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Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate

Ieri sera ci sono cascato di nuovo: sono stato truffato. Un’amica mi ha invitato al cinema, promettendomi una serata divertente con “Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate”. Al grido di: “Finalmente hanno sdoganato i porno nei multisala!”, immaginandomi cinque tipe coperte solo da armi e striminzite armature che combattono nel fango, ho accettato di buon grado. “Sta a vedere”, pensavo, “che poi magari si tromba pure!”. Purtroppo si trattava dell’ennesimo film di Peter Jackson.

Ebbene sì, pur avendo iniziato a metà novembre a dire in giro che “col cazzo che ci vado a vedere quel film dimmerda, stavolta non mi freghi, Pete!” ho acconsentito, nonostante le delusioni sempre più profonde ammollatemi dei precedenti due film, a vedere anche l’ultimo della trilogia dello Hobbit.

Non voglio dilungarmi su quando sia sbagliato inventare personaggi che non c’entrano un cazzo con la storia originale e spargerli a badilate in ogni scena come uno stradino che tenti invano di colmare di catrame le buche di una strada di campagna a metà dicembre.

Non voglio nemmeno parlare delle numerosissime violazioni palesi, immotivate e completamente evitabili alle leggi della fisica, come un drago che sale di due o trecento metri in aria, partendo da terra, senza muovere le zampe nè sbattere le ali, tipo un pattinatore su una pista verticale invisibile, o come un tizio (Legolas, e chi altro?) che usa come una scala delle pietre che cadono, manco fosse un incrocio tra Super Mario Bros. e Gesù Cristo, camminandoci sopra in maniera da violare tutte le legi della fisica conosciuta, nessuna esclusa.

Non voglio neanche soffermarmi sulle innumerevoli scene messe lì solo per:
a) migliorare l’effetto in 3D;
b) far ridere i bambini in sala;
come quelle in cui il solito Legolas cavalca ogni creatura d’Iddio e si lancia in imprese volte solo a rendere involuti e complicati anche i più monotoni compiti di tutti i giorni, gridando: “Rube Goldberg mi fa una segaaaaaaaaa!” e purtroppo salvandosi ogni volta. Vale per le sue scene di combattimento il commento fatto a tutti i nemici di James Bond: ma non è meglio se lo ammazzi e basta?

No, davvero, non mi soffermerò nemmeno sui buchi nella narrazione, quali capre che spuntano dal nulla proprio quando i nani hanno bisogno di cavalcature e nani morti che un momento sono qui, poi sono lì, poi di nuovo qui.

Insomma, non mi soffermerò su niente, e lascerò che l’ennesimo scempio alla memoria di un grande scrittore cada nell’oblio che merita.

Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug: la (slegatissima) recensione

Altro giro, altro regalo, altro filmone di tre ore il mercoledì sera. Arriviamo (io e l’insolita Marjo) al cinema coi biglietti prenotati, salvo scoprire che in realtà non sono prenotati, ma per puro caso possiamo averne altri due ugualmente decenti. Prendiamo posto in una sala apparentemente vuota, in realtà piena di malati di Ritardo Cronico, una malattia gravissima ed incurabile che obbliga chi arriva al cinema in orario a dover spostare giacca, pop-corn, caramelline e birra ed a stringersi perché “Oh, ma questo è il nostro posto!”, e di Evitatori di Trailer,  una setta di monaci guerrieri specializzati nel ninjare al proprio posto quattro secondi e mezzo prima dell’inizio del film, quando i trailer sono finiti e la sala è buia come lo stomaco di un capodoglio in immersione.

Finalmente il valium film inizia.

Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug non è un film come gli altri, soprattutto se con “altri” intendete quelli della trilogia “Il Signore degli Anelli”. Con essi condivide il grande sfoggio di effetti visivi, coreografie, costumi ed altre eye-candies, ma a differenza di essi appare fin dall’inizio abbastanza privo di anima. La prima inquadratura, nella quale vediamo apparire Peter Jackson, lercio e confuso, che sgranocchia una carota con sguardo ebete, è una buona indicazione di ciò che seguirà.

La trama, per chi fosse interessato a saperne qualcosa, si riduce ad una sequela di combattimenti ed avventure picaresche ben coreografate, la maggior parte delle quali non è tratta dal libro originale. A tenerle insieme, il desiderio dei nani di raggiungere la Montagna Solitaria. Lo spettatore se ne dimentica dopo pochi minuti, sommerso in un’orgia di effetti speciali stupefacenti, anche se a volte ridicoli: la scena in cui un nano schiaccia un migliaio di orchi rotolando loro addosso con una botte, per poi tirar fuori braccia e gambe e stenderne un altro centinaio a colpi di ascia/kung-fu è più adatta ad un film Boldi/De Sica che ad uno con aspirazioni epiche come questo.

Vanno poi aggiunte tutte le scene e le sotto-trame che non solo non fanno parte del libro, ma non fanno nemmeno parte del corpus tolkieniano.

Legolas che compare dal nulla, al solo scopo di innamorarsi di un’elfa inventata di sana pianta dal regista per aver modo di inserire un’avventura romantica nel film. Per la cronaca, l’elfa ama un nano, e Legolas finisce relegato nella famigerata friendzone.

La lunga lotta con il drago, altra perla inventata dal regista per far cassa: un drago che si sveglia, bruciacchia una città e viene abbattuto non tira, meglio rimpolpare il tutto con un’ora di lotta senza senso tra le miniere. Le motivazioni del drago poi sono risibili: è incazzato nero coi nani e, pur avendoli alla propria mercé, decide di piantarli lì per andare a bruciare una città nella quale i nani potrebbero aver pernottato tempo prima. Io mi immagino la stessa fredda logica utilizzata in un film sulla mafia:

Boss: Quello stronzo di Tony Facciadimmedda mi ha rotto i cabbasisi!

Picciotto: Non si preoccupi, lo abbiamo preso e portato in un luogo sicuro. Attendiamo solo un suo ordine.

Boss: Bravo, ora potremo far saltare la Mole Antonelliana! Ho sentito che Tony ci andò in gita nel ’72!

Come ogni medaglia ha due facce però, anche questo film non è completamente sbagliato. Degli effetti speciali e dei costumi ho già detto. Mi rimangono alcune parole da spendere sugli attori.

Il film è un film corale, nonostante sia Bilbo il motore principale dell’azione, colui che letteralmente apre le porte al proseguimento della storia, ed è molto difficile dare la colpa della buona recitazione che in effetti si può trovare in questo film a qualcuno in particolare. Tralascerò dunque gli attori in carne ed ossa per concentrarmi sul nuovo, scintillante attore in grafica computerizzata: Smaug il drago, ovverossia per noi italiani Luca Ward. Diversamente da quanto visto nella precedente trilogia, dove il principale attore computerizzato era di forma umanoide, in questo film le difficoltà aumentano a causa delle forme serpentine della bestia. Il reparto effetti speciali svolge comunque un egregio lavoro, sia nel rendere le movenze del corpo sia nel far muovere in maniera simile a quella umana la bocca del drago. L’altra metà della performance è data dal doppiatore, che nell’originale è Benedict Cumberbatch. Il nostro Ward dà un’ottima prova di sé in questo ruolo, dando al drago personalità e profondità non soltanto vocale.

Se non avete letto il libro, questo film non sarà per voi altro che un generico film d’azione di ambientazione fantasy, con pochi momenti morti e ancora meno momenti significativi.

Se avete letto il libro, vi incazzerete come un lavavetri romeno ad una rotonda.

Tutto il resto è noia.