Voy tirando

Scrivere per non pensare

Tag: umorismo

Medioevo: proviamo ad uscirne.

Il 5 Gennaio 1477, Carlo il Temerario attende le truppe di Renato II appostato a sud di Nancy, per dare battaglia. Spera così di disperdere le forze nemiche che, altrimenti, interromperanno l’assedio della città mandando in fumo i suoi piani.

A Nancy la gente non vive bene la situazione, dato il freddo, il cibo scarso, l’igiene che lascia a desiderare. A sud della città, le truppe di Carlo sono sotto organico, poichè anche gli assedianti hanno sofferto freddo, privazioni e malattie. Le truppe di Renato II sono superiori di numero, ma hanno dovuto marciare nella neve per decine di kilometri.

Nessuno quel giorno vorrebbe combattere. Se in quel momento gli venisse proposto, probabilmente firmerebbero il Trattato di Lisbona ed istituirebbero la Comunità Europea. Purtroppo ci troviamo nel basso medioevo e Carlo e Renato II si odiano a morte, quindi l’unico modo di sistemare le cose è una bella battaglia campale.

La loro volontà di combattere è comprensibile per almeno tre motivi. Primo, come ci suggerisce la data, siamo nel basso medioevo, e la diplomazia e il sentire comune hanno ancora molta strada da fare. Secondo, rex in regno suo imperator est, e quando due persone che detengono il monopolio relativo della forza si scontrano è molto probabile che entrambe cerchino di ottenerne il monopolio assoluto. Terzo, tutte le parti in causa percepiscono, in un modo o nell’altro, di non avere alternative al combattimento.

Quello che non è comprensibile invece è la volontà di combattere delle moderne formazioni politiche. Guardando le immagini degli scontri a Charlottesville, ma anche in altri luoghi, non posso fare a meno di pensare a quanto tutti i partecipanti sembrino stupidi, indipendentemente dall’appartenenza politica, mentre si prendono a mazzate gli uni gli altri, quando tra lo stare a casa rinunciando alle proprie rivendicazioni e l’uso della violenza più estrema c’è tutto uno spettro di soluzioni possibili.

In uno Stato di diritto, il monopolio della forza  non risiede nelle mani del cittadino, ma viene delegato ad appositi organi costituiti all’uopo (l’esercito, l’aviazione, la marina, la polizia e se proprio siete stati cattivi la Guardia di Finanza). Pertanto, salvo rari casi, un cittadino non può permettersi di usare la violenza fisica su di un altro cittadino al fine di regolare una disputa.

Cos’è allora che, quando un partito fa una manifestazione che se lasciata a se stessa si ridurrebbe ad una rapida, chiassosa, sorvegliata dalla polizia passeggiata per il centro, spinge i partiti avversari ad indire contro-manifestazioni in modo da aumentare il clima di tensione e di odio? Cosa spinge un gruppo di cittadini a cercare a tutti i costi lo scontro fisico con un altro gruppo di cittadini, pur non avendone alcun diritto? Cos’è dunque che fa sentire un antifa in obbligo di spaccare la testa ad un nazionalista e viceversa, anche se fino a pochi secondi prima nessuno dei due ha compiuto azioni violente o contra legem?

Ebbene, credo sia il medioevo. O meglio, uno schema mentale di stampo medioevale che chi partecipa a certe manifestazioni si porta dentro. Sebbene spesso l’iconografia medioevale venga usata con intenti identitari dai conservatori, è evidente però che un certo sentimento para-guerriero è filtrato in ogni angolo dello spettro politico. Se infatti il tipico nazionalista si riconosce nei cavalieri gotici che difesero la Patria dal barbaro invasor e pensa di dover fare lo stesso prendendosela con immigrati e progressisti, anche l’antifa tipo non è da meno. Egli magari sostituirà la Patria coi diritti degli oppressi o con la libertà, ma si sentirà comunque chiamato al combattimento corpo a corpo in loro difesa, anche quando un combattimento sarebbe facilmente evitabile senza minare la causa per la quale si lotta.

Non solo. Chi partecipa ad una manifestazione, oltre a ritenere in genere che una certa (enorme) dose di violenza fisica verso l’altra parte sia d’obbligo, come in una battaglia campale medioevale, si sente per di più chiamato ad amministrarla egli stesso, la suddetta violenza, proprio come un qualsiasi coscritto medioevale. Solo che nel medioevo il soldato esercitava una violenza punitiva contro il nemico in vece di Dio, il quale si asteneva dal prendere parte alla lotta, mentre il manifestante moderno esercita una violenza molto spesso gratuita contro altri manifestanti in vece dello Stato e della polizia, la quale è ben presente sul luogo e riuscirebbe molto meglio nel proprio lavoro se i manifestanti se ne stessero calmi.

Questa errata percezione di obbligo è il cancro della società moderna. Siamo arrivati ad un punto in cui i più ritengono inconsciamente che la violenza estrema sia un mezzo legittimo per porre fine alla violenza estrema e che spetti a loro stessi usarla, decidendone tempi e modalità. Sarebbe ora di tentare di uscire dal medioevo della contrapposizione fisica obbligatoria per entrare non dico nel XX secolo dell’accoglienza del diverso, ma almeno nel Secolo dei Lumi del rispetto per se stessi e per gli altri.

Peggio di chi dice “è una protesta, e si fa bordello” c’è solo chi è inconsciamente convinto che la violenza reciproca sia la soluzione alle dispute politiche. Ricordatevi che negli USA, mentre quattro coglioni para-medioevali si pestano, senza risolvere nulla, nel nome della razza, altri quattro coglioni para-medioevali fanno passare leggi anti-scientifiche senza colpo ferire.

…ma nessuno vuole vedere come vengono prodotti.

Ho appena finito di guardare Doctor Strange. Mi è piaciuto molto. Potrei chiuderla qui ma non lo farò. Doctor Strange è stata la conclusione (per il momento) della mia maratona di film Marvel. Sabato prossimo (06 Maggio 2017) andrò a vedere “I Guardiani della Galassia – Vol. II”, ma per ora ho chiuso coi film della Marvel. Come vedete smetto quando voglio.

Non è però della mia mania dei film di supereroi ad elevatissimo budget che voglio parlarvi, bensì del male assoluto che sta divorando questo mondo e che emerge potente dai film della Marvel. Ok, sono un po’ troppo drastico. Diciamo che se si guardano i film Marvel e si fa un po’ di ricerca si scopre un mondo di schifosissime piccolezze che fanno passare la voglia di vivere.

Partiamo da Ant-Man. La settimana scorsa mi sono messo a guardare questo divertente film che parla di un tizio che può diventare piccolo quanto una formica. Complessivamente l’ho trovato bello, ma ho fatto un’enorme fatica a sopportare i primi due minuti. Michael Douglas mi è abbastanza indifferente come attore, ho sempre preferito suo padre Kirk. Non voglio dire che Michael non sia un bravo attore, tutt’altro. Però ho questo (autodiagnosticato) problema mentale molto serio a causa del quale mi vengono in mente cose, cose che ho visto o fatto, e non riesco a non fare associazioni, e io ho visto Sharon Stone che accavalla le gambe in “Basic Instinct”, e ho visto Michael Douglas sulla locandina di quel film, ed ora ogni volta che rivedo Michael Douglas, a prescindere da qualsiasi cosa faccia, l’unica cosa che vedo è l’allupato che si arrapa guardando la brugna di Sharon Stone. Il fatto che sia stato anche il protagonista di “Un giorno di ordinaria follia” (un film che amo) non mi aiuta.

Michael Douglas, dicevo, non lo posso guardare senza immaginarmelo con la lingua fuori come un Fantozzi qualunque ogni volta che passa una donna, ma posso dominare la mia mente malata e riuscire a sopportarlo (e a godermi la sua ottima recitazione) se mi impegno. Purtroppo in Ant-Man la Marvel ha tirato fuori il male cinematografico assoluto: la grafica computerizzata applicata alle persone. Il buon Michael per il 99% del film recita con la sciava bianca e la barbetta, da simpatico settantenne, come un Macaulay Culkin che sia in qualche modo riuscito a superare i quaranta nonostante le valanghe di crack, ma nei primi due minuti siamo in pieno “Basic Instinct”. Come diceva sempre il saggio David Sim, once a profound truth has been seen, it cannot be unseen, e se guarderete i primi due minuti di Ant-Man sarete segnati a vita.

Di solito, quando si ha bisogno di rappresentare due momenti molto distanti nel tempo in un film, si prende un attore che abbia l’età giusta per il momento più indietro nel tempo e gli si fanno recitare le scene al naturale, poi lo si manda in sala trucco e lo si invecchia con rughe finte su rughe finte per fargli recitare il momento più recente. Non è il massimo da vedere, perchè l’attore sembra comunque un giovane truccato da vecchio, ma rimane comunque potabile. In Ant-Man hanno fatto il contrario, prendendo un vecchio e ringiovanendolo nel flashback con la grafica computerizzata. Per due minuti ho dovuto guardare un rispettato attore recitare con addosso una maschera di mo-cap e pixel a metà tra la malattia neurodegenerativa e il teatro kabuki. Avevo già visto una tecnica del genere sfruttata in maniera più gentile nei vari film in cui è presente Iron Man (Robert Downey Jr. non sta esattamente ringiovanendo), ma qui siamo sprofondati nell’abisso dell’abuso (anelo a lungo allitterare). Ora non riesco più a guardare un film senza aspettarmi chissà quali orrori. Entro al cinema recitando il mantra: “Non Nobis Beowulf“.

Il secondo grande orrore emerge da Doctor Strange, anche se non è legato al film in sè. Sono i guerrieri della razza. Avete presente quando scelgono certi attori in base alle loro origini (leggasi colore della pelle, provenienza geografica e tratti somatici) per far piacere ad una certa fetta di pubblico che ha le stesse origini dell’attore, in modo da aumentare gli incassi, a prescindere dalle origini che il personaggio aveva nel materiale originale da cui il film è tratto (ad esempio nel libro era bianco, nel film nero, oppure nel fumetto era inglese mentre nel film è americano)? Non è una grande novità. Negli anni ’70 negli usa andavano di moda i film per neri, dove attori neri recitavano personaggi tutto sommato positivi e attori bianchi recitavano nella parte di sfruttatori e razzisti. Negli anni ’80 negli USA il primo film di Mad Max è stato doppiato perchè Mel Gibson aveva un accento troppo australiano per il pubblico americano. Ultimamente va di moda inserire attori di minoranze etniche ovunque per mostrarsi politicamente corretti.

Non sono qui per criticare all’ingrosso certe scelte. Io sono per la stretta aderenza al materiale originale quando si traggono film da libri o fumetti, e sono probabilmente un po’ razzista (odio chiunque sia diverso da me, fino a prova contraria), ma Idris Elba nel ruolo di Heimdall non è una scelta politicamente corretta, è una scelta di buon cinema. Ai guerrieri della razza però certe cose non vanno giù. In Doctor Strange il mentore del personaggio principale dovrebbe essere un vecchio monaco cinese. Gli sceneggiatori però si sono trovati di fronte ad un problema: un vecchio cinese sarebbe piaciuto ai puristi, ma sarebbe anche stato troppo simile allo stereotipo di Fu Manchu, e avrebbe attirato le ire dei guerrieri della razza cinesi (mai mettere in cattiva luce i cinesi). D’altra parte, se avessero scelto una vecchia cinese sarebbero caduti nello stereotipo della vecchia zoccola orientale (zoccola e avvelenatrice), e i guerrieri della razza ci sarebbero andati a nozze. Una giovane cinese avrebbe causato un turbine di seghe tra i fan più pervertiti, cosa che avrebbe tolto serietà al film e scatenato i guerrieri della razza (quelli che lottano per una “razza” cinese casta e pura, in cui le donne non attirano gli sguardi degli uomini). Lungo il percorso hanno scartato anche l’idea di un vecchio occidentale convertito alla filosofia orientale, perchè esiste una frangia di guerrieri della razza che, contro ogni precetto della Boldrini, ritiene che una cultura possa essere vissuta solo da chi ci è nato dentro (anche se gli immigrati tentassero di insegnarci qualcosa, sarebbe offensivo da parte nostra imparare da loro). Vedendosi chiuse tutte le strade, si sono giocati l’unica carta rimasta: Tilda Swinton. Un Ente così avulso dalle leggi della biologia da non avere sesso nè razza. Una specie di David Bowie con la visione stereoscopica. Alcuni dicono non abbia nemmeno un colore. Il fatto però che abbia la pelle diafana ha scatenato i guerrieri della razza, che hanno accusato il film di whitewashing, ovvero di aver trasformato personaggi non bianchi in bianchi. Perchè buona parte degli attori di Doctor Strange non sono bianchi, ma chissene, è Tilda Swinton che è di troppo. Christopher Robert Cargill ha paragonato la situazione alla Kobayashi Maru (no, non la prima nave a vapore della marina militare dello Shogunato Tokugawa, quella è la Kankō Maru, intendo la simulazione di battaglia coi Klingon di Star Trek).

La morale della favola è: dove stiamo andando a finire? Se penso alla mia vita tra vent’anni, mi vedo al cinema a vedere un film degli Avengers con il povero Andy Serkis in tutti i ruoli, ovviamente con tutina mo-cap e schermo verde, mentre gli attori originali, ormai avviati vero i settanta (o gli ottanta, perchè Robert Downey è Jr. ma invecchia anche lui) presteranno la voce e le facce, ovviamente quelle del 2016, opportunamente incollate su Andy con la grafica computerizzata, mentre su Facebook e Twitter i neri se la prenderanno coi bianchi che se la prenderanno coi cinesi che se la prenderanno coi giapponesi che se la prenderanno con gli indiani che se la prenderanno con gli inglesi che a questo punto avranno fatto tutto il giro e saranno arrivati alle spalle dei neri e pronti a prendersela con loro, ricominciando la sequenza da capo, il tutto perchè nel nuovo film sulla storia della Corea del Nord il ruolo di Kim Il-sung è stato affidato a Djimon Hounsou, ovviamente in yellowface

But, if you’re a lousy actor
It don’t matter if you’re black or white

 

A tutti piacciono i wurstel…

…ma nessuno vuole sapere come funziona Iron Man. Tenetevi forte, gente, perchè sto per portarvi a fare un giro nella mia noiosissima vita. Inoltre, vi parlerò di film di supereroi.

Lunedì sera volevo vedere Pacific Rim. Lo volevo vedere tanto. Al punto che, quando Maria mi ha fatto notare che su Rai 3 c’era “The Company You Keep”, una specie di film di spionaggio e giornalismo duro e puro con Robert Redford, mia risposta è stata “me lo guardo domani sera”. A me Robert Redford piace molto, come attore e come regista. Mi piace quel suo stile tranquillo, che ti manda in porto un film d’azione senza troppi ammazzamenti (se avesse diretto lui “I mercenari” avrebbero risparmiato 40 milioni di dollari in munizioni) e ti rende interessante anche un film dove non succede un cazzo (ho goduto tantissimo “Leoni per agnelli”), però quella sera avevo voglia di esplosioni robotroniche e di kaiju ruggenti in mezzo all’oceano.

Com’è, come non è (e poichè domani mattina alle 05:00 non ho voglia di offrire la colazione alla Guardia di Finanza, vi assicuro che NON è), mi sono scaricato Pacific Rim, l’ho trasferito su chiavetta ed ho inserito la chiavetta nel televisore. Purtroppo, s’è imballato dopo trenta secondi. Non starò ad annoiarvi con la mia battaglia di tre giorni con i files .MKV, nè vi racconterò di come questa battaglia io l’abbia miseramente persa, perchè fortunatamente su Rai 2 c’era “Iron Man 3” e ho potuto saziare almeno in parte la mia voglia di esplosioni con quello.

E dopo? Dopo iniziano i guai. Finito di guardare il film infatti non riuscivo a prendere sonno a causa dei dubbi esistenziali che il film stesso mi aveva messo in testa. Principalmente non riuscivo (e non riesco nemmeno ora) a dare una risposta ad una assillante domanda: ma Iron Man sta sul cazzo a qualcuno o gli altri supereroi sono tutti dei codardi infami?

Durante “Iron Man”, il primo film della serie, era normale che il protagonista si trovasse più o meno da solo a lottare contro i criminali. Dopotutto, era il primo film in cui compariva, e doveva ancora farsi conoscere. I nemici poi erano le solite mezze seghe, roba che se il Presidente avesse inviato due o tre elicotteri d’assalto in più Robert Downey Jr. avrebbe potuto passare la maggior parte del film a limonare con Gwyneth Paltrow.

Durante “Iron Man 2”, le cose si fanno più complicate, perchè alla fine del primo siamo venuti a conoscienza degli Avengers, e perchè Mickey Rourke è brutto forte e anche solo guardarlo in faccia fa male, ma ci può ancora stare che Robert Downey Jr. sia quasi sempre da solo, tanto c’è Don Cheadle che se proprio proprio gli dà una mano.

“Iron Man 3” invece è un altro discorso, perchè in mezzo c’è stato “The Avengers” e ora noi spettatori sappiamo. Al mondo non c’è solo Iron Man. Al mondo c’è una squadra completa di super eroi coi controcazzi, pronti ad intervenire per il bene dell’umanità! Di certo non lasceranno Robert Downey Jr. da solo a difendere il Presidente degli Stati Uniti d’America e il mondo intero da un complotto terroristico di supersoldati che se appena appena li guardi male quant’è vero il cazzo esplodono che nemmeno Tom e Jerry il Quattro Luglio mannaggia!

Invece sì, che lo lasciano solo. Io me li immagino la domenica mattina che si svegliano, ognuno a casa propria, accendono la TV mentre bevono il caffè e vedono che il mondo sta per essere distrutto. Subito scatta la conference call.

Thor: “Ué, raga, avete visto il casino?
Hulk: “Rrrrrrrrrrrrrrrrr!
Black Widow: “Si, ho visto. DE-PRE-CA-BI-LE! Come faccio a fare shopping la domenica dopo aver visto certe immagini al telegiornale? IM-BA-RAZ-ZAN-TE!
Capitan America: “Dai cazzo, è in gioco il destino dell’America e del mondo. Iron Man è fuori combattimento, non credete che dovremmo intervenire?
Hawkeye: “Mmmmh… Sticazzi?
Tutti in coro: “STICAZZI!

Intanto si sente l’inno del Liverpool F. C. suonare al contrario.

Quando il troll è nella testa di chi ascolta.

Tempo fa vi furono in televisione e sui giornali grandi polemiche relative ad un nero che canta minchiate in video su Youtube ed al resto del mondo che lo odia a morte. Avevo seguito la cosa con un certo distacco e, tra una risata ed una levata di sopracciglio, avevo archiviato la cosa come trollata generale pensando di avere capito abbastanza bene la faccenda.

Pensavo che Bello Figo (uno dei vari nomi d’arte di un tizio ghanese di cui non ricordo il nome) fosse un geniale troll in grado di far incazzare tutti recitando la parte del rapper: i bianchi perchè i negri non devono alzare la cresta, i negri perchè un negro che si comporta così gli rovina la piazza, i sostenitori di Hillary Clinton perchè quelli comunque se la prendono con qualunque cosa respiri e non. Non avevo comunque una buona opinione del ragazzo, perchè in generale non considero un mestiere onorevole guadagnarsi da vivere facendo incazzare la gente just cause.

E niente (mein Gott che bell’inizio di frase, Leopardi mi fa una sega!), l’altra sera è successa una cosa che mi ha fatto cambiare idea: ho sentito una delle “canzoni” di Bello Figo, una di quelle che avevano causato le polemiche, ed ho cambiato letteralmente idea. Tra la dimenticabile base musicale blandamente trash, il testo raffazzonato, le doti vocali di quarta categoria e il video che Trucebaldazzi in confronto è Martin Scorsese, l’unica emozione che sono riuscito a provare era vergogna. Nel senso che, al posto suo, mi sarei vergognato di una performance del genere. Come può qualcuno prendersela a male per una canzone così poco orecchiabile da costringere l’utente a sospendere l’ascolto prima di arrivare alla parte interessante (e fonte, secondo i giornali, di maggiore indignazione)?

Proprio in quel momento ho capito quanto mi ero sbagliato, e quanto si erano sbagliati tutti. Bello Figo è solo un poveretto che fa le sue minchiatine su Youtube come migliaia di altri prima e dopo di lui, siamo noi, o meglio sono dentro di noi i veri troll. I troll sono nella testa di quei bianchi che si indignano non capendo che se uno volesse veramente offenderli s’inventerebbe un testo accattivante ed una musica orecchiabile, come hanno sempre fatto tutti i movimenti di protesta dai tempi dell’uomo di Neanderthal ad oggi. I troll sono nella testa di quei negri che invidiano ad un giovane ghanese i pochi soldi racimolati con Youtube e preferiscono prendersela con lui che con gli spacciatori e gli sfruttatori. I troll sono nella testa dei giornalisti che fingono di prendere sul serio qualcosa che senza di loro non sarebbe uscito dal Parco Ducale.

Vorrei poter trarre una bella morale da tutto questo. Come per esempio che non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, e magari in questo mondo dove la produzione musicale peggiora di minuto in minuto qualcuno ha preso sul serio certe cazzate perchè le riteneva seriamente musica. Oppure che tanto tra un paio di mesi nessuno si ricorderà più di lui, e saremo alle prese con il linciaggio mediatico di un qualche youtuber rom che canta “Spaco botilia/amazo familia/scippo cinesa/muore soto treno“. Purtroppo, non mi viene in mente nulla, quindi la morale mettetecela voi.

Come disse un famoso sostenitore della Clinton dopo le elezioni, sono andato a letto in un mondo di merda e mi sono svegliato in un mondo anche peggio.

Povera Italia!

Tira più una passerella gialla che un carro di figa.

Ora che col titolo volgare e fuori luogo ho attirato la vostra attenzione, mi accingo a parlare di cose serie.

Ieri mattina (Lunedì 27 Giugno 2016 [se, dopo aver letto anche altri articoli, vi state chiedendo perchè specifico date insignificanti, la risposta è: per quando sarò morto e i miei eredi vorranno sapere di più sulla mia vita]) mi sono svegliato alle 03:45 per andare a vedere The Floating Piers, l’avveniristica (si dice così?) opera del famosissimo artista Christo, meglio conosciuto dagli addetti ai lavori come “Er Paccaro“.

Non voglio annoiarvi con le vicissitudini del viaggio di andata, che tra macchina e treni è durato centinaia di kilometri e di minuti, nè con quelle del viaggio di ritorno, che contro ogni previsione è durato molto di più. Non voglio nemmeno dirvi che i treni che “passano ogni 10 minuti per portarvi a Sulzano e ritorno” sono una sporca menzogna inventata da un qualche pubblicitario Trenord strafatto di crack. Tralascerò poi di menzionare che non c’è un bagnino ogni cento metri, ma al massimo ogni mille.

Scrivo questo brevissimo articolo per parlarvi del valore artistico dell’opera. Dopo esserci stato di persona ed aver toccato con piede la grande opera sul lago d’Iseo, non posso che condividere pienamente il giudizio di Philippe Daverio. The Floating Piers non è Arte. Non ci va nemmeno vicino. Credo sarebbe fare un torto a Christo dire che ci abbia provato, a fare Arte. I moli gialli galleggianti sono un’opera immensa e a tratti divertente, un luogo in cui andare a fare un giro per passare una giornata diversa, ma niente di più. Manca totalmente quell’afflato epico che pervade l’Arte e che la distingue dal resto.

Mi sono divertito a visitare l’opera, ma non ci tornerei. Come direbbe Mick Jagger, wild horses couldn’t drag me there! Le uniche cose che mi sono rimaste della giornata passata in quell’allegro inferno giallo sono le scottature da sole rimediate nonostante la crema e l’affetto di Maria che mi ha accompagnato. L’Arte è perfezione divina che si manifesta tra i profani, tensione della materia verso l’ideale, qualcosa che ti toglie le parole, qualcosa alla quale non si può nè aggiungere nè togliere. The Floating Piers è imperfezione esaltata da imbecilli, è invito alla bestemmia, è decomposizione in fermento.

Sbaglia Sgarbi quando dice trattarsi di “un pontile verso il nulla”, perchè questa tensione, questo proiettarsi, sarebbe già esso stesso Arte. Ha ragione invece Philippe Daverio quando dice che si tratta di “una semplice baracconata”. L’opera infatti, come una sagra di paese, è divertente, almeno per i primi 20 minuti, ma l’unica cosa che l’accomuna all’Arte, ciò che probabilmente ha tratto in inganno i più inesperti, sono le lunghe code dei visitatori.

Le regole della mendicanza.

In questo periodo di vacche magre, in cui l’assenza di lavoro e di certezze ci attanaglia tutti, nessuno escluso (pure Renzi s’è giocato il bonus coi gay, non aspettatevi la liberalizzazione della cannabis in questa legislatura), capita sempre più spesso di vedere per strada mendicanti che chiedono l’elemosina contando sulle aspirazioni redistributive delle masse. Chi infatti, in presenza di un mendicante, non si sente un po’ un Robin Hood de noantri, pronto a rubare a se stesso per dare ai più bisognosi?

Io non mi ci sento, ecco chi!

Per questo, non volendo cedere i miei pochi soldi agli accattoni professionisti che vigliaccamente assediano le nostre città, ho deciso di dare loro (ed a tutti coloro che nella mendicanza vedono il proprio futuro lavorativo) qualcosa di meglio: dei consigli. Un buon accattone infatti, un accattone che guadagna, un accattone ricco insomma, è quello che riesce a sfruttare al meglio le proprie capacità e, ove queste capacità non siano particolarmente acute, ad affinarle. Pertanto, dopo attente osservazioni dell’ecosistema mendicatorio, ho formulato alcune proposte mirate a migliorare la vita degli accattoni e quella dei loro clienti, le persone che si vergognano di avere i soldi.

Il primo consiglio fondamentale riguarda la buona educazione. Quando si mendica, è importante far passare il messaggio, ed un messaggio passerà meglio se è espresso nella lingua comunemente parlata dai clienti. Pertanto, basta con le frasi sconnesse mormorate a mezza bocca in incomprensibili dialetti non indo-europei: una volta deciso dove mendicare, passate qualche minuto ad imparare la lingua del luogo e scoprirete con soddisfazione che molta più gente vi darà retta. Altra cosa importante è l’atteggiamento: il mendicante migliore è quello gentile e compito, che non fa pesare la sua presenza. Se poi questo approccio non funziona, potete sempre minacciare la gente con un coltello: state sicuri che quella sera stessa avrete di nuovo un tetto sulla testa, una dimora sicura con sbarre alle finestre e pasti caldi due volte al dì.

Il secondo fondamentale consiglio riguarda la coerenza. I clienti non vogliono essere truffati, pertanto vi eviteranno se mostrerete discrepanze tra quello che dite e quello che fate. D’altraparte, chi cederebbe i propri sudati guadagni ad un figlio di puttana col Rolex? Ok, a parte i clienti di Banca Etruria. Dunque se sul vostro cartello scrivete che siete malati, evitate di appostarvi nel punto più freddo e ventoso della linea M3, se chiedete soldi in quanto disoccupati, cercate di prendere servizio prima delle 07:00 altrimenti si capisce che avete fatto il turno di notte e mendicate solo per arrotondare. Se siete zoppi, non cominciate a correre quando arriva la polizia.

Il terzo ed ultimo consiglio riguarda la fidelizzazione della clientela. Oggigiorno, coi pochi soldi che girano, il cliente si separa dai suoi spiccioli solo per servizi ad alto valore aggiunto. Tattiche come appostarsi all’angolo e dare il buongiorno a tutti sono ormai superate. Quello che un cliente cerca ora è lo spettacolo: ubriachi che insultano i politici, profeti di sventura, emissari di civiltà aliene sono solo alcune delle più gettonate varietà di mendicanti. Fingersi una donna e prostrarsi a terra mormorando bestemmie in una lingua morta non è abbastanza. Sedersi ad aspettare la manna non funziona più.

So bene che questi miseri consigli scalfiscono appena la crosta dell’argomento mendicanza, ma fidatevi, se li seguirete vi ritroverete in breve tempo ad essere dei mendicanti migliori. Vedrete che, con un po’ di pratica, a fine giornata potrete anche voi finalmente dire: “Sempre meglio che lavorare!”

Il colore degli altri.

Vi ho mai detto che un mio amico ha casa a Tokyo? La risposta è no, non ne avevo motivo, era probabilmente l’informazione più inutile che avrei potuto darvi. Ora però ve la do, perchè mi è utile per raccontarvi una storia. Una cupa e triste storia su come la realtà non sia quella che si vede. Inserire risate malefiche a piacere.

No, ok, scherzavo, è la solita storiellina edificante sulle bellezze paesaggistiche.

Questo mio amico è giapponese, almeno in parte, e credo sia questo che lo mette nella posizione giusta per fare cose che noi (noi che il Giappone sappiamo a mala pena dov’è) non riusciremmo mai a fare. Ad esempio questa foto.

Una città in un giorno di ordinaria cupezza.

La prima volta che l’ho vista ho pensato a Volgograd, o ad una qualsiasi altra città industrializzata dell’est Europa. Cielo grigio, un sacco di condomini e soprattutto niente di interessante all’orizzonte. Il classico posto in cui un viaggiatore cool andrebbe solo perchè fa curriculum (“Ahò, sò stato a Volgograd, 3500km de machinaaaaaa! Ammazza che mmal de culo!”). Poi ho guardato l’utile didascalia ed ho scoperto che la città nella foto è Tokyo.

Cioè, capiamoci, Tokyo.

6-Tokyo

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 1.

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Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 2.

Questa Tokyo.

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Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 3.

Tokyo, Japan --- Girls Walking Through Shopping District --- Image by © Steven Vidler/Eurasia Press/Corbis

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 4.

Paura eh? Ebbene sì, non c’è la minima somiglianza tra la foto scattata da un cittadino qualsiasi e le foto trovate su internet. Si tratta di quello che chiamo “Effetto Parigi” (oppure Berlino, o New York, ovvero una qualsiasi città di cui ho cominciato a farmi un’idea molto prima di visitarla): maggiore è la nostra distanza, anche culturale, da una città, maggiore sarà la nostra attrazione verso di essa.

L’anno scorso ad esempio sono andato a Parigi, città giudicata bellissima da chi non c’è stato, ed una volta arrivato sul posto l’ho trovata piuttosto normale. Certo, è piena di cose belle, ma la gente vomita per strada, chiede l’elemosina millantando improbabili menomazioni fisiche e sta in coda ubriaca fuori da ignobili locali notturni come in una Ulaanbaatar qualsiasi.

Dopo aver visto la foto in alto la mia voglia di visitare Tokyo non è certo diminuita, ma ora voglio visitare un posto più realistico. Adesso so che dovrò portarmi un maglione (perchè non ci saranno le tipe della foto n° 4 a scaldarmi), dovrò nascondere il portafogli (perchè non ci sarà il Giustiziere Robotronico Gigante della foto n° 3 a proteggermi dagli scippatori ninja) e sicuramente la sera dovrò stare in camera a dormire (perchè se i posti delle foto n° 1 e 2 esistono, sono certamente troppo costosi), ma sono ancora più curioso di conoscere gli abitanti di quell’enorme città, sapendo che nonostante le immense distanze abbiamo qualcosa che ci accomuna.

Il tempo di merda.

Ogni cazzo di morto.

The world is a vampire, come diceva il buon Billy Corgan, e questo inizio di 2016 ce l’ha dimostrato: uno dopo l’altro una caterva di personaggi famosi sono morti, lasciando noi meschini sopravvissuti a fare i conti con l’insostenibile leggerezza della miseria umana, ovvero l’elaborazione del lutto su Facebook.

Ovunque mi giri, ovunque io guardi, sono assalito da persone che si stracciano le vesti per una qualche salma importante, senza magari averne mai saputo nulla fino a dieci minuti prima. Si va dal contrito messaggio di partecipazione al dolore dei famigliari (“I bambini! Non avete pensato ai bambini? Ma perché nessuno pensa ai bambini?”), all’affermazione della positiva fibra morale del defunto (“L’era tanto una brava persona, me lo lasci dire!”), alle accuse a chi non l’ha capito (“L’avete ucciso voi, l’avete! Con il vostro odio! La droga non c’entra un cazzo!”), alle citazioni, spesso errate, di pensieri del famoso dipartito (“Ambarabà… Ciccì… Coccò!”).

Non voglio in questa sede tranciare giudizi su chi si crogiola in tali gretti comportamenti nè andare a discutere del perchè in questa società priva di anima ognuno si senta in diritto di andare a caccia di big likes cavalcando senza pudore la salma di chi in vita fu più famoso. Questa, se ne hanno interesse, è materia per i sociologi. Io nel mio piccolo voglio limitarmi a proporre un’altrettanto piccola alternativa. Un metodo, potremmo anche definirlo.

SBATTETEVENE!™

SBATTETEVENE!™ è un innovativo e rivoluzionario metodo per elaborare il lutto. SBATTETEVENE!™ è rapido, semplice e non richiede conoscenze pregresse. SBATTETEVENE!™ non ha bisogno di utensili o materiali.

Il metodo SBATTETEVENE!™ è basato su tre pilastri fondamentali. Il primo pilastro è il threat assessment. Il morto era vostro padre? Il morto era vostra madre? Conoscevate personalmente il morto? Se avete risposto “NO!” a tutte e tre le domande, allora il metodo SBATTETEVENE!™ è quello che fa per voi. Il secondo pilastro è il problem solving. La morte del de cuius vi tange in qualche modo? La morte del de cuius tange qualcuno che conoscete? Se anche a queste domande la risposta è “NO!” potete procedere verso il terzo pilastro, detto anche “il nirvana mortuario” dagli addetti ai lavori. Il terzo pilastro, quello del no shit given, è sulla carta il più semplice ma spesso il più difficile da mettere in pratica. Se i primi due pilastri sono stati superati senza problemi, il terzo dovrebbe arrivarvi come naturale conseguenza: non lo conoscete, la sua morte non vi tange, dunque SBATTETEVENE!™

Umberto Eco è morto? SBATTETEVENE!™ David Bowie è morto? SBATTETEVENE!™ Silvana Pampanini è morta? SBATTETEVENE!™

SBATTETEVENE!™ L’originale metodo per la tranquillità dell’anima (dei vostri amici che vi seguono su Facebook, mannaggiavvoi!).

EXPO 2015: arrivi fagiolo, riparti sedano rapa.

Spinto da irrefrenabili manie suicide, ho deciso di passare la giornata (dalle 10:00 alle 24:00) di qualche Sabato fa (06/06/2015) ad EXPO 2015, incurante del caldo e della enormità del luogo. Poichè non volevo morire da solo, memore della famosa commedia di Filemone di Siracusa, ho chiesto a Maria di accompagnarmi: il seguente resoconto si basa sulle nostre personali esperienze.

Il piano iniziale era di trovarci a Rho, ridente buco di fogna situato a Nord di Milano, dove avevo prenotato una stanza in un ridente (questo sì, era proprio carino) B&B. Purtroppo il sito di Trenitalia si sposa male con la realtà oggettiva dei fatti, ed è stato solo al prezzo di numerose bestemmie che sono riuscito a raggiungere il luogo dell’appuntamento. Alle ore 08:30, comunque, stivate le scarne valigie, salivamo sul treno diretto a Rho Fiera Expo Milano 2015.

Scesi dal treno, la prima bella sorpresa ci è stata regalata dall’ampio sottopasso, stile vomitorium, che ci ha permesso di arrivare in una cinquantina di secondi dal binario alle porte di Expo. Inutile dire che arrivare almeno un’ora prima è fondamentale: i cancelli aprono alle 10:00 del mattino, ma si possono attraversare solo dopo controlli degni di un aeroporto, dunque date le affluenze se arrivate alle 10, entrate a mezzogiorno… Durante l’attesa, è utile fare amicizia coi compagni di fila: sparare minchiate a ruota libera con studenti di agraria baresi farà volare il tempo.

Una volta affrontate le fameliche bocche dei tornelli, ciò che vi attende è quanto di più enorme possiate immaginare. Una specie di accampamento militare romano, i cui cardo e decumano sono larghi quanto un’autostrada e coperti da un velario alto decine di metri. Tutto questo però lo scoprirete dopo, poichè prima è d’obbligo la tappa al famigerato Padiglione Zero. All’interno, enormi stanze ospitano diorami e proiezioni volti a mettervi dell’umore giusto, presentandovi i temi che poi verranno sviluppati dai vari padiglioni statali. A dire il vero vi è anche una funzione secondaria ma ugualmente importante: alla vostra seconda visita distrarrà gli altri visitatori, permettendovi di girarci intorno e correre al Padiglione Italia per entrare prima che si formi la fila.

Usciti dal Padiglione Zero, le cose si sono fatte di colpo molto più complicate. Avevamo una mappa, e come ho già detto la pianta di Expo è quella squadrata ed ordinata di un accampamento militare, ma queste sono le uniche indicazioni che avete. Superato lo Zero, gli altri Padiglioni sono trattati in maniera assolutamente paritaria, e sta solo a voi decidere quali visitare e quali sacrificare, magari sperando di poterli vedere in futuro quando ritornerete. Questo, unito all’ubiquità delle rivendite di alcolici, tende a frastornare le menti deboli.

Durante l’attesa ai tornelli, io e Maria ci eravamo accordati su una lista di paesi che volevamo assolutamente vedere: Angola (per le bistecche di coccodrillo), Giappone (per il cibo giapponese), Ecuador (dov’è nata Maria), Polonia (per i Pierogi) e Grecia (per l’Ouzo). Anche il Vietnam era stato preso in considerazione, in virtù dei suoi bacherozzi alla griglia, ma non eravamo sicuri che fossero già arrivati. E poi, mangiare bacherozzi? Sticazzi! Nonostante questa breve lista, siamo riusciti a vederne una quindicina in più.

La strategia da noi adottata, strategia che caldamente consigliamo anche è voi, è la ben nota AC/DC (altrimenti detta “A Cazzo Di Cane”). Consiste, la strategia, nell’avviarsi verso un Padiglione che si ha una gran voglia di visitare, per poi infilarsi in ogni altro Padiglione intermedio ove non vi sia coda. Questo innovativo metodo ci ha permesso di vedere, nell’ordine: Belgio (Straffe Hendrik, saccottino al cioccolato e caffè), Nepal (e se non piangi, di che pianger suoli?), Angola (il ristorante apriva all’una, CBCR), Pernigotti (non è uno stato ma il gelato è comunque ottimo), Colombia (un paio di banconote per la mia collezione), Franciacorta (bevi poco, bevi bene), Polonia (anche Maria è entrata nel tunnel dei Pierogi), Regno Unito (bruchi a secchiate), Israele (vino rosso kosher), Padiglione Italia (dove non siamo entrati), Piacenza (stranamente è un Padiglione permanente), Birra Poretti (ma quanta cazzo ne hanno!), Albania (mostra fotografica), Serbia (vino e grappa gratis), Grecia (non vendono niente), Iran (zafferano), Stati Uniti (Gatorade), Ecuador (tante cose da annusare), Giappone (cotoletta al curry ed assaggio di manzo Kobe), Russia (soffitto a specchio) Qatar (caffè interattivo), McDonald’s (CocaCola e patatine) e Slovacchia (l’uccello dalle piume di coltello).

Sebbene questo elenco sia già di per sè impressionante, poichè trattasi di una recensione, mi accingo ora a dare la mia opinione su quanto visto durante la visita. I Padiglioni, salvo pochi casi, sono tutti formati da due ambienti distinti. Il primo è il museo interattivo, dove si possono vedere e toccare la storia e i prodotti del paese. Alcuni, come la Colombia, fanno affidamento su splendidi filmati (la storia polacca in un cartone animato muto a colori è spettacolare, come del resto l’ascensore colombiano), mentre altri hanno delle vere mostre al proprio interno (design per la Polonia, folklore per la Russia, vita quotidiana per il Qatar). Questo è l’ambiente che tutti gli stati, anche i più piccoli, presentano ai visitatori. Il secondo è lo spaccio/ristorante/cocktail bar, ove il visitatore può acquistare souvenir, e soprattutto cibo e alcolici. Questo secondo spazio non è presente nei padiglioni più piccoli. In genere poi, ove entrambi gli spazi siano presenti, è possibile scegliere se visitarli entrambi, prima il museo e poi il bar, oppure solo il bar. Questa piccola cortesia verso i visitatori, tale da non costringerli a fare una lunga coda per il museo ove volessero semplicemente mangiare, è ciò che contraddistingue una buona pianificazione degli spazi. Dopotutto, il tema dell’Expo è il cibo.

I prezzi dei cibi e dei souvenir poi non sono nulla di proibitivo, se sapete come scegliere. Un primo ed una birra vi costeranno in media una dozzina d’euro, mentre l’aperitivo col Franciacorta potrebbe oltrepassare i 15 solo per lo spumante. La bistecca di manzo giapponese può costarvene 40, ma sarà la migliore della vostra vita. Se invece fate parte di quella speciale categoria di sottosviluppati mentali che pagano 37 euro per entrare ad una fiera alimentare universale per mangiare patatine fritte ed hamburger, nessun problema, ci sono anche vari economicissimi McDonald’s. Non mancano poi i luoghi di svago, quali la terrazza bar del Padiglione USA dal quale sorseggiare cocktails osservando Expo dall’alto, o il Padiglione Poretti/Martini, dove potrete riempirvi di birra al piano inferiore per poi infliggervi il colpo di grazia in terrazza con un bel Martini Rosso. La birra Nastro Azzurro è ubiqua, ed ogni padiglione tende ad avere un paio di bevande tipiche, vendute a bottiglia o a bicchiere. Ad Expo tutto ha un prezzo e niente è gratis, fatta eccezione per le degustazioni. C’è solo una cosa che non dovete assolutamente comprare, nemmeno se ne andasse della vostra vita: l’acqua. Nelle stradine laterali sono infatti presenti delle fontanelle gratuite alle quali fare rifornimento. Acqua pura, fresca, gratuita. Anche gasata.

Per i visitatori più intraprendenti poi ci sono piccoli giochi di società ed altri svaghi. In vendita da qualche parte, oltre a libri fotografici, magneti da frigo ed altri simpatici ricordi, potete trovare dei libretti simili a dei passaporti, sui quali farvi mettere i timbri delle varie nazioni. Da qualche parte, ho detto, perchè non sono riuscito ad ottenere indicazioni più specifiche, ed ora ho la mia consueta moleskina piena di timbri. Se vi interessa perseguire questa divertente forma di collezionismo, vi suggerisco di portare con voi della carta assorbente per calligrafia, altrimenti il timbro degli USA monterà il timbro della Russia sulla pagina di fronte, ed insieme partoriranno due timbri speculari del NWO di Locate Tiulzi. L’interattività poi spesso non si limita a schermi touch screen con varie nozioni su etnografia e agricoltura: il Giappone ha un ristorante virtuale per una cinquantina di persone, l’Angola ha un divertente test sulle abitudini alimentari, gli USA hanno giochi d’acqua pedonabili e in quasi tutti i padiglioni potrete annusare, succhiare, leccare o mangiare le piante locali, opportunamente piantate da esperti paesaggisti. Se anche questo non dovesse bastarvi, e doveste avere molto caldo, intorno ad Expo scorre un fossato nel quale potrete facilmente calarvi tramite le comode rive a gradoni.

Se mi avete seguito fin qui, presumo sarete ormai stanchi, dunque mi avvio a chiudere questa piccola escursione parlando della notte di Expo. Ebbene sì, laddove altri eventi mondani chiudono i cancelli al calar del sole, costringendovi a tornare in albergo a continuare la festa con la prima prostituta raccattata su Craigslist, Expo vi viene incontro. I musei, purtroppo, chiudono tutti entro le 20:00, ma durante i fine settimana i ristoranti e i bar rimangono aperti fino a mezzanotte. Vi troverete così a passeggiare per vialoni fiancheggiati da mini-discoteche anni ’90, dove ubriacarvi saltellando con un sottofondo della peggiore musica dance nord-europea. I più romantici potranno invece portare la propria morosa al ristorante e poi all’Albero della Vita. Questa costruzione, che di giorno funge da monumento alla Foppapedretti, di notte s’illumina come un albero di Natale, con spettacoli di luci, suoni e giochi d’acqua che valgono il prezzo del biglietto ridotto serale.

Fine.

Che dire dunque? Quale giudizio complessivo dare a questo grande parco divertimenti semi-temporaneo? Un giudizio positivo, ovviamente. Qualche anno fa, quando sentivo parlare di un qualche strano oggetto chiamato “Expo”, l’unica cosa che riuscivo a pensare era che “questi milanesi si stanno allargando un po’ troppo”. L’anno scorso per la prima volta ho capito che “Expo” non era un qualche tipo di prestito obbligazionario ad interesse variabile collegato allo spread tra Lira Cipriota e altezza del monte Cervino al netto del cappello di nevi perenni, bensì un luogo fisico. Il mese scorso ho deciso di dare ad “Expo” una possibilità, perchè per quanto un simile spreco di soldi per un evento temporaneo mi dia la nausea, non provare nemmeno ad andarci sarebbe stato uno spreco ulteriore. Oggi, Domenica 21 Giugno 2015, voglio tornarci per un altro giro. Al netto delle polemiche sui costi (troppo, troppo poco, il giusto), dei ritardi nella costruzione (trovati fossili di Expo 2015 durante gli scavi per la costruzione di Expo 2015) e di tutti gli orrori quotidiani inscindibilmente interconnessi anche con le migliori iniziative di questo tipo (tipo il tangibile rischio di morire di caldo, tipo), Expo 2015 è un posto che, se siete italiani sopra la soglia di povertà, dovete assolutamente vedere, pena una vita di rimorso per esservi persi l’occasione.

 

Viva la liberazione!

Oggi in Italia non è un giorno come un altro. Oggi in Italia è il 25 Aprile, festa della liberazione. “Liberazione da che?” vi state probabilmente chiedendo? “Non ne ho idea!” vi rispondo. Posso però fare una rapida indagine intorno a me e tentare di riferirvi i risultati.

La guerra, come tutti sappiamo, è cosa buona e giusta, salvezza per l’anima ed il corpo. Ormai è risaputo che, se in Africa migliaia di persone non fossero felicemente e produttivamente impegnate nelle varie guerre, per i più disparati motivi, sarebbero costrette a confrontarsi con gli irrisolvibili problemi di tutti i giorni, quali la disoccupazione, la fame, i vicini di pianerottolo che scopano così forte da tenerli svegli tutta la notte. Decisamente meglio la guerra. Se avete ancora dei dubbi chiedete agli ucraini ed agli yemeniti: dopo aver provato qualche decina d’anni di orribile pace hanno ripreso le armi con gioia! Dubito quindi che oggi si festeggi la liberazione dall’unico sport collettivo che ancora mette tutti d’accordo.

La dittatura, su questo siamo tutti concordi, è sacrosanta. Recita un proverbio fiorentino: “Non si muove foglia che Matteo non voglia”. Ogni popolo sa bene cosa succede a spartire il potere decisionale tra i cittadini: non funziona più un cazzo! Molto meglio accentrare il potere in una sola persona che prenda le decisioni per tutti. Molte sono le ragioni per cui questa è la miglior forma di governo. Per prima cosa, il despota può essere facilmente sostituito: quale sprone migliore a governare rettamente che sapere che da un momento all’altro il potere potrebbe passare di mano? Secondariamente, il despotismo salva i cittadini dal logorio delle votazioni e del prendere decisioni. In ultimo, è risaputo che sotto il governo di un despota i treni arrivano sempre in orario. Potrei continuare l’elenco all’infinito, ma sarebbe un inutile esercizio di stile, in quanto ho già reso chiaro che l’unica cosa da cui tutti saremmo felici di essere liberati è il diritto di voto.

Dell’oppressione, in teoria, non ci sarebbe nemmeno il bisogno di parlare, poichè in Italia è di gran lunga la virtù più amata. Nella nostra Santa Costituzione è scritto che viviamo in una “Repubblica fondata sul lavoro”, ma solo perchè oppressione avrebbe rovinato la metrica.

L’odio poi è il nostro pane quotidiano. I fasci odiano i rossi, o rossi odiano i fasci, chi non ha la tessera di un partito odia fasci e rossi indistintamente ed io odio questa tastiera nippo-coreana dimmerda perchè se una parola ha due “s” consecutive la maggior parte delle volte ne prende solo una costringendomi a rileggere questi fottutissimi post del cazzo cinque o sei volte! MUORI ACCROCCHIO INFERNALE! MUOOOOORIIIIII!

Dunque da cosa ci siamo liberati ed ancora ci liberiamo il 25 Aprile? Ho fatto un giro in paese oggi. Volevo comprare tre clementine ed un pezzo di focaccia. Ogni singolo negozio, a modo suo, era chiuso.

Dalla voglia di lavorare, ci siamo liberati…