffonderli nell’occidente cristiano: Marco Polo, detto Emilione. Di ritorno dal Catai, Emilione fece tappa a Bandar Abbas. Ospite di un mercante turco, ebbe modo di assaggiare un prelibato piatto locale, gli spaghetti coi gamberi, e ne rimase innamorato. Si fece pertanto dare la ricetta per la preparazione della pasta, che i persiani chiamavano spahi (l’equivalente persiano di soldato), ed una volta tornato a venezia si diede da fare per diffonderla.

Il nome originario, spahi, venne vieppiù corrotto nella pronuncia italiana fino a diventare spaghi (da cui deriva la famosa espressione romanesca “se famo du’ spaghi?“), e da lì a spaghetti (affettuoso diminutivo) il passo fu breve. Con l’emergere poi delle teorie sul bianco mangiare e di famosissime ricette quali quella degli spaghetti cacio e pepe, si ebbe la consacrazione definitiva.

Pertanto, quando in futuro mangerete un piatto di “soldatini”, che siano all’amatriciana o alla carbonara, allo scoglio o alla zingara, ricordatevi che dal piatto più di duemila anni di storia vi guardano.

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