Voy tirando

Scrivere per non pensare

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Il colore degli altri.

Vi ho mai detto che un mio amico ha casa a Tokyo? La risposta è no, non ne avevo motivo, era probabilmente l’informazione più inutile che avrei potuto darvi. Ora però ve la do, perchè mi è utile per raccontarvi una storia. Una cupa e triste storia su come la realtà non sia quella che si vede. Inserire risate malefiche a piacere.

No, ok, scherzavo, è la solita storiellina edificante sulle bellezze paesaggistiche.

Questo mio amico è giapponese, almeno in parte, e credo sia questo che lo mette nella posizione giusta per fare cose che noi (noi che il Giappone sappiamo a mala pena dov’è) non riusciremmo mai a fare. Ad esempio questa foto.

Una città in un giorno di ordinaria cupezza.

La prima volta che l’ho vista ho pensato a Volgograd, o ad una qualsiasi altra città industrializzata dell’est Europa. Cielo grigio, un sacco di condomini e soprattutto niente di interessante all’orizzonte. Il classico posto in cui un viaggiatore cool andrebbe solo perchè fa curriculum (“Ahò, sò stato a Volgograd, 3500km de machinaaaaaa! Ammazza che mmal de culo!”). Poi ho guardato l’utile didascalia ed ho scoperto che la città nella foto è Tokyo.

Cioè, capiamoci, Tokyo.

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Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 1.

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Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 2.

Questa Tokyo.

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Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 3.

Tokyo, Japan --- Girls Walking Through Shopping District --- Image by © Steven Vidler/Eurasia Press/Corbis

Foto di Tokyo presa a cazzo da internet n° 4.

Paura eh? Ebbene sì, non c’è la minima somiglianza tra la foto scattata da un cittadino qualsiasi e le foto trovate su internet. Si tratta di quello che chiamo “Effetto Parigi” (oppure Berlino, o New York, ovvero una qualsiasi città di cui ho cominciato a farmi un’idea molto prima di visitarla): maggiore è la nostra distanza, anche culturale, da una città, maggiore sarà la nostra attrazione verso di essa.

L’anno scorso ad esempio sono andato a Parigi, città giudicata bellissima da chi non c’è stato, ed una volta arrivato sul posto l’ho trovata piuttosto normale. Certo, è piena di cose belle, ma la gente vomita per strada, chiede l’elemosina millantando improbabili menomazioni fisiche e sta in coda ubriaca fuori da ignobili locali notturni come in una Ulaanbaatar qualsiasi.

Dopo aver visto la foto in alto la mia voglia di visitare Tokyo non è certo diminuita, ma ora voglio visitare un posto più realistico. Adesso so che dovrò portarmi un maglione (perchè non ci saranno le tipe della foto n° 4 a scaldarmi), dovrò nascondere il portafogli (perchè non ci sarà il Giustiziere Robotronico Gigante della foto n° 3 a proteggermi dagli scippatori ninja) e sicuramente la sera dovrò stare in camera a dormire (perchè se i posti delle foto n° 1 e 2 esistono, sono certamente troppo costosi), ma sono ancora più curioso di conoscere gli abitanti di quell’enorme città, sapendo che nonostante le immense distanze abbiamo qualcosa che ci accomuna.

Il tempo di merda.

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You say New York, New York is dangerous…

Visto che la mia situazione sentimentale è “esco a cena con due ragazze contemporaneamente perchè tanto non c’è trippa per gatti”, posso comodamente spendere un’oretta del mio tempo, che avrei altrimenti dovuto dedicare a cercare un regalo all’ultimo momento per la mia potenziale girlfriend, per parlarvi di New York. Questo sarà un post vagamente onirico, sconnesso e non garantisco la consecutio temporum.

Partiamo dal presupposto che descrivere New York è difficile. Ognuno, me compreso, nasce con già prestampata un’immagine mentale di questa città, un’immagine che nemmeno l’incontro con la città reale può scalzare. Per chi non c’è mai stato New York è soprattutto uno stato mentale, il non luogo dove tutte le cose più strane prendono forma. Si tratta di un’immagine così forte che anche metre scrivo mi sta costantemente davanti.

Per riuscire a descrivervi meglio il posto, inizierò con lo spiegarvi come ci sono arrivato. Un giorno, a pranzo, ho annunciato che sarei andato ad Istanbul in treno. Tre settimane dopo, cedendo alle pressioni dei familiari che ritenevano quella città troppo pericolosa (erano i tempi degli eroi e delle leggende, erano i tempi dei moti di piazza in Turchia), ho accettato di accompagnare un’amica di mia madre e sua nipote a New York. Di loro posso solo dire che sono persone ottime, ma con interessi diversissimi dai miei: questo però l’ho capito pienamente solo in loco. E fu così che a metà Luglio 2014 mi sono imbarcato su un volo Delta Airlines per l’America.

New York ti stordisce subito, fin dall’arrivo, quando l’aereo si avvicina all’aeroporto e tu dal finestrino vedi gli Hamptons e le scie dei motoscafi nell’Atlantico, e cominci a chiederti se non era meglio andare direttamente negli Hamptons invece che in una caotica metropoli piena di macchine. L’aeroporto JFK poi è una trappola per turisti claustrofobici: c’è una linea della metropolitana a basso costo con la quale arrivare a Manhattan, ma guarda caso il mezzo più segnalato è il taxi. Il costoso taxi.

Dialogo (vero e senza tagli od omissioni) tra me (abbreviato in L) ed il taxista pakistano (abbreviato in T):

T – So, how do you like my driving skills?
L – Well, I’d say you are a good driver: thirty minutes in the traffic, and we haven’t crashed yet.
T – You know what they say of New York taxi-drivers: if you don’t have an accident a day, you are doing it wrong!

Il mio albergo era più cool di quello delle signore. Avevo un rooftop bar affollato di gente ogni sera e nonostante la mi stanza fosse delle dimensioni di una cella singola a Rebibbia era nondimeno dotata di tutti i comfort del caso. L’unico appunto che mi sento di fare riguarda l’acqua del rubinetto, così addolcita da risultare corrosiva per la pelle e praticamente inutilizzabile dal corpo: più ne bevevo più mi veniva sete. E pure la doccia, che costringeva a far scendere il getto massimo di acqua fredda prima di poter aprire la calda, non era il massimo. E le finestre erano anti suicidio, e non si aprivano più di una spanna. Il personale invece era gentile e preparato, e l’impressione complessiva era ottima. Era poi situato in una zona centralissima, sulla East 39th street, che mi permetteva di uscire al mattino, girare a destra ed avviarmi verso Park Avenue, 5th Avenue e tutto ciò che di artistico museale c’era da vedere e di uscire la sera, girare a sinistra ed avviarmi verso la 3rd Avenue e i vari pubs nei quali conoscere la fauna locale.

La città non è come voi la immaginate. Certo, molte delle cose che avete letto o sentito sono vere, ma sono i particolari che vi fanno capire la differenza.

Le strade sono per la maggior parte a senso unico, con la segnaletica orizzontale cancellata da anni di utilizzo. Se sognate di fare gli USA coast to coast, beh, la macchina conviene la affittiate a Jersey City, perchè da Manhattan non uscireste mai.

Gli skyscrapers sono tutti uguali, o per lo meno si ripetono con una certa frequenza, a tal punto che tolti quei due o tre famosi tipo Empire State Building, Rockefeller Center (la prima “e” in Rockefeller si pronuncia all’italiana, o almeno così la pronuncia Mr. Rockefeller Jr.) e One WTC non sentirete mai il bisogno di fissare lo sguardo su un edificio in particolare. Questo è anche uno dei motivi per cui ho adottato un approccio da New Yorker, detto anche “fottesega”, all’esplorazione della città, ed ho usato la metro ogniqualvolta fosse possibile.

Un buon motivo per usare la metro è che in metro può capitarvi di tutto, e per la maggior parte sono cose belle. Ho visto suonatori di ogni genere allietare le carrozze con ogni genere di strumento. Ho visto ragazze con anelli di fidanzamento dai diamanti grossi come ceci. Ho parlato di Dio con dei manic street preachers. Sono stato abbordato da una splendida ragazza eritrea. Un altro buon motivo è che solo Manhattan è lunga tipo venti kilometri da nord a sud.

Il museo di storia naturale prosegue nella metro.

Il museo di storia naturale prosegue nella metro.

La prima cosa (prima per importanza almeno) che vi colpirà quando tenterete di fare una passeggiata in una strada qualsiasi, è la presenza pressochè ovunque di impalcature. Una legge dello stato impone di controllare le facciate degli edifici più alti di un certo numero di piani ogni cinque anni, creando uno strano effetto concrete jungle. Vi troverete a passeggiare in un sottobosco di tubi d’acciaio che sorreggono le impalcature, tra i vapori che escono lentamente dai tombini, schivando gente che si muove in ogni direzione, immersi in un misto di odori che a tratti ricorda quello del fumo di una sigaretta di marijuana, anche se meno dolce.

La gente che cammina con voi è diversa. Trovare più di cinque persone ferme ad un semaforo ad una qualsiasi ora del giorno o della notte è un evento raro. I vestiti poi non sono vestiti, ma divise. Ho visto solo una ragazza vestita come ve la potete immaginare, per il resto è il regno del poliestere. L’uomo medio si mette camicia e cravatta perchè deve, ed è incapace di scegliere dei materiali decenti e di abbinare i colori. Le scarpe poi sono inguardabili.

L’oceano Atlantico è la comparsa di lusso nella storia. A Manhattan non si vede mai, circondata com’è dallo Hudson e dall’East River. Un treno della linea A della metro vi porterà a Far Rockaway Beach in 45 minuti. Il litorale è fantastico in quella zona, con una ventina di tipi di uccelli marini che becchettano i crostacei sul bagnasciuga. Proprio a causa loro la spiaggia è interdetta al pubblico, e sarete costretti ad andare a Brighton Beach per poter finalmente passeggiare lungo l’oceano. Brighton Beach che ha più in comune col Ponto Eusino che con l’America. Brighton Beach dove non sentirete mai parlare inglese. Brighton Beach dove farete finalmente un pasto decente a base di kharcho e pierożki.

Rockaway Beach.

Brighton Beach.

La metro è anche bella da vedere, con lunghi tratti sopraelevati nel Bronx, a Brooklyn e nel Queens, che rendono interessanti anche i più sordidi scorci di disperazione suburbana nei quali vi trovate a camminare. La metro sopraelevata vi permette di vedere posti che non vedreste mai altrimenti, come un enorme cimitero a Queens e le case di mattoni a due piani tutte uguali che si ripetono a perdita d’occhio.

Il disperato squallore suburbano.

Il disperato squallore suburbano.

La criminalità non è quella che pensate. La città è tranquilla e, nonostante i cartelli nella metro che invitano a tener stretti i propri averi perchè i ladri sono in agguato ovunque, non vi sentirete mai in pericolo. A volte però ci sono delle crepe nella facciata che lasciano intravedere cose più preoccupanti. Quindici poliziotti in tenuta d’assalto, con M16, che stanno per entrare in un anonimo edificio tra la East 58th Street e Madison Avenue. Certe strade a Rockaway dove non c’è una saracinesca alzata ma ci sono gruppi di minacciosi afro-americani che somigliano tanto ai villains of the week di una qualunque puntata di Law&Order SVU (I’m talking assault, battery and gang-rape here, man!). Certe ambulanze bloccate nel traffico, che fanno meno strada in un minuto di quanta ne fai tu a piedi in quattro secondi e mezzo. Una ragazza con la quale avete passato la serata in un locale sulla 3rd Avenue che non si sente sicura a tornare a casa verso le 4 del mattino.

Dialogo verbatim tra me (sempre L) e la ragazza, che chiameremo random blonde girl (o RBG) perchè non ricordo il suo nome:

RBG – Guess it’s time for me to go.
L – Will you take a cab or just walk it out?
RBG – I’m walking to the 42nd, to take the metro.
L – Guess I’ll come along for a little while, before a random girl tries to extort a taxi ride from me, again. My room’s on the 39th…
RBG – Lucky you. I’ve got to ride the metro all the way to South Bronx, and no, it’s not a nice place this time in the morning.
L – Is it so bad?
RBG – It’s not war, but it isn’t a place you want to walk alone.

New York’s tuff, man! New York tuff!

Le persone che si divertono con voi sono probabilmente l’unica cosa che corrisponde alla vostra immagine mentale. C’è il token African-american party-goer (“You should dance, mon!” “I’m not a dancing person…” “Everybody is a dancing person, mon! You should drink! The secret is to drink just enough to get crazy, stopping before you fall under the table!“) che ti tratta subito come un amico, ed ha ragione, perchè avete molto più in comune voi due che Renzi e Berlusconi. C’è il tipo che compie gli anni, che festeggia assieme ad un’amica che sta per sposarsi, e nessuno dei due fa una piega quando ti imbuchi nella loro festa. Ci sono menadi di Poughkeepsie e Schenectady, che le guardi ballare e non capisci più niente, salvo poi guardare una mappa il giorno dopo e chiederti come sono arrivate a Manhattan. Ci sono dei fottutissimi irlandesi che ti entrano in scivolata da dietro mentre ci stai provando con una tipa, salvo poi guardarti spaventati quando sollevi le tue giuste obiezioni (“Is he your boyfriend?” “No, he’s not my boyfriend.” “Ok, but, is he your boyfriend?“).

Credo che questa foto simboleggi alla perfezione come finivano le mie serate.

 

Il cibo è pessimo. Potete vagare in lungo e in largo, ma se non siete disposti a spendere cifre alte (tipo PIL di un piccolo stato balcanico) non riuscirete a mangiare decentemente. Anche spendendo poi il risultato non è garantito. Se come me non siete capitani d’industria, le scelte culinarie si riducono a McDonald’s e WokToWalk. Questo è probabilmente il motivo principale per il quale ho passato una settimana immerso nei fumi dell’alcool: dimenticare ciò che avevo mangiato a pranzo per convincermi a mangiare di nuovo a cena.

Certi locali vi stupiranno. Vi recherete a China Town una sera cercando un famoso speakeasy e verrete riportati indietro negli anni ’20, a bere cocktails preparati con grande arte, chiacchierando con una cantante franco-romena che ha appena eseguito il suo repertorio con una jazz band. Mangerete patate dolci fritte bevendo birre dai nomi improbabili e liquori di dubbia provenienza sotto l’Empire State Building. Entrerete in un ristorante italiano e vi sembrerà di essere in Sicilia.

Vi perderete, pur sapendo esattamente dove siete. Attraverserete il ponte di Brooklyn a piedi, perchè farlo è molto cool, e non saprete più come tornare indietro. Uscirete dalla metro a Wall Street per fare una passeggiata e chiederete indicazioni in inglese ad una ragazza italiana. Chiacchiererete con un barbone aspettando un autobus che non passerà mai. Vi ci vorranno 40 minuti per attraversare il Central Park da Est a Ovest, e un’ora per farne il periplo in bicicletta.

E in mezzo a tutto questo visiterete musei grandi come il paesello da cui siete partiti. Stazioni ferroviarie con più binari che persone. Intersezioni stradali che avreste pensato impossibili. Set cinematografici a cielo aperto. Bellezze naturali che non vi sareste mai aspettati.

Parigi: la compagnia portatevela da casa…

Anche quest’anno, come l’anno scorso, ho deciso di espatriare a capodanno per evitare gli orrori del veglione di provincia.
Anche quest’anno, come l’anno scorso, vi tocca la dettagliata relazione delle mie avventure, scritta non per suscitare invidia, bensì consapevolezza (ilarità).

Il titolo (chi ben comincia…)
Il titolo di questo articolo doveva essere diverso. Nella fattispecie, doveva contenere un’altra parola, ben più volgare e specifica, al posto di compagnia, ma ho deciso di non offendere il vostro senso del pudore. In pratica, come ho scoperto al mio arrivo a Lutetia Parisiorum, la maggior parte dei locali sono studiati per dividere la gente piuttosto che unirla, forzando anche gli avventori singoli a sedersi ad un tavolino. Chi di voi è mai stato in un bar sa che l’obbligo del tavolino rappresenta la morte sociale, poichè senza un’adeguata folla al bancone è impossibile conoscere gente. Da qui il titolo dell’articolo: io sono andato a Parigi da solo e solo sono rimasto. Ho anche dovuto rinunciare a bere qualcosa in un bar poichè non servivano al bancone…

I monumenti
Il Louvre è il trionfo della stupidità e della vanagloria. Metà dei visitatori volge le spalle ad ogni quadro per farsi degli stupidi selfies, l’altra metà fotografa la Gioconda col cellulare nel tentativo di esistere, nel mezzo un sacco di opere splendide che nessuno guarda. Notre-Dame è interessante quanto un qualsiasi capannone industriale: una volta spesi due minuti ad ammirare la prodezza architettonica si può tranquillamente uscire senza aver perso nulla. Il Centre Pompidou non merita di essere visto dall’interno, o da est. Per il resto, tutto molto bello.

I barboni
Parigi ne è piena! Barboni di qua, di la, di su, di giù. Solo, a volte, si nota qualche incongruenza. Passeggiando lungo gli Champs-Élysées ho notato un barbone con un cartello ed un cane: il giorno dopo il cartello ed il cane erano ancora lì, il barbone era cambiato. Da McDonald’s poi ho incontrato un barbone con laptop di ultima generazione ed hotspot wi-fi portatile. Alla faccia della crisi.

Il Natale
Rende tutto più bello! E non parlo solo del villaggio di Natale, ovvero le bancarelle tra place de la Concorde e Franklin D. Roosevelt, ma anche delle luminarie e del generico clima festivo che pervade ogni cosa. Anche grazie al Natale ho potuto impostare una dieta a base di crêpes e gaufres.

La posta
Per un filatelico in vacanza, la posta è importantissima. Immaginate la mia felicità nel trovarla pressochè uguale a quella italiana.

La festa di capodanno
Particolare! Lo spettacolo di luci e suoni dura dieci minuti dieci, dopo i quali, alle 00:05, tutti i presenti scappano verso casa come se ne andasse della loro vita. Le stazioni della metro sono così intasate da rassomigliare certe scene dei Looney Tunes con i personaggi schiacciati contro i vetri, ed i treni sono radi come i capelli di Aldo Baglio. Ho dovuto attraversare a piedi, a zig-zag causa imprevisti, la città deserta. Sarebbe potuta andare meglio.

Il freddo
Decisamente troppo. Una cosa che non farò mai più è visitare Parigi d’inverno. La città rimane comunque molto bella, ma vivere nella costante ipotermia non fa per me.

Cosa ho fatto la settimana scorsa…

Ho passato la scorsa settimana, anzi poco più di una settimana a cavallo dell’ultimo dell’anno, in Germania, a Berlino. L’idea era quella di gettarmi in un’orgia di discoteche e locali ma, un po’ per la mia svogliatezza atavica, un po’ per alcune mie scelte sbagliate in tema di mezzi di locomozione che hanno seriamente minato la mia capacità di stare in piedi, un po’ per le interminabili, gelide e per nulla scorrevoli file fuori dalle suddette discoteche ed un po’ per la grande attrazione esercitata su di me dai musei, quello che doveva essere un nebuloso turbine di alcool e divertimento si è trasformato in un nebuloso turbine di alcool e cultura. Ho comunque potuto notare alcune cose che mi preme dirvi, in parte per sfatare alcuni miti, in parte per rafforzarne alcuni altri. Tutti ciò che leggerete di seguito è basato su fatti realmente accaduti, ogni riferimento a cose o persone realmente esistenti è puramente volontario.

Rauchen verboten
Chiunque abbia mai preso un treno italiano o sia mai stato in un grande albergo in Italia, per lo meno in un albergo a sud di Cortina, avrà sicuramente notato i bei cartelli di vietato fumare, in varie lingue, che fan mostra di se praticamente ovunque. Orbene, la formula “Rauchen verboten”, usata per vietare il fumo ai turisti tedeschi, in Germania non esiste, o se esiste la tengono ben nascosta. Innanzitutto perché in Germania non esiste un generale divieto di fumo nei locali pubblici (alcuni bar sono letteralmente annebbiati), secondariamente perché il tedesco medio preferisce esporre il cartello con la sigaretta sbarrata, seguito da una didascalia che in italiano suonerebbe circa così: “Sala (o vagone, o scomparto, o addirittura, nei grandi edifici, piano) non fumatori”.

L’efficienza del popolo tedesco
Semplicemente non esiste. Almeno non come la immaginiamo noi. Non vedrete mai, tranne che in occasioni speciali quali il veglione dell’ultimo dell’anno, un tedesco che getta a terra dell’immondizia. Purtroppo non vedrete mai nemmeno, salvo che non si tratti di un privato cittadino che pulisce il marciapiede davanti a casa, un tedesco che raccoglie l’immondizia per strada. A Viareggio, città sporca e poco profumata (mi scuso coi viareggini, ma non possono negare che il porto e le spiagge portino in città un sacco di polvere e di cattivo odore), il primo giorno dell’anno, alle ore cinque di mattina, è possibile vedere gli spazzini levare dalle strade i resti dei festeggiamenti. A Berlino, il terzo giorno dell’anno, è possibile vedere finalmente qualche privato cittadino che, stanco di aspettare, libera il marciapiedi davanti alla porta di casa dai rimasugli dei botti e dalle bottiglie rotte. Fine. Se passate in una via senza portoni o negozi non aspettatevi di riuscire a camminare bene. Esistono poi bidoni diversi per vetri di colore diverso, ma i cestini per la spazzatura sono rarissimi lontano dalle stazioni dei mezzi pubblici.

I tedeschi sono tutti inquadrati
Falso. Scoppiano petardi più grossi ed in numero maggiore di quanto farebbe un napoletano, e vanno avanti per più tempo (cominciano il 28 Dicembre o prima e finiscono il 3 Gennaio o dopo), senza distinzione di sesso, età o religione. Composti sessantenni viaggiano in metro con zainetti pieni di razzi.
Sono poi ben felici di evadere le tasse:
Io: “Ecco a lei!” (dando i soldi alla cassiera)
Cassiera: “Grazie! Vuole lo scontrino?” (guardandomi cupa, con sospetto)
Io: “Faccio anche senza…”
Cassiera: “Splendido! Abbia una buonissima giornata e che Dio la benedica!” (Sorridendomi felice e radiosa, senza fare alcuno scontrino)

I poliziotti tedeschi sono cattivi
Vero, almeno per quanto riguarda i poliziotti alla frontiera. Laddove i poliziotti austriaci, sorridendo, si sono accontentati di dare una sfuggevole occhiata alla mia patente, i poliziotti tedeschi, ringhiando, hanno preteso di vedere la mia carta d’identità, a costo di farmela cercare nelle tasche della valigia, per poi esaminarne ogni particolare con una lente d’ingrandimento per cinque minuti.

Il cibo, tedesco (e non)
Nelle grandi città è pessimo e poco variegato. Berlino è una distesa di monotone birrerie (solo wurstel e sauerkraut, polpette e sauerkraut, wienerschnitzel e sauerkraut, il tutto very overpriced e senza una vera scelta per quanto riguarda la birra), ristoranti etnici (si salvano solo turchi e orientali, anche se non a tutti possono piacere), fastfoods soprattutto dove partono i mezzi pubblici (entrate in metropolitana profumati come Casanova al ballo, uscite che siete un misto tra un venditore d’aglio pakistano ed un friggitore cinese) e ristoranti italiani (spaghetti bolognese e pizza con l’ananas per la maggior parte, ma guai a chiedere una marinara, si salvano solo i self service Vapiano e qualche pizzeria gestita da napoletani in periferia). In genere scordatevi comunque frutta e verdura.
I bar d’altro canto sono molto accoglienti, hanno una buona varietà di bevande (birre et non) e tendono ad avere, ove sia presente una cucina, una buona varietà di primi piatti (buoni), di secondi e di dolci (ottimi). Non sprecatevi a chiedere una spremuta d’arancia.

Ebrei, nazismo e comunismo
L’impronta lasciata dagli ebrei nella storia tedesca è impressionante. Il cimitero ebraico di Berlino è enorme e la Nuova Sinagoga è splendida. Al museo della tecnica vi potrete rendere conto di quanto in effetti gli ebrei avessero in mano (in buona mano, con industrie floride ed ottimi piani di investimento) l’economia tedesca durante la prima metà del secolo scorso. Hitler ha solo dovuto puntare il dito verso una ben visibile verità e lasciare che la paranoia e la stupidità umana facessero il resto (non ricorda anche a voi un certo Beppe?).
L’impronta lasciata dal nazismo è altrettanto profonda. Nei musei, ogni cosa parla di Hitler, o per sottolineare quanto la sua presenza è stata deleteria per la cultura, o per sottolineare quanto la sua assenza sia stata una benedizione. Non esiste un vero e proprio pudore riguardo a quegli anni, ma non vedrete mai, non nei luoghi pubblici almeno, vestigia di quel periodo.
Quello che non è stato distrutto dai nazisti è stato rovinato dai comunisti. Vedi il paragrafo sul nazismo poco sopra. La loro impronta è comunque rimasta a Berlino est, dove i casermoni ed il cemento armato regnano sovrani.

Il muro di Berlino e la Porta di Brandeburgo
I due simboli di Berlino e della Germania sono deludenti.
Il mitico muro è sottilissimo e per nulla imponente. Senza le crudeli guardie armate ed il filo spinato non rende l’idea. Molto interessanti sono però i graffiti sul tratto lungo la Spree e le piccole esposizioni storiche in giro per la città.
La sublime Porta è bellissima, ma molto piccola. La sua imponenza è ridotta ancor più dai grossi edifici, sedi delle ambasciate francese ed americana, che sorgono ai suoi lati. Non si capisce poi perché un popolo così battagliero dovrebbe mettere, sulla sommità di una porta della città, una statua della vittoria che, invece di guidare i cittadini alla conquista di nuovi territori, è girata in modo tale che sembri guidare i nemici alla conquista della città.

L’ufficio postale
Yeah, good luck with that!