Voy tirando

Scrivere per non pensare

Tag: the hunger games

The Hunger Games: La Ragazza Di Fuoco: la (smorta) recensione

Mercoledì sera, finalmente, ho raccattato Marta (mia usuale compagna di sventura cinematografica) e sono andato a vedere “The Hunger Games: La Ragazza Di Fuoco”. Il giorno infrasettimanale non è stato scelto a caso: essendo due cinefili (pure cinofili) lavoratori, ed avendo vite sociali divergenti, abbiamo trovato un punto di contatto nel fatto che al mercoledì il cine costa 2 euri in meno.

Dopo aver sfidato il freddo polare, dopo aver lottato con una manciata di monetine ribelli, dopo venti minuti venti di orribili, trite pubblicità (esclusa quella di Mokarabia, quella è davvero originale), dopo una decina di trailers di film tutto sommato appetibili (Last Vegas, per dirne uno), possiamo finalmente addentrarci nella recensione.

Iniziamo col dire che condensare un libro intero in tre ore di film è un’impresa difficile. Talmente difficile che stavolta non ci hanno nemmeno provato. Se avete letto il libro, questo film, per quanto fedele, vi sembrerà alquanto vuoto. Vi sono tutte le scene più importanti, alcune rese davvero molto bene (la visita di Donald Sutherland a Jennifer Lawrence all’inizio del film vale il prezzo del biglietto), ma la maggior parte di quei piccoli particolari che rendevano il libro avvincente non ci sono. Mancano del tutto anche la cappa di pessimismo e la graduale discesa nella psicosi della protagonista, che nel libro tanta parte occupavano. Ma, per ogni cosa che manca ce n’è una che risplende.

Gli attori sono come sempre in palla, ma a causa del doppiaggio non ho potuto farmi un’idea più di tanto. Inutile star qui a fare l’elenco, poiché sono per la maggior parte gli stessi del primo. Val la pena di spendere una parola solo sulle tre addizioni più importanti: Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Plutarch Heavensbee, più viscido che mai; Sam Claflin nel ruolo di Finnick, bello, impossibile, espressivo nei pochi momenti a disposizione (molta della crescita del suo personaggio è tagliata rispetto al libro); Jena Malone nel ruolo di Johanna, una meravigliosa gattina attaccata alle balle, ‘nuff said. Il buon Liam Hemsworth è come al solito espressivo come un cippo tombale vichingo ed altrettanto utile per il buon proseguimento della trama: sospendo nuovamente il giudizio, sperando che gli diano un po’ più di screen-time nei prossimi due film (e se seguono i libri, dovrebbero).

Gli effetti visivi sono molto buoni, ed anche Elizabeth Banks diventa più bella, in parte grazie ai vestiti di McQueen ed in parte grazie al trucco un po’ meno pesante, che lascia trasparire la sua bellezza e la sua espressività. Le musiche sono buone e meno asettiche che nel primo film.

Nel complesso un film godibile, leggero nonostante le quasi tre ore di proiezione, adatto a tutta la famiglia (non proprio, ma si vede comunque meno sangue che nel primo), che lascia con un sano appetito per il prossimo sequel.

The Hunger Games: la recensione

Quali sono i motivi che possono spingere uno sconosciuto blogger (pirla sarebbe un termine più adatto) a recensire un film dell’anno scorso? Non bastano la protagonista gnocca, Woody Harrelson nella parte di se stesso, ed una trama piena di morti ammazzati? No, probabilmente no.

Un paio di settimane fa ero al cinema con un’amica e durante i trailers è saltato fuori questo scambio di battute:

Lei: “Mi piacerebbe vedere quello!”

Io: “Quello quale? Quello con la tipa che spara le frecce?”

Lei: “Sì, The Hunger Games: La Ragazza di Fuoco™!”

Io: “Hmmmm…”

Lei: “Io il primo l’ho visto e mi è piaciuto molto!”

Io: “Ah, ecco, io non ho visto nemmeno quello…”

Silenzio, durante il quale penso che lei, in quel momento, è al cinema con me a vedere Cattivissimo Me 2 e comincio a sentirmi un po’ in debito visto che io scelgo sempre film per bambini. Divento possibilista.

Io: “Ooooookeeeeeyyyyyyy… Proverò ad accompagnarti, però tieni presente che voglio prima tentare di vedere il primo film, così so di che cosa parla!”

Lei: “Va bene, vedrai che non è male!”

Ed è così che, dopo mille peripezie, reperisco una copia di “The Hunger Games” in inglese e mi appresto a guardarla. Quando premo il tasto play sono molto prevenuto, memore dei millemila film di Harry Potter, terrorizzato dal fatto che potrebbe rivelarsi solo un altro Twilight senza vampiri, ma piano piano entro nell’atmosfera giusta e mi lascio trasportare.

Oggi, qualche giorno prima che esca il secondo film della serie, mi sembra buono e giusto postarvi la recensione del primo, di modo che possiate avere un’idea di cosa vi aspetta al cinema. Non vado per punti. Seguono spoilers.

Il primo sentimento che il film suscita nello spettatore è la noia, dovuta ad un inizio lento nel quale troppe cose vengono date per scontate, come se tutti gli spettatori avessero letto il libro. Io non ero tra quelli ed ho trovato veramente difficile affezionarmi a chicchessia fino a circa metà film. Vediamo la protagonista nella sua quotidianità, ma la mancanza di un narratore rende tutto difficile da seguire. Vi è poi la scena della scelta dei partecipanti ai Giochi, che dovrebbe suscitare suspense ma a causa della summenzionata mancanza di una qualsiasi spiegazione riguardo a chi siano i personaggi o sul perché siano vestiti a quel modo (una su tutte, Effie) non fa altro che rafforzare il senso di noia e distacco.

Le cose cominciano ad andare meglio con la comparsa di Woody Harrelson, nella parte di se stesso con un altro nome. Il film acquisisce pian piano ritmo e brio anche grazie alla progressiva caratterizzazione dei personaggi. Si arriva così, ormai catturati dal dipanarsi della trama e dalle comiche scenette tra Josh Hutcherson e Stanley Tucci, alla parte più importante e ricca di suspense, gli Hunger Games, che nonostante siano tirati un po’ in lungo risollevano il film dal senso di noia della prima parte.

Suzanne Collins ha collaborato alla sceneggiatura e si vede, nel bene e nel male. Si spiegano così tutte quelle scene che disorientano i non lettori e l’estrema fedeltà, parola per parola, di alcuni dialoghi importanti.

Gli effetti speciali visivi, tra i quali mi sento di includere il make-up di Elizabeth Banks, sono altalenanti lungo tutto il film. Se in genere sono buoni, tendono però ad essere forse troppo generici e datati in certi momenti, motivo per cui la capitale di Panem ricorda un po’ troppo la Coruscant della seconda trilogia di Star Wars. In ogni caso non vi è nulla in questo comparto che faccia del male alla pellicola.

La musica lascia qualche dubbio durante le scene più tranquille. Trasmette talvolta un senso di spaesamento, ma per il motivo sbagliato.

Gli attori protagonisti sono bravi ed in parte, e ripagano in pieno il prezzo del biglietto. Jennifer Lawrence è una convincente Katniss, recitazione posata e mai un sorriso, e se non vi piace allora in voi c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Josh Hutcherson interpreta un Peeta molto spontaneo, specialmente nelle scene leggere (l’intervista con Caesar Flickerman è memorabile), lasciando presagire un grande futuro. Woody Harrelson non ha nemmeno bisogno di recitare per dare l’idea del cinico ubriacone e Lenny Kravitz, nonostante non sia un attore, rende bene l’idea dello stilista sensibile tutto preso dall’arte. Una menzione speciale merita la povera Elizabeth Banks nella parte di Effie: riesce a mantenere una dignità sotto a tre dita di stucco, ‘nuff said.

Tra i comprimari meritano una menzione l’esplosivo Stanley Tucci, sorriso a 32000 denti nel ruolo di Caesar Flickerman, che mastica la scena come non ci fosse un domani, ed il misurato Donald Sutherland nel ruolo di Coriolanus Snow: la cattiveria non è mai stata così pacata. Wes Bentley si fa notare per il make-up e per lo sguardo terrorizzato che fin dall’inizio fa presagire i disastri in arrivo. Sospendo il giudizio sul palestrato e non molto altro Liam Hemsworth, il cui personaggio rimane (giustamente) sottosviluppato.

Per tirar le somme, mi sento di dire che nel complesso è un buon film. Come tutti i capostipiti di serie, usati in genere per stabilire certe premesse utili anche per i sequel, soffre di una certa lentezza e di un iniziale senso di spaesamento, ma si riprende in tempo e riesce a raggiungere l’obbiettivo, grazie soprattutto al pacchetto attoriale di tutto rispetto. Non v’è traccia del senso di angoscia, frustrazione e progressiva perdita di sé comunicati dal libro, ma questo è dovuto più al cambio di medium ed alla transizione dalla prima persona singolare ad un narratore onnisciente che ad altro.

Se non avete letto il libro, guardate questo film: vi colpirà e vi spingerà a leggerlo. Se poi riuscite a guardarlo prima del 27 Novembre 2013, potrete andare al cinema e vedere in stecca anche il secondo capitolo (ho letto i libri e vi garantisco che sarà fin dall’inizio molto più movimentato).

Se avete letto il libro, guardate questo film: c’è tutto quello che conta, sia dal punto di vista visivo sia dal punto di vista dei dialoghi, ed è interessante vedere come certi problemi di traduzione da un medium all’altro sono stati risolti. Ed anche per voi vale il suddetto consiglio di vederlo in stecca con il secondo (che già saprete essere molto più movimentato).