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Counting Crows in Pistoia

L’uomo saggio pianifica in inverno escursioni estive che sa benissimo potrebbero ucciderlo, così, tanto per far del male al sè stesso del futuro. Questa è l’unica spiegazione plausibile per la mia presenza al concerto dei Counting Crows al Pistoia Blues Festival: un tentato suicidio a scoppio ritardato. Il caldo durante il viaggio in treno è impossibile da spiegare a chi non sia mai stato nella sala caldaie del Titanic, mentre sulle lastre di pietra che pavimentano Piazza del Duomo a Pistoia si sarebbero potute cuocere le uova. L’unico lato positivo è la totale scomparsa dello stimolo ad urinare, che permette una ininterrotta partecipazione ai concerti.

Prima di sentire la portata principale, ci è toccato ascoltare l’artista di contorno.

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Il nome, Arianna Antinori, probabilmente dice a voi meno di quanto abbia detto a me, che pure prima del concerto ho sprecato ben dieci minuti dieci a googlarla. Per tagliar corto, vi dirò subito che si tratta di una scalmanata (in senso buono) che canta brani sullo stile di Janis Joplin. L’ottima voce, unita alla presenza scenica energica (da scalmanata tipo Janis Joplin appunto) e a degli ottimi musicisti ugualmente energici, quali il bassista funky più dinoccolato d’Italia, il classico batterista animale, due chitarristi ed un duo di ottoni (sassofono e trombone), hanno reso la sua parte di concerto una delle migliori esperienze live a cui io abbia assistito. Se fossi in voi la terrei d’occhio, perchè se non diventa famosa lei, allora chi?

Dopo una mezz’oretta di pausa sono entrati loro, quelli che mi avevano convinto a comprare il biglietto, i Counting Crows.

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Difficile rendere l’idea di una loro performance per iscritto. Adam cammina scazzo per il palco, cantando come se la voce non fosse nemmeno la sua, con l’atteggiamento di un bambino che passeggia in riva al mare a Riccione, grondando sudore. Il bassista sembra teletrasportato dal soggiorno di casa sua, dove stava guardando la tv con il basso poggiato sulle gambe, e suona con un atteggiamento impassibile che ricorda il compianto John Entwistle, ti aspetti di vederlo andare a fumarsi una sigaretta mentre il basso si suona da solo. Unici a mostrare un minimo di follia rock ‘n’ roll i chitarristi, il pianista e il batterista, ma tutti nei limiti della partita di burraco domenicale. Proprio per questo il concerto funziona, perchè ci sono sei professionisti così impegnati a generare un output sonoro di qualità da lasciare andare in vacca ogni apparenza, facendo sembrare tutto semplice. La scaletta, come si usa in casi del genere, è un misto di vecchi successi (l’archilochea Rain King, Mrs. Potter’s Lullaby) e brani dall’ultimo album (Palisades Park, Earthquake Driver).

L’unica pecca della serata, se si esclude il caldo da Guinea Equatoriale, è stata la scarsa affluenza di pubblico. Non che il fatto di essermi presentato dieci minuti prima dell’apertura ed essere comunque riuscito a stare sotto il palco mi abbia dato fastidio, ma se un concerto di un gruppo internazionale e di una giovane promessa italiana a quaranta euro non riesce nemmeno a riempire una piazza in un’antica città d’arte nella splendida Toscana, i casi sono due: o la gente non capisce più un cazzo di musica o la crisi economica è ben più grave di quanto sembra. Vi saprò dire di più a fine mese, dopo il concerto dei Darkness.

Intanto, se fosse un film vi direi “Guardatelo!” Se fosse un libro “Leggetelo!” Purtroppo posso solo dirvi “Maronnchevisietepersi!”

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Luisa Miller: la recensione

Continuiamo così, facciamoci del male. Maledetta la mia abitudine di programmare durante i miei periodi maniacali cose che poi dovrò fare durante i miei periodi depressivi. Ho ormai venduto l’anima alla cultura, almeno fino a stasera, e mi sto godendo un sacco ed una sporta di spettacoli musicali, di vario livello e di vario genere.

Ieri sera, tanto per non sbagliare, ho assistito da posti molto popolari (e montanari) alla messinscena della Luisa Miller di Giuseppe Verdi a Busseto. So che nel mio primo post vi avevo in qualche modo fatto capire che non mi sarei dato alle recensioni in maniera continuativa ma, purtroppo, durante questa settimana mi trovo a non poterne fare a meno. Godetevi dunque l’ennesima, grezzissima recensione.

Per l’amante della lirica, Verdi è una garanzia. Perfino opere minori e prive di un qualsivoglia afflato nazionale nascondono splendidi brani in mezzo alle pieghe di un intreccio di rara pochezza. Luisa Miller non fa eccezione, nè per le perle, nè per la pochezza. Ma andiamo per punti come al solito.

1) IL PREZZO: nel solco della tradizione delle rappresentazioni estive, il prezzo si presenta diviso in due fasce: prezzi più alti in platea, dove le splendide signore e signorine sfoggiano eleganti abiti da sera ed i signori le seguono in abito scuro; prezzi più popolari nei settori montagnardi, ovvero sulle gradinate, ove il codice di abbigliamento è meno stretto, le signore e signorine sono meno belle e gli uomini vestono casual. Dove mi sono seduto? Make an educated guess.

2) LA MUSICA: la solita Orchestra Giovanile Luigi Cherubini dà una nuova prova di bravura.

3) IL CANTO: il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, stavolta senza incursori, viene finalmente sfruttato in modo costante. I giovani cantanti nei ruoli principali, sia italiani che stranieri, fanno del loro meglio, ma sono costretto ad analizzarli uno per uno, pur senza far nomi, per metterne in luce i vari pregi e difetti. Iniziamo con i promossi: Miller (buona voce, ben impostato, dizione sorprendentemente buona, nonostante sia coreano), Luisa (splendida voce, buona potenza, facile al gorgheggio, dovrebbe provare il repertorio mozartiano), Wurm (ottima voce, potente, preciso). Finiamo coi rimandati (sono giovani, si rifaranno): Walter (buona l’impostazione ma voce troppo debole; a sua difesa, le indiscrezioni che lo davano malato fino al giorno prima), Federica (non posso dirne nulla di male, ma dopo averla sentita per tutta la rappresentazione mi rimane qualche dubbio), Rodolfo (bella voce, discreta potenza, abile nelle cabalette ma un po’ impiccato nelle parti che richiedono maggior forza).

4) LA SCENOGRAFIA: ottima scenografia floreale, l’ideale in una calda sera estiva, utile anche a richiamare le verdi terre germaniche in cui s’ambienta la vicenda. Sontuosa. Ottimi i giochi di luci.

5) I COSTUMI: splendidi, di stampo ottocentesco, ricchi e variegati. Una gioia per gli occhi.

6) IL PUBBLICO: caldo e facile all’applauso, l’ideale per dei giovani cantanti che più che delle critiche di ignoranti paesani hanno bisogno di un incoraggiamento a continuare a far bene o a far meglio.

7) L’ORGANIZZAZIONE: buona. I tappeti rossi in platea, la simulazione di golfo mistico, la presenza vigile e capillare delle hostess sono indicazione di un’organizzazione attenta e ben pianificata.

Nel complesso un’ottima rappresentazione, con una sola imperdonabile pecca: è andata in scena una volta sola.

Neil not so much Young anymore yet still kicking, somehow…

Non avrei voluto farlo, ma dopo aver visto alcune recensioni scritte coi piedi ho capito che è mio dovere porre rimedio a questa situazione di disinformazione. Pertanto ecco a voi la recensione del concerto di Neil Young and the Crazy Horse al Lucca Summer Festival fatta da un ignorante. Un ignorante che ha visto il concerto, ovviamente.

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Ecco il palco, prima del concerto, fotografato dall’angolo della zona VIP.

Innanzitutto, la piazza è un minuscolo buco, cosa che favorisce la vicinanza al palco, anche per coloro che rimangono indietro. Purtroppo, la scelta di mettere il palco VIP, con sedie imbottite ed hostess ficherrime, attorno alla statua al centro della piazza ha scatenato le ire di coloro che sono arrivati per ultimi e si sono trovati la vista ostruita. Ma, dico io, che bisogno c’è di vedere Neil Young quando ci sono le hostess?

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Devendra Banhart: non sembra ma stanno suonando…

Lasciatemi poi spendere due parole su Devendra Banhart, ovvero il gruppo (più un tizio con dei suonatori che un gruppo vero e proprio) di supporto. Nato nel 1981, magro come chi sia appena fuggito da un lager, istrionico e divertente. Musica a metà tra sonorità hawaiane e folk californiano. Ampio uso di smorfie e vocalizzi dadaisti.  E purtroppo finisce qui, perché non lo avevo mai sentito nominare prima di ieri sera e non so altro.

Veniamo ora a quello che i Perfidi Albionici chiamerebbero il Featured  Act, o l’Headliner.

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Si prepara il palco per Neil Young: 40 minuti di lavoro. Non ho foto del concerto perchè il telefonino è quel che è…

Il suddetto Neil si presenta bene, in buona salute ed energico nonostante l’età, con una bella vocetta da giovincello, al contrario di Bob Dylan che al momento non si distingue da Louis Armstrong. Allo stesso modo i Crazy Horse, che dopo una mezz’ora uno già capisce da dove viene il nome. Hanno l’energia di un cavallo, nonostante l’età, ed almeno il chitarrista soffre di problemi mentali: divide equamente il suo tempo tra gesti osceni verso un antipatico membro del pubblico ed involontarie distruzioni di chitarre ed equipaggiamento (ne fa fuori tre, per motivi che vanno dalla rottura delle corde al cedimento della componente elettrica).  Ad un certo punto, dopo l’ennesima rottura, è costretto a fare metà canzone dietro al microfono, a metà tra il corista e il danzatore irlandese.

Essendo io un ignorante, uno che fino a ieri sera non sapeva nemmeno che faccia avesse un Neil Young, e che di certo non l’aveva mai sentito cantare, non posso qui dilungarmi in giudizi sull’opportunità di mettere in scaletta certi brani piuttosto che altri. Mi limito a dire che Powderfinger (no, non quella di quel simpaticone di De Gregori), Walk Like A Giant, Heart Of Gold, Blowing In The Wind e Roll Another Number (For the road) sono state cantate con grande gioia dei presenti (me compreso).

Concludo dicendo che il Sig. Young si è comportato da vero professionista timido, suonando quasi senza interruzione e facendo la maggior parte del concerto come se il pubblico non esistesse, parlando solo alla fine per i ringraziamenti ed i saluti. Certi cantanti impegnati dovrebbero imparare da lui.

“Echi notturni di incanti verdiani”: la recensione che nessuno mi ha chiesto.

Per quanto sia difficile, per un ignorante quale son io, parlare di musica classica, mi accingo a recensire per voi il trattenimento musicale andato in scena ieri sera a Roncole Verdi, dal titolo “Echi notturni di incanti verdiani”. Per rendere il tutto più semplice, andrò per punti:

1)      IL PREZZO: è la prima cosa che lo spettatore vede in un’opera, ed è spesso anche l’ultima, dato l’odierno uso di far pagare a caro prezzo la cultura che per secoli si è tentato di far digerire alle masse. Fortunatamente, ier sera abbiamo assistito ad un’inversione di tendenza, con prezzi decisamente popolari, tali che non si potrebbe trovar di meglio nemmeno al Teatro Ponchielli di Cremona.

2)      LA MUSICA: buona l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini nel suo complesso, composta di giovani ma ben istruiti elementi, che in attesa di assurgere a fama internazionale deliziano gli appassionati verdiani laddove tutto ebbe inizio. Degna di nota la magra clarinettista, fulgido esempio di bellezza muliebre ed altresì di come al giorno d’oggi non si possa cibarsi di cultura.

3)      IL CANTO: una buona prova hanno dato anche i cantanti lirici, divisi in numero pari tra maschi e femmine. Unica pecca del comparto, dovuta probabilmente alla provenienza degli artisti, qualche caduta nella dizione di Sparafucile e Violetta, entrambi comunque molto bravi. Il Coro del Teatro Municipale di Piacenza merita una menzione a parte. Se infatti il coro lirico usuale è composto da soli cantanti, questo era formato da due plotoni: il primo, più numeroso, formato da cantanti, si muoveva leggiadro sulla scena; il secondo, dai numeri più contenuti e formato da infiltratori del COMSUBIN, ha guadagnato la fiducia del pubblico e si è nascosto tra esso, fingendo di farne parte, per poi saltar fuori all’ultimo momento tra sguardi di stupore ed ammirazione.

4)      LA SCENOGRAFIA: grazie alla presenza della casa natale di Giuseppe Verdi, casualmente situata dietro al palco, lo scenografo, dopo un paio di minuscoli interventi, ha potuto finalmente prendersi la vacanza che aspettava dalla scorsa stagione lirica. Minimalista ma di grande effetto.

5)       I COSTUMI: se si escludono l’orchestra, in vestito nero d’ordinanza, ed il coro, in abito da sera per coloro che calcavano il palco ed in mimetica da guerra urbana per gli incursori, si può dire senza timore di smentita che i costumi erano sfarzosi e ben curati.

6)      LA REGIA: è qui che un ignorante come me si perde, ed è costretto a menar polemiche su di uno spettacolo altrimenti ottimo. Sia ben chiaro, non sto accusando la regista di aver commesso errori: lo spettacolo era coerente, ben strutturato e godibile. Devo però far notare come, complice l’abuso di termini aulici nel foglietto esplicativo (cosa ormai comune a tutti i foglietti esplicativi, oserei dire) e la mancanza di veri e propri stacchi tra scena e scena, lo spettatore più ignorante, che favorito dal prezzo ridicolmente basso dei posti a sedere, avesse deciso di avvicinarsi proprio ier sera all’opera lirica, avrebbe facilmente potuto confondersi. Chi scrive non è un paladino dell’educazione delle masse ad ogni costo, anche contro la loro volontà, ma credo che qualche didascalia o qualche parola di presentazione sarebbero state tempo ben speso.  Tocco di classe a mio parere, anche se pochi avranno apprezzato, la permanenza dei cadaveri sulla scena, ovvio richiamo agli usi teatrali antichi.

7)      IL PUBBLICO: nonostante i prezzi veramente bassi, che avrebbero potuto permettere a qualunque malnato di sedere tra il pubblico e menar scompiglio, la folla che si è radunata sulle gradinate per lo spettacolo era composta, oltre che da un migliaio di rappresentanti delle massime cariche istituzionali non paganti, da sinceri amanti della musica, competenti e silenziosi, che hanno facilitato col loro silenzio le riprese della Rai TV. Nutrita anche la presenza straniera, nella quale spiccavano i felicissimi belgi, primi ad applaudire ed ultimi ad andarsene.

8)      IL TITOLO: diciamocelo, il titolo dello spettacolo è tanticchia complicato, a metà tra l’aulica suggestione ed il gioco di parole di quarta categoria.

Tirate le somme, mi sento di poterlo definire un ottimo spettacolo. Chi di voi l’avesse perso e bruciasse d’invidia potrà, forse, vederlo prossimamente sulle reti Rai, o addirittura acquistarlo in DVD.