Voy tirando

Scrivere per non pensare

Tag: cultura

1Q84: dentro e fuori.

Come al solito arrivo in ritardo. Senza sapere bene come nè perchè, non avevo mai letto un libro di Murakami Haruki. Senza sapere bene come nè perchè, ho deciso di iniziare da 1Q84. Per chi non fosse un intellettuale di sinistra (o un giapponese), specifico che mi riferisco ad un fermaporta cartaceo di 1058 pagine: roba che può provocare seri danni alla vostra integrità fisica, se vi cade addosso da più di un metro di altezza.
Come ho già detto, sono arrivato in ritardo. Pertanto non posso scrivere una recensione. Ci hanno già pensato gli intellettuali di sinistra (e i giapponesi). Peccato che la maggior parte dei lettori, almeno di quelli che poi hanno scritto una recensione, non ci abbia capito un cazzo. Si tratta di un problema comune a tutti i fermaporta cartacei di questo mondo: faticano a farsi capire dalle menti ristrette. C’è poi da tenere a mente che molti reviewers non vanno di solito oltre la lettura del titolo.
Non posso scrivere una recensione, sono fuori tempo massimo. Non ho nemmeno voglia di lanciarmi in una compita disamina della struttura del romanzo, dei generi nei quali rientra e delle modalità espressive figlie della postmodernità. Non posso scrivere una recensione, ma posso fare di meglio: posso dirvi cosa c’è, dentro il fermaporta cartaceo. Posso anche dirvi cosa non c’è. Per non rovinarvi la lettura, però, lo farò in modo contorto, spoilerandovi tramite altri libri.

In:
IT: il sesso come motore ed origine di tutte le cose. Davvero, rapporti sessuali come se piovessero. Fisici, metafisici e patafisici. Legali e anche no. “Normali” e “perversi (per dirla all’inglese: kinky)”. Ma la cosa che più mi ha stupito (mi ha letteralmente fatto sbroccare) è che non solo scorrono benissimo, come il quarto bicchiere di gin in un disco pub newyorkese anni ’80 la notte prima di tornare a casa (more on this in another post), ma sono anche incoercibilmente legati alla trama. Murakami prende la lezione di King e senza fatica lo supera, facendo diventare il rapporto sessuale non solo un meccanismo di plot advancement, come in IT, bensì un meccanismo di content delivery. Il sesso in 1Q84 è per il lettore come Steam sul computer di un accanito videogamer: consegna all’utente contenuti che altrimenti sarebbero molto più faticosi da reperire. Ho provato ad immaginare 1Q84 un po’ meno pervaso dal sesso, ma non mi è stato possibile.
Vanity Fair: Dobbin & Amelia Sedley, invertiti. I protagonisti si cercano per vent’anni, tra gli alti e bassi delle loro rispettive vite, innamorati persi, e quando finalmente si trovano il libro finisce in maniera tutto sommato positiva. Il paragone con i protagonisti (o per dirla con W.M. Thackeray, i non protagonisti) di Vanity Fair è inevitabile.
I Fratelli Karamazov: stavolta il Grande Inquisitore ottiene una parte centrale. Non scherzo, salta fuori più o meno a metà del secondo libro (di tre), calamitando non solo l’attenzione della protagonista, ma anche quella dei lettori. Come nel racconto di Vanka Karamazov, è un personaggio estremamente complesso e sfaccettato, shakespeariano, che si è caricato un peso enorme sulle spalle, per senso del dovere e del destino, anche se sa già che in fondo non servirà a nessuno.
Alice nel Paese delle Meraviglie: senza Bianconiglio. O forse con. In 1Q84 i mondi si sovrappongono e si mischiano, ma come Alice arrivò nello strano paese tramite la tana di un coniglio, anche i protagonisti di questo romanzo cambiano scenario attraverso dei pertugi più o meno naturali. Una scala d’emergenza della tangenziale, uno scivolo, i rami degli alberi in una notte ventosa.
Attraverso lo Specchio: beware the Jabberwock. Un mostro si cela nell’ombra, pronto ad afferrare i protagonisti mentre si preparano a fuggire. Un mostro orribile, ma paziente ed intelligente, che sembra modellato sulle famose illustrazioni ottocentesche a Through The Looking Glass. Una sorta di ultima prova da superare prima di potersi mettere al sicuro.

Out:
1984: probabilmente l’unico libro che veramente non c’entra un cazzo. Probabilmente uno stunt pubblicitario, per attirare l’attenzione della stampa e dei lettori. Avendo letto sia 1984 che 1Q84, posso dire che il secondo avrebbe potuto chiamarsi anche 1Q85, o 1Q76, senza alterare il senso complessivo dell’opera.

Culture will tear me apart, again…

Non sono una persona di grande cultura. Ho letto qualche centinaio di libri e imparato qualche lingua e questo è quanto. Chi di voi potesse osservare la mia biblioteca noterebbe anche un certo trend nelle mie letture, ma nulla che sia sopra la media. Orbene temo che questa pur ridotta cultura stia diventando sempre più un fardello nella mia vita di tutti i giorni.

La cultura (di qualsiasi tipo) lascia cicatrici profonde su chi le si avvicina, cicatrici impossibili da rimuovere. Ogni nuovo libro letto è come una specie di Vietnam cerebrale, con sangue, napalm e PTSD. What you’ve seen cannot be unseen. Avviene così che quella che a molti sembra la via per aprire la mente possa essere anche una via per chiudersi agli altri.

Per ogni nuova persona che incontro, la prima cosa di cui mi accorgo è se ha seguito un percorso culturale simile al mio. Se ha studiato il greco ed il latino, se sa l’inglese, se ha un’idea di cosa pensasse Platone, se si rende conto di quale grande capolavoro musicale sia Quadrophenia degli Who. Se vedo che non sa a memoria almeno un sonetto di Shakespeare, una poesia di Spoon River, un distico di Archiloco, un testo di Pete Townshend, perdo rapidamente interesse per la conversazione e più in generale per la persona. La cosa è ancora peggiore con le donne: sono più eccitato dall’idea di poter sostenere con loro una fluida conversazione in inglese che dall’idea di avere con loro rapporti sessuali. In ogni caso come potrei avere rapporti sessuali con una donna che non ha mai ascoltato “Love, Reign O’er Me“? Il tutto si ridurrebbe ad uno sterile e freddo esercizio di biomeccanica applicata.

Credo che tutto ciò sia dovuto ai moderni mezzi di comunicazione ad alla cultura massificata. In un mondo in cui chiunque può ottenere almeno un’infarinatura culturale a costo zero, in un mondo in cui ormai il genere umano somiglia sempre più ad una gigantesca hive-mind, non riesco a concepire che vi siano ancora persone che in un modo o nell’altro non abbiano ricevuto il mio stesso imprinting. Mi sembra assurdo che ciò che più ci unisce come gruppo/specie finisca anche per portare i singoli individui alla solitudine. Mi fa rabbia sentire di avere più cose in comune con un greco del 600 a.C. che con un mio concittadino.