Voy tirando

Scrivere per non pensare

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Milan Games Week: lo schifo, lo schifo (perchè l’orrore gli darebbe troppa importanza).

Lo scorso week-end sono andato brevemente in gita al Milan Games Week, la fiera dei videogiochi di Milano. Sticazzi, direte voi, e avrete ragione. In effetti mi sono recato sul posto solo per due motivi: vedere finalmente dal vivo e conoscere i compagni di gilda con i quali gioco a ESO (noto MMO di produzione americana) e ritirare da loro la maglietta del gruppo.

Dati i prezzi dei videogames nuovi durante il periodo di lancio e la mia tirchieria (che preferisco definire “atavica voglia di risparmiare”) avevo scarso interesse per la fiera, ma contavo comunque di potermi divertire tra le sue braccia metalliche e luccicose. Anni di reports dall’E3 di Los Angeles e di visite alle più disparate fiere italiche ed estere avevano inculcato, nella mia giovane mente e porosa, la strana idea che in tali sedi si facesse dono agli avventori, a scopo pubblicitario, di piccoli oggetti di consumo, quali segnalibri, portachiavi et braccialetti di perline, li quali credevo portar meco in trionfo anche al ritorno da codesta ultima gita. Ahimè, mi sbagliavo.

Iniziamo (ebbene sì, plurale) col dire che la sicurezza alla Fiera Milano City Rho Expo è inesistente. Uno dei miei compagni aveva una tanica di vino da 3 litri, un altro una batteria ausiliaria per cellulari del peso di sette quintali e mezzo, ma avrebbero potuto portare dentro tre litri di esplosivo liquido e una pistola non troppo compatta e nessuno se ne sarebbe accorto. Tutte le guardie avevano metal detector al collo, ma nessuno sembrava volerli usare. Ora non voglio mettervi strane idee in testa, ma se volete far saltare in aria Favij e tutta la sua fan-base allora un evento alla Milano City Rho Fiera Expo è il posto ideale in cui colpire: magari la security vi aiuta pure ad accendere la miccia.

Diciamo (ancora plurale, problemi?) poi che anche i prezzi della Fiera City Milano Rho Expo lasciano a desiderare. Chiedere 4€ a capo per il guardaroba è qualcosa che somiglia più ad un furto che al libero mercato, quando pressochè in tutti i musei in cui sono stato difficilmente mi hanno chiesto più di 1€. Non so quanto costasse il cibo nei punti ristoro, ma date le file kilometriche ed i prezzi del guardaroba, ho rinunciato ad approfondire.

La fiera di per sè non era migliore del suo involucro. Le file per le demo dei videogiochi erano così lunghe che, anche fossero state parallele, avrebbero finito per incontrarsi molto prima dell’infinito. Gadget ed oggettistica, anche i più infimi, non erano regalati a scopi pubblicitari, ma venivano venduti da appositi banchetti specializzati. L’età media dei partecipanti era tale per cui sarebbe stato più facile attirare all’interno dei pedofili che dei videogiocatori adulti. Il rumore di fondo era quello di un’acciaieria di media grandezza nell’ora di punta.

Ho visto gente fare cosplay così basici da non richiedere null’altro che i vestiti trovati quel mattino nell’armadio, e venire chiamata sul palco e applaudita comunque. Ho visto gente in fila per l’autografo senza sapere chi cazzo fosse quello che li stava firmando. Ho visto tornei di Street Fighter commentati da persone con evidenti problemi con l’inglese, il gioco che stavano commentando e l’idea stessa di commento ad un evento sportivo. Ho visto bambine squittire violentemente all’idea di vedere uno youtuber (e dico idea perchè lo youtuber in carne ed ossa non si è visto). Ho visto torme di persone vocianti trascinarsi qua e là senza scopo che Camus levati, dell’assurdità dell’esistenza non sai un cazzo.

Affaticato e sconfitto, sono tornato a casa a mani vuote, con le pive nel sacco ed un desiderio nel cuore: rega, il prossimo live di gilda facciamolo al parco Sempione.

 

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EXPO 2015: arrivi fagiolo, riparti sedano rapa.

Spinto da irrefrenabili manie suicide, ho deciso di passare la giornata (dalle 10:00 alle 24:00) di qualche Sabato fa (06/06/2015) ad EXPO 2015, incurante del caldo e della enormità del luogo. Poichè non volevo morire da solo, memore della famosa commedia di Filemone di Siracusa, ho chiesto a Maria di accompagnarmi: il seguente resoconto si basa sulle nostre personali esperienze.

Il piano iniziale era di trovarci a Rho, ridente buco di fogna situato a Nord di Milano, dove avevo prenotato una stanza in un ridente (questo sì, era proprio carino) B&B. Purtroppo il sito di Trenitalia si sposa male con la realtà oggettiva dei fatti, ed è stato solo al prezzo di numerose bestemmie che sono riuscito a raggiungere il luogo dell’appuntamento. Alle ore 08:30, comunque, stivate le scarne valigie, salivamo sul treno diretto a Rho Fiera Expo Milano 2015.

Scesi dal treno, la prima bella sorpresa ci è stata regalata dall’ampio sottopasso, stile vomitorium, che ci ha permesso di arrivare in una cinquantina di secondi dal binario alle porte di Expo. Inutile dire che arrivare almeno un’ora prima è fondamentale: i cancelli aprono alle 10:00 del mattino, ma si possono attraversare solo dopo controlli degni di un aeroporto, dunque date le affluenze se arrivate alle 10, entrate a mezzogiorno… Durante l’attesa, è utile fare amicizia coi compagni di fila: sparare minchiate a ruota libera con studenti di agraria baresi farà volare il tempo.

Una volta affrontate le fameliche bocche dei tornelli, ciò che vi attende è quanto di più enorme possiate immaginare. Una specie di accampamento militare romano, i cui cardo e decumano sono larghi quanto un’autostrada e coperti da un velario alto decine di metri. Tutto questo però lo scoprirete dopo, poichè prima è d’obbligo la tappa al famigerato Padiglione Zero. All’interno, enormi stanze ospitano diorami e proiezioni volti a mettervi dell’umore giusto, presentandovi i temi che poi verranno sviluppati dai vari padiglioni statali. A dire il vero vi è anche una funzione secondaria ma ugualmente importante: alla vostra seconda visita distrarrà gli altri visitatori, permettendovi di girarci intorno e correre al Padiglione Italia per entrare prima che si formi la fila.

Usciti dal Padiglione Zero, le cose si sono fatte di colpo molto più complicate. Avevamo una mappa, e come ho già detto la pianta di Expo è quella squadrata ed ordinata di un accampamento militare, ma queste sono le uniche indicazioni che avete. Superato lo Zero, gli altri Padiglioni sono trattati in maniera assolutamente paritaria, e sta solo a voi decidere quali visitare e quali sacrificare, magari sperando di poterli vedere in futuro quando ritornerete. Questo, unito all’ubiquità delle rivendite di alcolici, tende a frastornare le menti deboli.

Durante l’attesa ai tornelli, io e Maria ci eravamo accordati su una lista di paesi che volevamo assolutamente vedere: Angola (per le bistecche di coccodrillo), Giappone (per il cibo giapponese), Ecuador (dov’è nata Maria), Polonia (per i Pierogi) e Grecia (per l’Ouzo). Anche il Vietnam era stato preso in considerazione, in virtù dei suoi bacherozzi alla griglia, ma non eravamo sicuri che fossero già arrivati. E poi, mangiare bacherozzi? Sticazzi! Nonostante questa breve lista, siamo riusciti a vederne una quindicina in più.

La strategia da noi adottata, strategia che caldamente consigliamo anche è voi, è la ben nota AC/DC (altrimenti detta “A Cazzo Di Cane”). Consiste, la strategia, nell’avviarsi verso un Padiglione che si ha una gran voglia di visitare, per poi infilarsi in ogni altro Padiglione intermedio ove non vi sia coda. Questo innovativo metodo ci ha permesso di vedere, nell’ordine: Belgio (Straffe Hendrik, saccottino al cioccolato e caffè), Nepal (e se non piangi, di che pianger suoli?), Angola (il ristorante apriva all’una, CBCR), Pernigotti (non è uno stato ma il gelato è comunque ottimo), Colombia (un paio di banconote per la mia collezione), Franciacorta (bevi poco, bevi bene), Polonia (anche Maria è entrata nel tunnel dei Pierogi), Regno Unito (bruchi a secchiate), Israele (vino rosso kosher), Padiglione Italia (dove non siamo entrati), Piacenza (stranamente è un Padiglione permanente), Birra Poretti (ma quanta cazzo ne hanno!), Albania (mostra fotografica), Serbia (vino e grappa gratis), Grecia (non vendono niente), Iran (zafferano), Stati Uniti (Gatorade), Ecuador (tante cose da annusare), Giappone (cotoletta al curry ed assaggio di manzo Kobe), Russia (soffitto a specchio) Qatar (caffè interattivo), McDonald’s (CocaCola e patatine) e Slovacchia (l’uccello dalle piume di coltello).

Sebbene questo elenco sia già di per sè impressionante, poichè trattasi di una recensione, mi accingo ora a dare la mia opinione su quanto visto durante la visita. I Padiglioni, salvo pochi casi, sono tutti formati da due ambienti distinti. Il primo è il museo interattivo, dove si possono vedere e toccare la storia e i prodotti del paese. Alcuni, come la Colombia, fanno affidamento su splendidi filmati (la storia polacca in un cartone animato muto a colori è spettacolare, come del resto l’ascensore colombiano), mentre altri hanno delle vere mostre al proprio interno (design per la Polonia, folklore per la Russia, vita quotidiana per il Qatar). Questo è l’ambiente che tutti gli stati, anche i più piccoli, presentano ai visitatori. Il secondo è lo spaccio/ristorante/cocktail bar, ove il visitatore può acquistare souvenir, e soprattutto cibo e alcolici. Questo secondo spazio non è presente nei padiglioni più piccoli. In genere poi, ove entrambi gli spazi siano presenti, è possibile scegliere se visitarli entrambi, prima il museo e poi il bar, oppure solo il bar. Questa piccola cortesia verso i visitatori, tale da non costringerli a fare una lunga coda per il museo ove volessero semplicemente mangiare, è ciò che contraddistingue una buona pianificazione degli spazi. Dopotutto, il tema dell’Expo è il cibo.

I prezzi dei cibi e dei souvenir poi non sono nulla di proibitivo, se sapete come scegliere. Un primo ed una birra vi costeranno in media una dozzina d’euro, mentre l’aperitivo col Franciacorta potrebbe oltrepassare i 15 solo per lo spumante. La bistecca di manzo giapponese può costarvene 40, ma sarà la migliore della vostra vita. Se invece fate parte di quella speciale categoria di sottosviluppati mentali che pagano 37 euro per entrare ad una fiera alimentare universale per mangiare patatine fritte ed hamburger, nessun problema, ci sono anche vari economicissimi McDonald’s. Non mancano poi i luoghi di svago, quali la terrazza bar del Padiglione USA dal quale sorseggiare cocktails osservando Expo dall’alto, o il Padiglione Poretti/Martini, dove potrete riempirvi di birra al piano inferiore per poi infliggervi il colpo di grazia in terrazza con un bel Martini Rosso. La birra Nastro Azzurro è ubiqua, ed ogni padiglione tende ad avere un paio di bevande tipiche, vendute a bottiglia o a bicchiere. Ad Expo tutto ha un prezzo e niente è gratis, fatta eccezione per le degustazioni. C’è solo una cosa che non dovete assolutamente comprare, nemmeno se ne andasse della vostra vita: l’acqua. Nelle stradine laterali sono infatti presenti delle fontanelle gratuite alle quali fare rifornimento. Acqua pura, fresca, gratuita. Anche gasata.

Per i visitatori più intraprendenti poi ci sono piccoli giochi di società ed altri svaghi. In vendita da qualche parte, oltre a libri fotografici, magneti da frigo ed altri simpatici ricordi, potete trovare dei libretti simili a dei passaporti, sui quali farvi mettere i timbri delle varie nazioni. Da qualche parte, ho detto, perchè non sono riuscito ad ottenere indicazioni più specifiche, ed ora ho la mia consueta moleskina piena di timbri. Se vi interessa perseguire questa divertente forma di collezionismo, vi suggerisco di portare con voi della carta assorbente per calligrafia, altrimenti il timbro degli USA monterà il timbro della Russia sulla pagina di fronte, ed insieme partoriranno due timbri speculari del NWO di Locate Tiulzi. L’interattività poi spesso non si limita a schermi touch screen con varie nozioni su etnografia e agricoltura: il Giappone ha un ristorante virtuale per una cinquantina di persone, l’Angola ha un divertente test sulle abitudini alimentari, gli USA hanno giochi d’acqua pedonabili e in quasi tutti i padiglioni potrete annusare, succhiare, leccare o mangiare le piante locali, opportunamente piantate da esperti paesaggisti. Se anche questo non dovesse bastarvi, e doveste avere molto caldo, intorno ad Expo scorre un fossato nel quale potrete facilmente calarvi tramite le comode rive a gradoni.

Se mi avete seguito fin qui, presumo sarete ormai stanchi, dunque mi avvio a chiudere questa piccola escursione parlando della notte di Expo. Ebbene sì, laddove altri eventi mondani chiudono i cancelli al calar del sole, costringendovi a tornare in albergo a continuare la festa con la prima prostituta raccattata su Craigslist, Expo vi viene incontro. I musei, purtroppo, chiudono tutti entro le 20:00, ma durante i fine settimana i ristoranti e i bar rimangono aperti fino a mezzanotte. Vi troverete così a passeggiare per vialoni fiancheggiati da mini-discoteche anni ’90, dove ubriacarvi saltellando con un sottofondo della peggiore musica dance nord-europea. I più romantici potranno invece portare la propria morosa al ristorante e poi all’Albero della Vita. Questa costruzione, che di giorno funge da monumento alla Foppapedretti, di notte s’illumina come un albero di Natale, con spettacoli di luci, suoni e giochi d’acqua che valgono il prezzo del biglietto ridotto serale.

Fine.

Che dire dunque? Quale giudizio complessivo dare a questo grande parco divertimenti semi-temporaneo? Un giudizio positivo, ovviamente. Qualche anno fa, quando sentivo parlare di un qualche strano oggetto chiamato “Expo”, l’unica cosa che riuscivo a pensare era che “questi milanesi si stanno allargando un po’ troppo”. L’anno scorso per la prima volta ho capito che “Expo” non era un qualche tipo di prestito obbligazionario ad interesse variabile collegato allo spread tra Lira Cipriota e altezza del monte Cervino al netto del cappello di nevi perenni, bensì un luogo fisico. Il mese scorso ho deciso di dare ad “Expo” una possibilità, perchè per quanto un simile spreco di soldi per un evento temporaneo mi dia la nausea, non provare nemmeno ad andarci sarebbe stato uno spreco ulteriore. Oggi, Domenica 21 Giugno 2015, voglio tornarci per un altro giro. Al netto delle polemiche sui costi (troppo, troppo poco, il giusto), dei ritardi nella costruzione (trovati fossili di Expo 2015 durante gli scavi per la costruzione di Expo 2015) e di tutti gli orrori quotidiani inscindibilmente interconnessi anche con le migliori iniziative di questo tipo (tipo il tangibile rischio di morire di caldo, tipo), Expo 2015 è un posto che, se siete italiani sopra la soglia di povertà, dovete assolutamente vedere, pena una vita di rimorso per esservi persi l’occasione.

 

Viva la liberazione!

Oggi in Italia non è un giorno come un altro. Oggi in Italia è il 25 Aprile, festa della liberazione. “Liberazione da che?” vi state probabilmente chiedendo? “Non ne ho idea!” vi rispondo. Posso però fare una rapida indagine intorno a me e tentare di riferirvi i risultati.

La guerra, come tutti sappiamo, è cosa buona e giusta, salvezza per l’anima ed il corpo. Ormai è risaputo che, se in Africa migliaia di persone non fossero felicemente e produttivamente impegnate nelle varie guerre, per i più disparati motivi, sarebbero costrette a confrontarsi con gli irrisolvibili problemi di tutti i giorni, quali la disoccupazione, la fame, i vicini di pianerottolo che scopano così forte da tenerli svegli tutta la notte. Decisamente meglio la guerra. Se avete ancora dei dubbi chiedete agli ucraini ed agli yemeniti: dopo aver provato qualche decina d’anni di orribile pace hanno ripreso le armi con gioia! Dubito quindi che oggi si festeggi la liberazione dall’unico sport collettivo che ancora mette tutti d’accordo.

La dittatura, su questo siamo tutti concordi, è sacrosanta. Recita un proverbio fiorentino: “Non si muove foglia che Matteo non voglia”. Ogni popolo sa bene cosa succede a spartire il potere decisionale tra i cittadini: non funziona più un cazzo! Molto meglio accentrare il potere in una sola persona che prenda le decisioni per tutti. Molte sono le ragioni per cui questa è la miglior forma di governo. Per prima cosa, il despota può essere facilmente sostituito: quale sprone migliore a governare rettamente che sapere che da un momento all’altro il potere potrebbe passare di mano? Secondariamente, il despotismo salva i cittadini dal logorio delle votazioni e del prendere decisioni. In ultimo, è risaputo che sotto il governo di un despota i treni arrivano sempre in orario. Potrei continuare l’elenco all’infinito, ma sarebbe un inutile esercizio di stile, in quanto ho già reso chiaro che l’unica cosa da cui tutti saremmo felici di essere liberati è il diritto di voto.

Dell’oppressione, in teoria, non ci sarebbe nemmeno il bisogno di parlare, poichè in Italia è di gran lunga la virtù più amata. Nella nostra Santa Costituzione è scritto che viviamo in una “Repubblica fondata sul lavoro”, ma solo perchè oppressione avrebbe rovinato la metrica.

L’odio poi è il nostro pane quotidiano. I fasci odiano i rossi, o rossi odiano i fasci, chi non ha la tessera di un partito odia fasci e rossi indistintamente ed io odio questa tastiera nippo-coreana dimmerda perchè se una parola ha due “s” consecutive la maggior parte delle volte ne prende solo una costringendomi a rileggere questi fottutissimi post del cazzo cinque o sei volte! MUORI ACCROCCHIO INFERNALE! MUOOOOORIIIIII!

Dunque da cosa ci siamo liberati ed ancora ci liberiamo il 25 Aprile? Ho fatto un giro in paese oggi. Volevo comprare tre clementine ed un pezzo di focaccia. Ogni singolo negozio, a modo suo, era chiuso.

Dalla voglia di lavorare, ci siamo liberati…

Non tutti i morti hanno lo stesso valore (per fortuna).

NO! FERMI TUTTI! Lasciatemi parlare! Non sto scrivendo l’ennesimo stupidissimo articolo sui massacri di civili e prigionieri di guerra nella seconda guerra mondiale. Lasciamo i fasciocomunisti fuori da questo blog. Il mio discorso di oggi è molto più semplice. Voglio solo spiegarvi, in maniera razionale, perchè un morto africano vale molto meno di un morto francese (300000 copie in meno, se parliamo di giornali, 100000 euro in meno se parliamo di premio assicurativo).

Recentemente mi è capitato di vedere e sentire in giro le solite discussioni abbastanza generiche sulle stragi terroristiche. Le avrete sentite anche voi. Di solito partono con: “A parigi i terroristi hanno fatto 11 morti e ne hanno parlato per un mese!”; proseguono con: “In (inserire uno stato africano a caso) hanno sterminato 150 persone e a nessuno gli frega una beneamata minchiazza!”; per finire con: “Chemmondo dimmerda, non sono forse i negri anch’essi uomini e nostri fratelli?”

Ebbene, lasciate che vi spieghi in breve come funziona.

In Africa, ogni giorno, un cristiano si sveglia e sa che deve correre più veloce di un proiettile di AK-47. Un cristiano pesa in genere 70 kg, ed ha una superficie corporea di quasi due metri quadri, mentre l’AK-47 utilizza il munizionamento standard dei fucili mitragliatori leggeri del patto di Varsavia, 7,62x39mm, la cui ogiva pesa 8 g, ha una superficie di pochi millimetri quadri ed ha una convenientissima forma a punta. Un cristiano si muove grazie alle proprie gambe, un’ogiva di 7,62x39mm grazie all’esplosione di una piccola carica di polvere da sparo. Inutile che vi dica chi vincerà la gara.

In Francia, ogni giorno, un cristiano si sveglia e sa che deve correre più veloce di un croissant alla confettura di lamponi. Il cristiano francese somiglia molto a quello africano, mentre il croissant alla confettura di lamponi è molto più grosso e lento di un proiettile 7,62x39mm. Il massimo della velocità lo raggiunge nel tragitto in furgone tra la bottega del fornaio e il bar, ma molti di essi vengono venduti direttamente dal fornaio, rendendoli dei bersagli immobili.

Questo ragionamento potrebe sembrare un tantino semplicistico. Non intendo negare che lo sia, ma credo che possa servire a farvi comprendere il punto della discussione. I morti sono come i soldi: più ne circolano e più cala il loro valore. Un migliaio di morti ammazzati in Africa vale meno di un singolo morto ammazzato in Francia proprio per questo: ce ne sono troppi. Lo stesso si potrebe dire dei morti per cause naturali: la maggior parte di chi muore per malattie o vecchiaia non finisce sul giornale, perchè è perfettamente normale che si muoia in quel modo.

Adesso provate a dirmi: chi ha imposto questa regola? Vi sento già gridare: “IL MERCATO!”. Ebbene gente, non vorrei buttarvi giù di morale, ma questa fredda entità che chiamiamo “IL MERCATO” siete voi! Voi che non andate al funerale del vostro vicino di casa. Voi che quando dei figli di papà pestano a morte un barbone “beh un po’ se l’era cercata”. Voi che fate l’offerta ad Emergency ma se un negro vi suona il campanello gli mostrate la canna della doppietta. Noi che giustamente quando apriamo il giornale non vogliamo vederci una lunga parata di morti. Noi che abbiamo più paura di un ubriaco sotto casa che di una guerra in centro-Africa.

La città in cui vivo.

Vi è mai saltata addosso la voglia di descrivere al resto del mondo la città in cui vivete, con parole vostre, prendendo spunto dai tre luoghi più simbolici? No? Mai? Nemmeno a me, almeno non fino ad ora. Che cos’è cambiato dunque? Niente, semplicemente mi annoio a morte e ho voglia di scrivere.

La città in cui vivo non è quella in cui sono nato. Potrebbe sembrare sorprendente a chi tra voi è nato a Roma o a Milano, ma a noi nati in questa grande palude tra gli Appennini e le Alpi, tra Milano e l’Adriatico, capita molto spesso. Questa palude ci mette addosso sin da subito una grande voglia di scappare, ma allo stesso tempo i suoi miasmi ci tolgono il fiato, annebbiano la mente e ci impediscono, quando finalmente tentiamo la fuga, di uscire dai suoi confini. Ed è così che finiamo per ritrovarci in una città che non è la nostra, ma non è nemmeno la loro, dove la gente sembra sempre in prestito, dove la frase più gettonata, dopo “Morte al fascio!” e “Tutta colpa dei negri!” è “Appena mi laureo mando affanculo tutti e scappo da questa fogna!”

La mia città è lambita da un fiume, ed è da lì che voglio iniziare a parlarvene, dal Parco di Po’. Quest’area verde in riva al fiume deriva il suo nome dal fatto che vi si possa fare e trovare di tutto e un po’. In riva all’acqua troverete i canottieri che si allenano duro ogni giorno per essere il meglio del meglio nella vana speranza di arrivare un giorno alle olimpiadi, vincere una medaglia e se Dio vuole guadagnare finalmente abbastanza da potersene andare a morire in un posto più alla moda (o per lo meno più profumato). Sui prati verdi, tra le piante, potrete osservare la gente comune che bivacca nelle lunghe domeniche estive, quando la noia è tale che anche mangiare cibo spazzatura su di un prato spelacchiato comincia a sembrare la svolta della vita. Più distanti dal fiume vi sono le sedi delle società dei canottieri, grandi parchi divertimenti per famiglie muniti di piscine e campi per i più comuni sport estivi, dove gente che non ha mai praticato nemmeno il bridge agonistico può sentirsi sportiva, previo pagamento di un’alta quota d’iscrizione.

Se riuscite a superare le insidie del parco, siete sulla buona strada per arrivare in centro, anche se vi rimane ancora un ultimo sforzo da fare: trovare parcheggio. Uno dei posti più gettonati per la bisogna era, qualche anno e qualche riforma della circolazione stradale fa, Piazza L’Odi. Questa piazza di forma rettangolare con al centro un piccolo spazio alberato prende nome dai forti sentimenti negativi che suscita in chiunque vi transiti, in special modo se è in cerca di parcheggio. Si tratta dell’ultimo spazio utile prima della ZTL, ed è sempre piena. Molti si fanno tentare dalla sua vicinanza al centro, salvo poi doversene andare a mani vuote bestemmiando Santi e Madonne. Col suo animalesco appeal, poi, spinge i poveri automobilisti ad atti che in altri luoghi non farebbero, come parcheggiare in uno spazio così stretto che rende impossibile la discesa dall’automezzo, a meno che non usino il baule. La delusione è cocente, al ritorno, quando ritrovano sulle portiere incisioni a bulino che prima non c’erano.

In effetti la noia e la voglia di scrivere non erano poi così grandi, e mi accorgo di essere già stanco di questo gioco, ma vi ho promesso tre luoghi: ecco che arriva il terzo. Se siete riusciti a parcheggiare, o siete venuti a piedi, molto probabilmente finirete per ritrovarvi tutti insieme a Piazza Strazivari. Di forma rettangolare, pavimentata in due colori, questa grande piazza è il cuore della città. Proprio qui gli abitanti si danno appuntamento nei giorni di festa, salvo poi arrivare alla chetichella ad orari diversi, infliggendo agli amici lo strazio dell’attesa in un luogo deserto, spazzato dal vento in inverno e battuto dal sole in estate. Proprio qui finiscono le più promettenti storie d’amore, quando i giovani, stanchi di aspettare la morosa che avrebbe dovuto arrivare due ore prima, decidono di impegnare l’anello di fidanzamento in un compro oro e spendere il ricavato in coca e puttane. Proprio qui è installata la statua di Antonio Strazivari, noto spacciatore di sostanze stupefacenti del ‘600, raffigurato nell’atto di avvicinare un innocente giovincello allo scopo di traviarlo, utilizzando la sua ben nota tattica: “Se fumi cotesto spinello, guarda un po’ che bel violino che ti regala lo zio Antonio!”

That’s so ’90s!

Ho sempre pensato di essere “diverso” come una pera Abate in un cesto di pere Williams, ma sono sicuro che tutti noi nati negli anni ’80 siamo uguali almeno in una cosa: i sentimenti coi quali ci approcciamo alle serate anni ’90 nei locali. In genere ci andiamo con la stessa mentalità con cui andremmo a visitare il mausoleo di Lenin o quello di Mao: essere sicuri che siano morti. Inutile negarlo, a nessuno che ci sia passato attraverso da sveglio verrebbe mai in mente di rivivere quegli anni fatti di guerre, droga e becero consumismo. Anche per questo ci andiamo, perchè ricordare quanto facessero schifo ci aiuti a non ripetere più certi errori.

C’è poi in noi che quegli anni li abbiamo vissuti un certo elitario snobismo che ci spinge a partecipare a queste serate per ridere di tutti coloro che, essendo nati troppo tardi, vogliono nondimeno tentare di catturare lo spirito di quei tempi. Li osserviamo aggirarsi in locali bui, con addosso camicie di finta flanella o T-shirts monocrome, tentando di ballare la peggio musica commerciale dei primi anni 2000, incapaci di distinguere la differenza tra quella e la peggio musica commerciale anni ’90, e ci sentiamo un po’ come Danilo Mainardi di fronte ad una nidiata di pinguini imperatore che muovono i primi passi tra branchi di trichechi ed acque infestate da orche assassine.

Una cosa sempre molto divertente è prendere nota dell’abisso culturale che divide la nostra generazione da quelle nuove pressochè in tutto. Premesso che sì, sono probabilmente un po’ troppo eccentrico, nondimeno quando mi trovo in certe situazioni metto il pilota automatico e lascio che la curiosità faccia il resto. Capità così che io veda una ragazza con un triangolo equilatero, con simboli inscritti, tatuato su di un braccio, e dopo averle afferrato il polso per vederlo meglio le chieda se il triangolo sia il simbolo alchemico del fuoco o quello dell’acqua (che per chi non lo sapesse sono triangoli equilateri che differiscono solo per la posizione degli angoli sul piano cartesiano). Accade allora che mi senta rispondere che no, sono i Doni della Morte (tu quoque, Harrius). L’unica cosa che sembra accomunare veramente noi e loro è l’alcool: bere tanto, bere forte, bere in fretta.

Molto interessante è anche confrontarsi con la moda anni ’90 immaginata dai ragazzi di oggi. Se alcuni se la cavano cercando consigli su internet, altri sbagliano clamorosamente decennio e sembrano usciti da “Happy Days”. Non si vede mai una maglietta da rapper, nè una Nike Air, nemmeno tra i neri, e non va certo meglio alle bandane ed alle giacche di pelle dei rockers à la Guns & Roses o al look punk-rock che tanto piaceva alla mia generazione. I giovani d’oggi, pensando alla moda di quel periodo, hanno in mente solo i Nirvana. L’unica cosa che impedisce a queste serate di diventare dei raduni di sosia di Kurt Cobain (perchè sì, Krist Novoselic e Dave Grohl quanto a vestiario non se li fila nessuno) è il fatto che il giovane moderno nella maggior parte dei casi se ne sbatte del tema e va vestito normalmente.

Potrei anche andare avanti parlando del linguaggio, e di come e di quanto sia cambiato rendendo impossibile catturare realmente lo spirito di un’epoca così recente eppur così lontana, creando a volte divisioni insanabili tra le generazioni, ma finirei per annoiarvi con considerazioni di stampo orwelliano su come il linguaggio influenzi i pensieri e vice versa. L’unica considerazione degna di essere riportata, a conclusione di questo excursus, è quella che per prima ci viene in mente il mattino seguente, appena svegli: “ma negli anni ’90 questo fottuto mal di testa non c’era!”